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Scritto Giovedì 07 maggio 2020 alle 09:29

Covid-19: il racconto di Richard, infermiere alla Nostra Famiglia 'in prestito' al Manzoni

Di seguito pubblichiamo l'intensa testimonianza di Richard Maccagni, infermiere alla Nostra Famiglia di Bosisio ''in prestito'' all'ospedale Manzoni di Lecco per l'emergenza Covid-19. Un racconto a tratti toccante, reso noto nelle scorse ore da Funzione Pubblica Cgil Lecco, sindacato al quale l'operatore sanitario - che ha deciso di auto-isolarsi nello scantinato di casa al rientro dal lavoro per evitare il rischio contagio verso la moglie e la figlia di soli nove mesi - è iscritto:

''Aspetto con impazienza la fine di questo periodo duro e buio, e farò la mia parte con orgoglio e costanza nonostante le molte difficoltà. Avverto la mancanza della mia quotidianità, della mia famiglia, dei miei amici, dei miei parenti, dei miei bravi colleghi con cui ho la fortuna di lavorare a Bosisio e che sono impegnati come me in questa lotta contro un nemico insidioso, perfido ed invisibile. Ce la faremo, e ne usciremo più forti di prima''. Richard Maccagni, 35 anni, fa l'infermiere all'Associazione La Nostra Famiglia di Bosisio Parini. Iscritto alla Cgil, alla categoria della funzione pubblica, ha iniziato il 18 marzo scorso a lavorare all'Ospedale Manzoni di Lecco insieme ad altri 4 infermieri e 5 operatori socio sanitari della Nostra Famiglia (3 della sede di Lecco e 2 di Merate) aderendo all'appello fatto da Regione Lombardia alle aziende sanitarie private per dare una mano agli ospedali pubblici nell'emergenza da Covid-19.

''Mi considero un privilegiato, sono uno dei pochi infermieri tra i tanti passati negli anni che è riuscito a rimanere con un contratto a tempo indeterminato" dice di sé Maccagni, fiero di lavorare in un ente "di eccellenza nella riabilitazione pediatrica. Sono fortunato nel poter assistere dei bambini con disabilità, essere parte della loro vita e del loro percorso, poter vedere la loro forza nell'affrontare le avversità''.
All'Ospedale Manzoni, proprio per la sua esperienza professionale, è stato assegnato al reparto pediatrico. Dopo avere avuto, veloci "indicazioni su come agire in determinate situazioni, quali dispositivi di protezione indossare e come, quali farmaci sono utilizzati per trattare la malattia, cosa aspettarsi una volta preso servizio. Ho cercato di entrare, dall'oggi al domani, in una realtà completamente diversa dalla mia - sottolinea il lavoratore -; mi sono sforzato di imparare il prima possibile e mi sono adeguato, non senza difficoltà".
Se aiuta il fatto che il virus aggredisce meno in età pediatrica per cui "la maggior parte dei bimbi supera bene la malattia", l'impegno da dare è sempre massimo e vanno usate le protezioni adeguate per evitare di contagiarsi e contagiare. E qui Maccagni segnala che "le divise scarseggiano, ogni giorno sono vestito di colori e taglie diverse a seconda della disponibilità. I dispositivi di protezione sono presenti ma sono di difficile reperimento, e siamo istruiti a farne uso razionale e proporzionato".
La tensione via via si fa sentire, ancora di più date le carenze di organico. "La pandemia è andata a peggiorare in modo severo una già preesistente emergenza infermieristica (la sola Lombardia era già a corto di circa 5000 infermieri prima dell'evento, dati FNOPI - Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche - ndr). Conseguentemente, le forze politiche si sono lanciate in proclami e provvedimenti straordinari: anticipiamo le lauree per gli infermieri, dobbiamo avere più professionisti, dove li prendiamo? Non ce ne sono abbastanza".
Ad aggravare il carico si aggiunge che, appunto, di virus si ammala anche il personale sanitario. "I numeri forniti da FNOPI riportano, al 7 aprile, ben 6549 infermieri risultati positivi al contagio per Covid19 - scrive Maccagni - Tra questi ci sono alcune colleghe che conosco bene. Una di loro ha perso la nonna, a causa del male invisibile che lei stessa le ha trasmesso prima di sviluppare i sintomi e realizzare di esserne affetta. Ventisei infermieri in tutta Italia, purtroppo, sono morti per questo male".
La decisione di auto-isolarsi nello scantinato di casa al rientro dal lavoro deriva da questa paura e da questo scrupolo. "Non ho contratto l'infezione (almeno non credo, non avendo fatto il tampone) ma ho una figlia di 9 mesi. Mi pesa immensamente vederla sorridere, gattonare verso di me" e "dovermi allontanare. Ho una brandina per dormire, uso la lavanderia come il mio bagno, mangio in piatti monouso ed indosso sempre una mascherina quando salgo al piano di sopra per vedere, a debita distanza, mia moglie".
La lettera si chiude citando Winston Churchill: " È il coraggio di continuare che conta".
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