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Scritto Mercoledì 01 luglio 2020 alle 11:41

Amici cronisti, amici di merateonline: 'BASTA! Onorate con un silenzio nobile le due innocenti vite spezzate

Quando un po’ di anni fa ormai morì mia figlia sviluppai due tipologie di rabbia tagliente e feroce: quella nei confronti della retorica dell’angioletto che veglia dal cielo – che scrivo volutamente minuscolo, perché se un Cielo c’è, i bambini non muoiono – e quella contro gli anatomopatologi de noantri, i curiosi dei particolari, i farisei della prurigine.

Questa rabbia pesante è tornata ad affacciarsi in questi giorni, per i fatti terribili della Valsassina, e sento il bisogno di parlarne. Capisco che chi svolge una professione intellettuale, se ha qualcosa da dire ha il dovere di dirlo.

Quel che vorrei dire, soprattutto agli amici delle testate giornalistiche che mi sono vicine, è: “basta”.

Giusto ieri sera leggo l’incipit di un pezzo che recita così: “Strangolati. A mani nude. Nella notte”. Non me ne voglia il network Merateonline, che cito: le altre testate purtroppo non sono state da meno quanto a ricerca di pàthos d’accatto. Con la punteggiatura ad effetto a sincopare informazioni inutili, talmente lapalissiane da risultare fastidiose nel loro violento sbattere in faccia la realtà.

Che i due ragazzini siano morti è un fatto, tragico e purtroppo ineludibile. Le circostanze di questa morte divengono notizia quando possono aggiungere qualcosa, altrimenti sono la rimestatura del fondo.

Giacché la geografia degli eventi si sovrappone a quella manzoniana (ha origine proprio in Valsassina la stirpe dei Manzoni, sensali di bestiame come attesta il simbolo familiare nel cortile interno di Palazzo Manzoni a Barzio, e Agnese era originaria di Pasturo, e dal territorio di Gessate passa la fuga di Renzo verso l’Adda), vorrei che da Manzoni si imparasse la nobile lezione dell’aposiopesi.

Il parolone viene dal verbo greco aposiōpáō, che significa “mi interrompo, taccio”, e identifica la figura retorica che consiste nell’improvvisa interruzione di un messaggio, cassandone una sua parte o alludendo di traverso a qualcosa che però viene taciuto. In latino, e di conseguenza in italiano, si traduce con “reticenza”. Manzoni ne è maestro quando racconta il caso della monaca di Monza. Tutti ricordiamo quel “la sventurata rispose”. E poi il punto a capo. Niente sbirciate dal buco della serratura del convento, niente indulgenti descrizioni dello stretching amoroso che Gertrude compiva col bell’Egidio, niente rivoletti di sangue quando decapitarono la conversa che li aveva scoperti e ne gettarono la testa in un pozzo, seppellendo invece il corpo in cantina. Sappiamo queste cose dagli Atti del processo, conservati presso l’Archivio Diocesano; le sapeva anche Manzoni, che in un primo momento le ha pure raccontate, prima di espungere del tutto queste pagine dal romanzo, consapevole che l’arte non sempre deve togliere veli. Talora deve coprire. E anche questo è un bene.

Io vorrei che i giornalisti riscoprissero con un moto d’orgoglio il loro essere scrittori, e onorassero con un silenzio nobile queste vite spezzate. Che non si prestassero come megafoni al tale che dice di aver sognato i bambini, al talaltro che sproloquia sul perdono, ai peggiori di tutti che pontificano sulle sofferenze dei divorzi, sull’educazione dei fanciulli e via impantanandosi.

C’è chi, molto più grande di noi, si è perso dentro domande come queste. Dostoevskij ne riflette, nell’Idiota: «A un bambino si può dire tutto, tutto. Mi ha sempre sconcertato il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i piccoli, persino padri e madri i loro figli. Ai bambini non bisogna nascondere niente col pretesto che sono piccoli e che per loro è troppo presto per sapere. Che idea triste e infelice! E come si rendono ben conto i bambini che i genitori li considerano troppo piccoli e non in grado di capire, mentre invece capiscono tutto. I grandi non sanno che un bambino può dare consigli estremamente importanti anche nelle questioni più difficili. Oh Dio! Eppure quando uno di questi teneri uccellini ti guarda fiducioso e contento, ti vergogni di ingannarlo»
 
Io vorrei che tutti si venisse colti dalla vertigine del principe Mishkin, e che si avesse il coraggio di accettare questa condizione umana di idioti, non perché “prendiamo un buco” nella notizia e non la diamo, o arriviamo dopo, ma perché di fronte a drammi come questo ci mancano le parole. E in assenza di risposte a domande trascendenti si evitasse di fare gli idioti con informazioni contingenti.

«E mentre camminava per le strade e vedeva in ogni volto i segni di una fatica inutile, o alzava gli occhi verso i tetti delle case, su al cielo, per capire se c’era un senso, egli pareva trovarlo, e si rasserenava. Ma solo a una domanda, che lo investiva a ondate regolari con affanno, il principe Mishkin non sapeva rispondere: perché, Signore, i bambini muoiono?»
Stefano Motta
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