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Scritto Mercoledì 22 luglio 2020 alle 09:37

Tutti in pista!



Il vero bomber lo capivi perché non stava immerso nel guscio ma si sedeva sopra. Doveva essere grande, o avere le gambe e le braccia lunghe per poter premere il pedale e reggere il volante, ma l’adolescenza faceva crescere i maschi disarticolati e un po’ scimmieschi, con gli arti che si allungavano prima del tronco, e le madri ci definivano “rangutàn”. Se la tipa con cui ti vedevi godeva dello stesso appellativo, al femminile, “rangutàna”, non era un buon segno.
Una volta, però. Quando si andava alle giostre con gli amici, si mangiava lo zucchero filato e si faceva gli scemi sugli autoscontri o su quell’altra giostra coi seggiolini che giravano in tondo e si sollevavano per il venir meno della forza centripeta e che adesso non mi viene come si chiama.
Sulla vettura dell’autoscontro il bomber si sedeva fuori, come quelli che si siedono sullo schienale della panchina e i piedi li mettono dove gli altri metterebbero correttamente le terga. E guidava con una mano soltanto. Non essendoci finestrino da cui sporgere il gomito, con l’altra di solito prendeva di mira l’antenna delle altre vetture che a mo’ di pantografo dava loro energia per girare in carosello sulla pista. Se per caso una sfitinzia – che slang terribile avevamo negli anni Ottanta! – rimaneva senza spinta al centro della pista, il bomber si fiondava a darle una botta. Nel senso che la centrava in pieno, provocandole colpi di frusta plurimi. Perché dopo di lui arrivavano di solito anche i gregari, i perdenti, che l’unica botta che potevano sperare di darle era giusto quella sulle giostre.
Ma la rivoluzione digitale della società dell’informazione e il progresso hanno reso gli adolescenti meno scimmieschi, la popolazione più smart, gli autoscontri più cool. Adesso si chiamano “banchi duepuntozero anticoronavirus”, non occorre inserire il gettone e soprattutto servono per mantenere le distanze, non per ridurle berciando “Lasciatela a me: quella lì è mia!”.
Per la ridiscesa in pista del prossimo settembre sono questi gli strumenti che pare vengano eletti a panacea capace di restituire la bellezza della didattica in presenza, della scuola vera, tutti in aula, a distanza ministeriale dalle rime buccali. Tutti fermi, naturalmente. Perché non c’è la fessura per il gettone e nemmeno l’antenna per avere corrente. Tutti composti, senza ombra di dubbio. Il banco non come superficie di lavoro ma come strumento contenitivo: l’antimontessorianesimo nobilitato da intenti medici, con una spruzzata di colore verdemela e qualche anglismo ad mentula canis.
Trecento euro cadauno, pare che sia il costo di riferimento di questi splendidi strumenti di diletto. Non ho ancora visto quello in dotazione al docente: me lo immaginerei fiammante e possente, più ampio degli altri, spazioso per potervi squadernare i libri, gli appunti, il sapere da donare ai giovani studenti, solido, da potervisi sedere sullo schienale, come il bomber di cui sopra. Speriamo che non abbia in dotazione la coda da sospendere con un cordino gridando: “Acchiappalacoda, acchiappalacoda! Chi prende la coda un giro aggratis! Un dieci sul registro a chi la acchiappa!”.
Stefano Motta
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