Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 248.130.606
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
Scritto Giovedì 23 luglio 2020 alle 07:28

L'animo di un nonno

C'era una volta... no, tranquilli, non voglio raccontarvi una favola.
Vorrei invece tentare di parlare di un nonno che, nonostante si trovi come chiunque altro a sfogliare il calendario di questo 2020 così incredibilmente preoccupante, vorrebbe provare a scrivere in poche righe qualcuna delle semplici cose che gli sono venute in mente. Non è sua intenzione usare troppe parole (anche perché, quando ci si mette a moltiplicarle, non sempre si ottiene il risultato di spiegarsi meglio). E comunque non è solo una questione "personale", non si tratta solo di salute fisica, o dell'essersi ritrovati a vivere soli, o di dover fare i conti come tutti con questa grande pandemia mondiale.
Il fatto è che, chissà perché, tutti i nonni - ma proprio tutti - fanno una grande fatica ad accettare questi tempi moderni, nel senso che non riescono a soffocare la loro netta preferenza per il passato rispetto al presente. Credo valga, e sia valso, per ogni generazione: probabilmente anche al tempo degli antichi romani i nonni hanno rimpianto il loro passato, e hanno soprattutto giudicato precario e insicuro - se non addirittura inquietante - quello che venti secoli fa è pur sempre stato un presente.

Come mai lo fanno? Secondo me c'è dell'affetto sepolto da qualche parte; affetto per sé e per quando erano giovani, e tutto era più semplice ai loro occhi. E così capita che sovente ripetano le medesime parole quasi con orgoglio, come srotolando un vecchio telone colorato trovato avvolto in cantina. È come una specie di "protesi" comunicativa: scrivono tutti (anche quelli che non scrivono qualcosa da anni) la storia della loro vita e quando sono alle prese coi capitoli iniziali sembra loro che le pagine siano spesse, colorate, e che tutto ciò che può venire in mente abbia il sapore della vittoria, della conquista, della felicità.
Può essere che abbiano ragione (o che l'abbiamo... in fondo anch'io sono un nonno!) e che sia un modo per sottolineare le cose che si sentono - o si sono sentite - importanti evitando le "tossine" dei disagi, delle sofferenze e degli acciacchi. Tutto quello che faceva parte della giovinezza allora si mette a brillare, e anche i più brevi tra i momenti vivaci che si sono vissuti - quelli in cui anche una elementare creatività la si ricorda come un "lampo di luce" nel mosaico delle immagini che stanno ormai alle spalle - sembrano scintillare dei riflessi aurei che si sognava di trovare da piccoli, dentro uno scrigno dissepolto e poi aperto sognando di castelli, fate e tesori.

E a chi raccontano i nonni? A chi raccontiamo? Ma ai nipoti, è ovvio. Penso che non capiti solo a me di ritrovarmi a narrare qualcosa alle nipotine, e che la sensazione di felicità che provo - una grazia di Dio - sia comune a tantissimi altri. È la possibilità di incrociare sguardi che si fissano nei miei occhi, di pronunciare racconti che qualcuno ha voglia di stare a sentire. E allora è tutto uno srotolarsi di storie e di fatti che un tempo mi hanno formato e che ora è bello provare a trasmettere, fiducioso che servano da intrattenimento e... da lezione.
Del resto, anche a me sono state raccontate storie che era bello sentire e che ora è addirittura più bello ripetere, magari ampliandole, infiocchettandole un po', per i nipoti. Se lo si fa capitano miracoli, sapete? Io ne sono la prova: un bambino degli anni ‘50 che oggi, dopo decenni, torna bambino assieme ai bambini. A volte mi sembra di essere un "atomo umano" che dalle sue settantacinque primavere precipita all'indietro e si ritrova ad averne compiute cinque sì e no, un "vecchietto" incarnato in un giocherellone che sente in sé qualcosa che non pensava di avere ancora dentro. È bellissimo, e non è un sogno!
Davvero non lo è: mi ritrovo a vivere come il componente di una band che suona una musica fatta di piacere sereno, intenso, gioioso, e che gode di quella confusione famigliare che solo i bambini sanno creare e far vivere. E poi ci sono gli sguardi, fatti di una conoscenza amorosa in cui è bello perdersi; una spontaneità vera, una pioggia che ripulisce la polvere con scrosci che vengono dal cuore e che è difficile tradurre in parole perché fanno dimenticare persino la notte dell'incertezza, l'infrangersi delle speranze, l'esplodere dei desideri e dei sogni disattesi.

È così che i nonni si mantengono vivi dentro e non solo di fuori: con una crescente affezione fatta di vivacità infantile con cui affrontare anche le pieghe delle giornate "storte" e delle mattine in cui è più faticoso alzarsi dal letto. I bambini non sono ridotti a una proiezione di sé allora, ma divengono una ragione di vita, la mia ragione... i miei veri gioielli! Perché insegnano anche l'umiltà, sapete? Capire di non essere le figure centrali anche se si è "grandi", e scoprirsi capaci di abbracciare tutti, piccoli e genitori, per aprire il cuore alla novità del voler bene.
Sono cose che mi vengono in mente adesso, forse, perché siamo attorno al 26 di luglio, giorno in cui la Chiesa ricorda Anna e Gioacchino, i nonni di Gesù. E proprio per questo mi viene da pensare, rubando l'idea alla liturgia, che è questo in fondo il compito dei nonni quando raccontano ai bambini le loro storie: perché "si conservino nei nostri cuori il senso della giustizia e il desiderio del bene".

Così si riesce persino a spegnere la televisione e a lanciarsi in un colorato caleidoscopio di gioco e di sorrisi: lasciarsi coinvolgere, che è il "segno" più bello. E mettere insieme tanti mattoncini di creatività, in cui persino le imperfezioni (non solo linguistiche) si superano impastandole con l'affetto contagioso, quello che costruisce la gioia e scoraggia paure e preoccupazioni.
E pazienza se intanto s'avvicina la luce del crepuscolo: ci sono comunque i piccoli che al "voltarsi indietro del nonno a rimirar lo passo" ti aspettano, ti rincorrono e ti prendono per mano.

Benvenuto Perego
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco