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Scritto Domenica 21 giugno 2020 alle 09:14

Onore a chi aveva ancora molto da dire: in morte di Carlos Ruiz Zafon

Carlos Ruiz Zafón
È morto di cancro a soli 55 anni lo scrittore che più ho invidiato. Di quell'invidia quasi fisica, che ti prende quando leggi un romanzo e inizi facendo i complimenti a chi l'ha scritto, continui con ammirazione e curiosità, cercando di carpirne qualche trucco, finisci con nostalgia e riponi con rabbia: "perché non l'ho scritto io?", ti dici.
Carlos Ruiz Zafón, nato scrittore di narrativa per ragazzi, divenuto famoso in tutto il mondo grazie a "L'ombra del vento" e poi autore di un successo dietro l'altro, compresi i primi suoi titoli che hanno vissuto di nuova linfa grazie alla fama di quel romanzo bellissimo, l'unico che mi sia mai capitato di leggere per intero in un giorno e una notte senza pause se non per la pipì.
Zafón aveva il ritmo, inesorabile. Non quello dei blockbuster hollywoodiani dei colpi di scena ogni dieci minuti. Quello della narrativa che ti prende alla pancia, come i concerti rock quelli veri. E non ti lascia più andare. Appartiene a quegli scrittori di cui si dice: "ha un gran tiro". E non c'entra il calcio: c'entrano più i motori, di quando sei in moto e ti accorgi che puoi spingere ancora, e il motore può (e persino vuole) dare ancora di più: un tiro micidiale.
Zafón aveva il dono degli incipit. Ho scolpito in mente quello del "Gioco dell'angelo", profezia e insieme promemoria per chiunque, come lui, come me, abbia l'ardire di volersi definire "scrittore": "Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell'istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo."
Zafón aveva il dono dei finali. Quello di "Marina", spiazzante, disarmante, "aperto" ma non nel senso dell'incompiutezza.
Zafón aveva il dono della frase icastica. Di quelle che mentre stai leggendo ti verrebbe da prendere un foglio e annotartele a fianco. Se non fosse che la prosa ha un gran tiro - come si diceva - e non puoi rimanere indietro. Di tutte, io amo soprattutto questa: "Fortunato colui al quale latrano i cretini, perché la sua anima non apparterrà mai a loro".
Di molti scrittori di successo si attendono inesorabili le fasi del declino. Zafón è morto quando aveva ancora qualcosa da dire, e sapeva ancora dirlo di un bene che pochi altri come lui.
Speriamo che si riesca a raccoglierne l'eredità, non scimmiottandolo come stupidi emuli, ma comprendendo davvero quali profondità si nascondevano dietro uno stile così efficace perché necessario.
Stefano Motta
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