Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 242.775.602
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
Scritto Giovedì 23 aprile 2020 alle 14:42

Missaglia, parla l'Oss in prestito al Mandic dalla Nostra Famiglia con un blog dalla corsia: sono fortunato, ma non chiamatela guerra

Andrea Buffa
Secondo Kahlil Gibran, poeta libanese attivo nei primi anni del '900, il lavoro è l'amore reso visibile. Un'osservazione, questa, che aderisce in maniera particolare all'attività dell'Oss, acronimo di operatore socio sanitario. Gli Oss sono quelle figure che in un reparto ospedaliero, in una casa di riposo o in un centro per l'assistenza alla disabilità, che meno hanno a che fare con l'aspetto sanitario del paziente o dell'ospite. Non eseguono diagnosi e non prescrivono terapie. Il loro compito è assistere la persona nelle necessità, dal raccogliere i parametri per conto dei medici fino a supportare, quando si presenta il bisogno, durante operazioni come ad esempio quella di nutrirsi. Un lavoro, se fatto per bene, che diventa cura e perciò amore.
Nel caso del missagliese Andrea Buffa, 49 anni, questa transazione è visibile anche da parecchio lontano. Complice il contagio avvenuto nelle case di cura e la paura che si è diffusa insieme al morbo, è uno dei pochissimi Oss lombardi che hanno risposto presente all'invito esteso dalla Regione agli operatori come lui, dipendenti di strutture private, di offrirsi per essere inseriti temporaneamente negli ospedali pubblici, estremamente provati dall'emergenza coronavirus.
Un'idea, quella di offrirsi volontario, ha spiegato, che gli balenava per la testa già da qualche giorno prima che da Palazzo Lombardia formulassero ufficialmente la richiesta. E così, a meno di due anni dall'inizio del corso che seguì per diventare operatore socio sanitario, con una carriera artistica e una formazione magistrale alle spalle, Andrea Buffa si è ritrovato col suo nome incastrato nei turni frenetici di un reparto Covid dell'ospedale Mandic di Merate, per 60 giorni.
Dopo un decennio trascorso a scrivere sceneggiature e canzoni, a lavorare nel marketing, la scelta di diventare Oss all'alba dei 50 anni. Quindi l'ingresso, dopo un corso da mille ore, alla Nostra Famiglia di Bosisio Parini dalla quale ora è in ''prestito'' per due mesi nel presidio ospedaliero meratese.
Un'esperienza, arrivata all'incirca a metà della sua durata, cadenzata dalle pubblicazioni apparse su un blog personale che, dice, non aveva nessuna intenzione di farsi notare in modo particolare ma che gli serviva più che altro per mettere in ordine il trambusto interiore che la chiamata dell'Asst di Lecco gli ha provocato.


''Ho sempre scritto più che altro per me'' racconta. ''Quando qualcosa mi gira dentro, scriverla è il modo migliore per metterla al suo posto. Ed è quello che mi è venuto spontaneo fare dopo la chiamata dell'Asst. E' più che altro quello che mi succede e che vivo, ma scritto con una forma più vicina alla narrativa che alla cronaca''. Uno dei primi post pubblicati, ad esempio, si chiama ''La mia paura''. ''Ne ho tantissima e faccio fatica a capirla'' scrive. ''Diciamo che ci sono stati due episodi nei quali hanno cercato di darmi una mano. Qualche giorno fa, la caposala mentre discuteva con me ed altri operatori sulle procedure, ha detto una cosa del tipo: 'ogni volta che entrate in una stanza rischiate di morire'. È un incentivo a razionalizzare sicuramente''.
Ad aiutarlo in questo, spiega, c'è anche il fatto di aver trovato un'equipe che lo ha accolto da subito. ''Ho la fortuna di essere stato affidato ad un reparto con un'equipe bellissima nella sua totalità. Prima che arrivassi io, il 19 marzo, non c'erano Oss, e infatti tutti si sono stupiti la prima mattina in cui sono arrivato. Ho trovato un gruppo molto affiatato, a tal punto che ho fatto non poca fatica a sbloccarmi. Mi veniva da dare del voi a chiunque''.
La procedura per il suo inserimento in uno dei reparti Covid del Mandic ha previsto tre ore di corso quasi totalmente concentrato sulle modalità di ingresso e uscita dalle stanze in cui sono ricoverati i malati.


Un'operazione, ha raccontato, non certo semplice. Il resto lo hanno fatto la sua grande empatia, l'essersi da sempre interessato all'aspetto umano dell'esistenza, l'esperienza maturata nel supporto dei ragazzi della Nostra Famiglia e la pandemia stessa.
''Ho sempre trovato una certa continuità tra quello che facevo prima, e che in parte continuo a fare, e quello che faccio ora'' racconta. ''Prima raccontavo storie di umanità, la mia grande passione, ed oggi la trovo nelle persone che assisto. Il fatto che si sia tutto un po' mischiato, in questa emergenza, mi ha sicuramente aiutato nell'esperienza che sto facendo al Mandic. Trovo in un certo senso affascinante come i dottori, ciascuno con la sua specializzazione, siano diventati per forza di cose virologi, pneumologi ed ematologi in questo periodo, a Merate molto più che a Lecco''.
Di questa nuova pagina della sua vita, Andrea Buffa dice inoltre di non apprezzare particolarmente la metafora bellica, mentre trova ''un po' imbarazzante'' in fatto di essere considerato un eroe. ''Il Covid non è certo un'influenza ma non è nemmeno la Shoah e peraltro il mondo è pieno di guerre che non si fila mai nessuno'' commenta. ''Sulla faccenda degli eroi, mi è capitato di rompere gli occhiali poco prima di montare in servizio e quando mi sono rivolto al mio ottico che mi ha regalato una nuova montatura mi ha fatto piacere, così come fa piacere quando i parenti degli ospiti ci portano qualcosa da mangiare. In tutto questa dimostrazione d'affetto apprezzo di più un cartello un po' sbilenco con scritto grazie che non la retorica del siete i nostri salvatori''.

Ciò che invece è risultato ''mortificato'' a suo dire nei reparti Covid, almeno nella primissima fase dell'emergenza, è stato in un certo senso proprio quello che maggiormente sarebbe chiamato a fare. ''Non facendo esattamente parte come Oss della catena che salva la vita alle persone, il nostro compito è quello di accudire ed entrare in relazione con i malati, ma questo virus ci ha reso il compito piuttosto difficile. Prima di entrare nelle camere dobbiamo bardarci pesantemente e in qualsiasi caso entrarci è piuttosto rischioso. Seppure dotato di visiera e tutto il resto, quando capita che il paziente starnutisce viene naturale trattenere il respiro. La componente della relazione viene quindi in un certo senso un po' mortificata. L'aspetto più drammatico di tutto questo momento, come si è detto e come ho potuto constatare in prima persona, è di fatto la solitudine. E la risposta più ricorrente di pazienti anziani ma anche meno anziani alla domanda 'serve qualcosa?', è proprio: sì, che resti qui con me''.
A.S.
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco