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Scritto Martedì 09 giugno 2020 alle 10:34

ZOOMultimo giorno di scuola

Non vorrei che si pensasse che siamo una famiglia disordinata, ma ammetto che la blusetta nera di mio figlio Andrea, quinta elementare, è rimasta appesa sulla poltroncina della sua scrivania dall’inizio di marzo fino a oggi.
Mi piace pensare a una condotta domestica speranzosa, piuttosto che trasandata. Di quella speranza ostinata che non si rassegna ai dettagli della legge e conserva nei recessi intimi del cuore l’illusione che una settimana almeno, due giorni, almeno l’ultimo giorno, un’ora soltanto, un saluto per una foto si possa ancora celebrare. Niente: dura lex, sed lex.

Blusette piegate

Notavo ieri nel momento in cui (finalmente) la mamma ripiegava la blusetta nera per riporla nel cassetto – ché abbiamo un secondo figlio più piccolo e “verrà buona per lui” – una certa disillusa malinconia. C’erano una volta i riti di passaggio, criticabili dai pedagogisti quanto si vuole ma importanti nella costruzione di una memoria collettiva e personale di famiglia: l’imposizione del “tocco” ai cosiddetti “remigini”, gli esami di quinta elementare, la prima gita da soli senza mamma e papà, gli esami di terza media, la maturità, la visita per il militare…
Di tutti questi rimane, ammantato di una certa parvenza di serietà, almeno l’esame di maturità. Per trovare altri riti significativi di passaggio agli antropologi tocca ormai cercare qualche sperduta tribù delle foreste pluviali. Noi abbiamo appiattito tutto in un eterno presente, fluido, ondivago, compartecipato e condiviso (ho provato a ricevere per un colloquio di lavoro una persona accompagnata dalla madre: sic!), deresponsabilizzato, immisurabile (guai ai voti numerici alla Scuola Primaria: tornino i giudizi descrittivi, così si può dire tutto e il contrario di tutto senza urtare la sensibilità di chicchessia).

Primo e ultimo giorno di scuola

L’ultimo giorno di scuola di mio figlio oggi si consuma attraverso un videosaluto sulla piattaforma online Zoom: i cinque anni di elementari si chiudono con un clic sulla X dell’applicazione, in alto a destra, e sullo schermo del notebook ripiegato.
Non vorrei che si pensasse che siamo una famiglia patetica, ma siamo andati a riguardarci la foto del suo primo giorno, cinque anni fa: alto un metro e un soldo di cacio, con la cartella che sembrava enorme sulle spalle, la blusetta col colletto bianco e un sorriso a metà tra il fiducioso e il timoroso. Che aveva il magone, Andrea, mentre uscivamo dal giardino di casa per andare a scuola, ma non voleva farlo vedere.
E io lo so che un po’ ce l’ha anche oggi, il magone, ma non lo dice.
Stefano Motta
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