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Scritto Giovedì 02 luglio 2020 alle 13:10

Stiamo vivendo un tempo sospeso

Enrico Magni
Stiamo vivendo un tempo sospeso come il caffè, come i pasti distribuiti nelle grosse città per i disuguali, i poveri; stiamo vivendo un inizio estate in attesa di una mossa; stiamo vivendo come formiche che accumulano risparmio; stiamo vivendo come Estragone che aspetta Godot e non arriva mai e non arriverà; stiamo vivendo un'economia passiva; stiamo aspettando che qualcuno ci dica cosa fare. Gli uni dicono agli altri quello che bisognerebbe fare.
Tutti dicono che è compito della politica, ma è proprio solo così?
In questo modo la palla batte il campo da una parte all'altra senza segnare un punteggio. C'è uno stallo, una paralisi.
Il clima dell'attesa domina la scena. C'è l'attesa che il coronavirus abbassi le sue potenzialità, che interrompa il suo processo vitale; c'è l'attesa di un vaccino, di una cura; c'è l'attesa di una ripresa economica e sociale. Tutto è sospeso.
Basta uscire dai confini dei soliti spazi urbani e dal lungo isolamento, viaggiando per qualche chilometro, per accorgersi di come il sospeso cuce la trama.
In autostrada i punti di ristoro sono diventati luoghi anonimi, non più non luoghi. C'è solo il tempo di bere un caffè o masticare un panino in piedi. Tutto questo si consuma come se fossimo sul set cinematografico de La strada. Silenzio. Alienazione. Attesa. Distanza. Mascherina.
Il tanto scandaloso non luogo come punto di ritrovo si è svuotato. Le luci del non luogo che dominavano la scena e alteravano il ciclo delle stagioni hanno lasciato spazio a un sentimento di vuoto.
Il non luogo non è più il simbolo della società liquida fatta di personalità senza identità e di momenti on the road, ma è diventato uno spazio di assenza, di presenze sfuggenti e timorose.
Si è generata una dimensione ambientale, sociale, ancor prima che economica, che si muove e si comporta in funzione della presenza, bassa presenza, assenza del virus. In base a questo si manifestano una serie di comportamenti sociali.
E' necessario mappare le aree sociali territoriali per proporre degli interventi diversificati e mirati per sollecitare azioni individuali, associative per evitare che si generi una economia assistenzialistica che non riguarda solo i singoli ma coinvolge tutte le attività imprenditoriali, commerciali, agricole, artistiche e intellettuali.
Gli incentivi, gli sgravi, i supporti rischiano di trasformarsi in leve passive e non di stimolo.
L'attuale condizione necessita di una economia reale fondata sul fare, sull'operare con apparati e strumenti innovativi.
E' una fase in cui la resilienza e l'empowerment necessitano di essere posti al centro della questione. Da questa situazione pandemica globalizzata e globalizzante se ne esce solo se si mettono al centro competenze affermative per affrontare le nuove frontiere del sapere e del vivere.
C'è, invece, una tendenza a stare dentro il supplizio del lamento per le cose che non vanno, giocando la partita paranoidea che la colpa è del governo, della politica, dell'impresa, della speculazione, dell'arretratezza del sistema, tutto questo vocio genera soltanto sentimenti di derelizzazione, fallimento, impotenza.
In questo modo il virus biologico fa un ulteriore salto di qualità e diventa virale per la psicologia di massa genera sentimenti sociali conservativi, protettivi.
Dr.Enrico Magni
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