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Scritto Lunedì 18 maggio 2020 alle 10:27

Una nuova normalità

Le cose che mi sono mancate sono quattromilaottocentocinquanta,
le conto da quando per vivere è stato necessario stare in “quaranta”.
Mi mancava l’aria sul viso di corsa, quando la bici scorreva veloce,
mi mancava il riso di mio figlio didietro quando un tombino ci faceva saltare,
mi mancavi tu che ci sentivamo lo stesso ma su whatsapp non è mica uguale.
Mi mancava il sole preso davvero non di traverso dalle persiane,
mi mancava l’odore bagnato dei boschi e la voglia di urlare, come se potessi volare.
Mi mancavano gli spazi infiniti del cielo di quelli che vedi soltanto là in cima
di quelli che nessun drone potrà sostituire perché non son veri se non san di sudore.



Mi manca vedere il sorriso sincero e non solo gli occhi sopra una maschera verde:
che gli occhi saranno pur sempre uno specchio ma un volto è un insieme e io non capisco.
Le cose che mi sono mancate sono quattromilaottocentocinquanta,
le conto anche adesso che adagio riprende la vita di prima, o una vita diversa,
le conto pian piano, scegliendole bene, per gustarmele tutte, senza nessuna fretta,
mi manca un respiro a fatto a pieni polmoni, e i profumi dei fiori annusati senza paura,
mi manca allargare distese le braccia ma non per tenere lontana la gente:
mi manca abbracciare l’immenso del cielo e sentirsi piccolo, e sapersi niente,
se non puoi abbracciare subito dopo qualcuno, e dire che “l’azzurro del cielo sei tu”.
Stefano Motta
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