Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 243.215.694
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
Scritto Domenica 21 giugno 2020 alle 10:24

Zanardi: una parte della storia

Era un pomeriggio caldo dell'estate '99. Monza, autodromo. Una giornata di test volgeva al termine. La pista era ormai chiusa, camminavo su e giù per la pit lane. Fu la prima volta che incontrai Alex Zanardi. La maggior parte dei piloti si era ritirata nei propri motorhome, lui restava sul muretto box. Quattro chiacchere con chi passava, saluti e autografi. Non molti a dire il vero. All'epoca erano pochi a conoscere la storia di Zanardi. Aveva un passato in Formula 1 e due mondiali Cart in tasca, guadagnati oltreoceano. Non era il pilota italiano più noto. Gli appassionati andavano in cerca dei più blasonati Fisichella e Trulli.


Parlare con perfetti sconosciuti non è mai stata l'attività più in voga nel paddock, specialmente fra i piloti. Zanardi, a differenza degli altri, non si è mai tirato indietro. Passava tempo con tutti coloro che si rivolgevano a lui. «Scusate ragazzi, ma adesso devo andare, ho un incontro di lavoro importante. Mi aspettano» ci disse in quel tardo pomeriggio dopo un rapido scambio di battute. Poi passarono altri dieci minuti, con le solite domande sulla macchina. «Adesso devo andare, mi aspettano». Passò un altro quarto d'ora con noi. All'epoca feci caso solo in parte al suo intrattenersi con gli appassionati, anni dopo notai che per lui era una vera e propria abitudine. Alla fine, ci salutò e lo vidi recarsi a cena nel box, con una persona che effettivamente lo aspettava da tempo.

Il quadro era lontano anni luce dal "circus" della Formula 1 odierna. Maccheroni al sugo con molto parmigiano, da consumarsi su un tavolino da campeggio. Alex cenava fianco a fianco ai suoi meccanici e alla sua macchina, con il piatto di plastica usa e getta praticamente in mano. Vicino c'era chi finiva di spurgare i condotti della sua monoposto. Ecco «la cena» e l'«importante incontro di lavoro» pensai. Credo che con quel signore stesse discutendo qualcosa del suo futuro da pilota. In quei giorni si diffondevano dubbi sulla sua permanenza nella massima formula. La stagione '99, che volgeva ormai al termine, era stata sfortunata. La Williams FW21 con cui correva era l'ombra della vettura che conquistò quattro mondiali nel biennio '96 - '97. Il motore Supertec appariva come la versione sbiadita del V10 Renault imbattibile solo pochi anni prima. Il telaio, un progetto nuovo, risultò solo in parte indovinato. Furono però le gomme scanalate a far litigare tutta la stagione Alex Zanardi con la sua auto. Risultato: dieci ritiri su sedici gare. Molti, a dire il vero, per colpa della monoposto.

Già all'epoca non era personaggio da abbattersi. Lasciata la Formula 1, tornò di nuovo alla guida di una formula Cart dimostrando di essere ancora uno dei migliori. Come al Lausitzring quando, partito dal fondo dello schieramento, raggiunse la prima posizione. Poco prima dell'incidente. Due anni dopo la storia riprese da lì. Zanardi si presentò di nuovo per completare i giri che, quel giorno, lo avevano separato dal traguardo e dal ritorno alla vittoria. Segnò tempi da qualifica, era ancora uno dei migliori. Prima però accadde una cosa.

Venni a sapere di un test "a porte chiuse" della Bmw a Monza. «Pare - mi disse la voce dall'altro capo del telefono - che ci sarà Zanardi. È il primo test dopo l'incidente». Non ricordo bene quale pertugio sfruttai per infilarmi nel paddock. Non era possibile avere accrediti stampa per quel giorno. Ero con un altro amico. Televisioni e giornali sarebbero arrivati solo alcuni giorni dopo. D'altro canto, quei test erano veramente qualcosa di molto particolare. Nel box a fianco di Zanardi c'erano due Bmw con vetri oscurati. I piloti salivano e scendevano dalle auto solo quando le saracinesche venivano abbassate. Era impossibile vederli. Solo dopo scoprii che a bordo vi erano Gerhard Berger, tornato eccezionalmente in pista, e Ralf Schumacher. Quel giorno, l'aria era tesa anche nel box del team "Italy-Spain" di Roberto Ravaglia. Attendevano Zanardi e un sacco di cose avrebbero dovuto funzionare perfettamente sulla sua Bmw per poter iniziare il campionato europeo superturismo di quell'anno. Il paddock era deserto. In effetti, nessuno avrebbe dovuto essere lì. Era il giorno del ritorno in pista.

Alex faticava a scendere le scaletta che separava il suo motorhome dal box. Percepì il nostro imbarazzo di fronte a quella scena. «Ciao ragazzi». È sempre stato il primo a salutare. Anche gli sconosciuti. E fu così anche in quell'occasione. Era lo stesso saluto con cui ci eravamo incontrati pochi anni prima, a pochi metri da lì. Un sorriso, e poi le foto. «Una sola perché mi aspettano». Al solito.
Zanardi tornò in pista quel giorno, dopo diversi mesi di riabilitazione con il dottor Costa. Nei mesi successivi sarebbero arrivate anche le gare, il campionato e due anni dopo le vittorie. Lo avrei incontrato di nuovo, sempre nel paddock, circondato dai suoi tifosi che aumentavano anno dopo anno. Alla sera poteva capitare di incontrarlo in qualche locale fuori dall'autodromo, anche in quelle occasioni c'era una battuta e un saluto per tutte le persone che riconosceva aver visto di giorno ai box. Questa è una parte della storia. L'altra, con le medaglie olimpiche, è nota. Forza Zanardi.

A.L.
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco