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Scritto Sabato 25 aprile 2020 alle 08:56

Sono Partigiano anche se sono nato 30 anni dopo quel ’45. Perciò odio indifferenti e donabbondi

Stefano Motta
Ci sono cose nella vita che non si possono delegare
. Le aziende fanno outsourcing di alcuni servizi (le pulizie, la portineria, la ristorazione, la gestione della strumentazione informatica, per esempio), ma non possono farlo per tutto. Ci sono cose per le quali non è possibile fare outsourcing. La conoscenza per esempio, come la pipì. Non posso chiedere a un altro di farla al posto mio. La conoscenza, intendo. Così è per la felicità, e per la libertà.
Per questo non si festeggia l'armistizio dell'8 settembre né la data dello sbarco di Anzio, quando l'Italia incominciò ad essere liberata dalle truppe alleate. Non si festeggia il 29 aprile, l'orrenda esposizione a Piazzale Loreto del cadavere del Duce e dei suoi più stretti sodali, che finì per trasformare un criminale in un martire. Si festeggia il 25, di aprile, il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò lo stato di insurrezione e chiese a tutte le forze partigiane del Nord Italia di attaccare i presidi nazisti e repubblichini ancora presenti, prima che le truppe alleate giungessero al Nord, nel loro arduo cammino di risalita della Penisola.
L'Italia s'è desta prima.
Per questo festeggio a testa altissima l'anniversario della Liberazione di un popolo che l'ha desiderata e cercata e ottenuta, che è stato aiutato in modo decisivo dagli Alleati ma che non li ha aspettati in fez e panciolle.
Vivere vuol dire prendere parte in prima persona, non aspettare che altri lo facciano per noi. Chi vive veramente non può essere solo un pacifico cittadino indifferente, perché l'indifferenza è abulia, parassitismo, vigliaccheria. Perciò sono partigiano, anche se sono nato trent'anni dopo quel '45. Perciò odio gli indifferenti.
Nel loro non far niente operano. Passivamente ma operano. Tra il fatalismo e l'assenteismo, nello spazio lasciato vuoto dalla loro inazione si insinuano altre mani che tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. Alcuni piagnucolano, altri bestemmiano, molti benaltrizzano ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio i donabbondi, quelli che per paura di una schioppettata nella schiena non si innalzano contro i torti, convinti che tanto a loro non toccherà. E invece prima o poi verrà anche la loro, di ora. E la colpa sarà sempre degli altri.
"Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti".
Le righe sopra sono di Antonio Gramsci. Risalgono al febbraio del 1917, quasi alla fine della Prima e molto prima dell'inizio della Seconda, di Guerra Mondiale. Eppure sembrano scritte oggi, per questa fantomatica "Terza" che la sciatteria del linguaggio attuale sta paragonando a una "guerra" contro il Coronavirus. E ci dividiamo anche oggi come allora, tra partigiani e repubblichini, tra untori e immuni, tra runners e benpensanti, e il salotto non è un buen retiro come nemmeno Salò lo fu, in una guerra civile che è peggio della guerra vera e dalla quale né la Storia né la Scienza ci libereranno se non saremo noi a farlo.
Non sento recrudescenze delle ideologie sconfitte, che pure in quanto ideologie una loro pur abbietta dignità potevano persino averla (e più i loro emuli attuali ruttano slogan più questa supposta dignità vien meno). Sento serpeggiare questa indifferenza così pericolosa, così annoiata, così appiattita al pensiero comune da risultare un virus più tignoso da estirpare, perché il farmaco è in noi stessi e ci siamo forse troppo imbolsiti per capirlo. 
Stefano Motta
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