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Scritto Sabato 16 maggio 2020 alle 18:30

Uso consapevole del web, cybersecurity e 'didattica a distanza', temi più che mai attuali nella fase di lockdown. Intervista all'ing.Mauceli (Microsoft)

In questi mesi di quarantena il nostro Paese ha dovuto confrontarsi con un mondo che pensavamo di conoscere bene. Ci siamo resi conto invece, di avere sempre usato Internet in modo superficiale, da utenti passivi. Ci siamo scoperti in un certo senso ignoranti, poiché ignoravamo le potenzialità del web e i meccanismi che regolano un ''universo'' che conoscevamo soltanto in apparenza. I nostri ragazzi hanno dovuto ripensare il modo di vivere la scuola che, grazie soprattutto alla buona volontà degli insegnanti, è cambiata radicalmente. Ma siamo veramente consapevoli dei rischi della digitalizzazione?
Per approfondire l'argomento abbiamo intervistato l'ingegner Carlo Mauceli, CTO di Microsoft per la security a livello italiano, intervenuto più volte anche all'istituto superiore Greppi di Monticello per parlare ai ragazzi di sicurezza informatica, ponendo l'accento sull'importanza della prevenzione e dell'educazione degli studenti in quest'ambito.

L'ingegner Carlo Mauceli

Ingegner Mauceli, che cosa si intende per cybersecurity?
Ormai, quando parliamo di cybersecurity, non possiamo solo prendere in considerazione la sicurezza informatica. Si tratta di un campo molto più ampio, che va dalle guerre tra gli stati alle fake news.

In questi giorni di quarantena il personale scolastico ha dovuto usare Internet per proseguire le varie attività. Secondo lei, i ragazzi hanno le competenze per affrontare il web?
Penso che nessuno di loro sia preparato. Non è una questione di età, di ruolo o attività. È una questione culturale.

Si spieghi meglio
Siamo un Paese culturalmente arretrato che ormai ha sdoganato l'ignoranza. Secondo i dati DESI, l'indice di digitalizzazione dell'economia e della società, l'Italia è al quart'ultimo posto in Europa, un dato che evidenzia l'impreparazione delle persone. A mio avviso, tutto nasce da una mancanza di strategia nazionale che deve ripartire necessariamente dalle scuole. Nel nord Europa, ad esempio, il digitale è entrato di prepotenza nelle aule già dalle scuole dell'infanzia, ovviamente con le giuste precauzione e il giusto protocollo.

Quali sono, dunque, le strade da percorrere?
Non esiste una medicina, esiste il buon senso. Oggi viviamo in un mondo digitalizzato e globalizzato che porta con sé l'utilizzo di mezzi digitali. Anche se i ragazzi di oggi sono nativi digitali, lo Stato italiano deve istruire all'uso di questi strumenti. Chi, se non la scuola, deve avere il ruolo di formare i nostri giovani e rispondere a queste domande? Nei paesi in cui c'è stata una strategia, i risultati sono stati sorprendenti. Questo non vuol dire che si è arrivati al rischio zero, ma ad una piena consapevolezza di Internet. Nel nostro Paese quello che manca oggi è la volontà di acculturarsi, di studiare, di informarsi.

Come la comunicazione web può influenzare il nostro modo di pensare e di agire?
Certe nostre sensazioni sono figlie di ciò che ti viene raccontato. A volte pensiamo di distinguere la veridicità di una notizia, ma non è così. Anche questa, in un certo senso, è cybersicurity.

I ragazzi sono consapevoli di questi rischi?
No, non sono assolutamente prearati. D'altronde anche gli adulti non riescono a distinguere una notizia vera da una falsa. Inoltre, i social hanno creato ulteriore confusione. Non si rendono conto che per la pubblicazione di alcuni contenuti possono essere perseguiti penalmente o essere oggetto di ricatti da parte di pirati informatici. Pare che sui social valga tutto. Basti pensare agli insulti di questi ultimi giorni a Silvia Romano.

È veramente tutto da buttare?
Assolutamente no, ma è necessario conoscere questo strumento per poterlo utilizzare al meglio. Lo Stato si deve fare carico della formazione per avere cittadini consapevoli. Come Microsoft, abbiamo organizzato proprio nei giorni scorsi un evento con il ministro Azzolina per discutere di tecnologia.

Ormai sono già alcuni anni che nelle scuole si organizzano eventi di questo tipo. Forse non si è fatto abbastanza?
Certo, se ne è parlato tanto. Ma quanti ragazzi e adulti sono veramente consapevoli? È necessario, dunque, pensare ad una formazione sistematica. Non esiste la ricetta perfetta, ma bisogna insistere per fare nostre queste competenze. E i mass media devono avere sicuramente un ruolo decisivo. A volte i giornali cavalcano l'onda dell'emozione e della velocità per guadagnare di più. Non stiamo parlando di un attacco informatico, ma di una manipolazione dell'informazione. Distinguere una notizia attendibile da una fake non è forse una questione di sicurezza?

Per quanto riguarda le aziende invece, qual è la situazione?
Quando un'azienda viene colpita da un attacco informatico l'effetto è devastante. Bisogna chiedersi però, se l'azienda in questione aveva preso le giuste precauzioni per prevenire un attacco di questo tipo. Era stata fatta un'analisi del rischio? Subire un attacco informatico è una possibilità concreta e le aziende devono farsi trovare preparate. Anche argomenti di questo tipo devono essere inclusi nei programmi a scolastici.

Come giudica questi mesi di didattica a distanza?
La didattica a distanza ha sicuramente dato un'accelerazione all'innovazione. Oggi nella scuola si sta usando la tecnologia come non si era mai fatto prima. In fin dei conti se il mondo cambia, devi cambiare anche tu. È l'unico modo per non rimanere indietro.

B.V.
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