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Scritto Mercoledì 19 agosto 2020 alle 22:02

Come non scrivere un giallo

DA YARA A GIOELE: L'ILLOGICITÀ DELLA REALTÀ

Una decina di anni fa ero divenuto famoso nella Biblioteca della mia città perché nel giro di poche settimane avevo preso in consultazione in loco e richiesto dalle sedi più lontane tramite il servizio di prestito interbibliotecario una ridda interminabile di studi sulla decomposizione dei cadaveri, sull'uso degli acidi e sui veleni alcaloidi.
Avevo bisogno di avvelenare lentamente un personaggio di un mio romanzo tramite un potente allucinogeno volatile e scioglierne poi il cadavere attraverso l'uso di un acido che non corrodesse l'assito di legno della soffitta in cui era rinchiuso. Se sono passato per un pericoloso terrorista o per un maniaco deviato ormai poco me ne cale: il romanzo ha avuto successo di critica e di pubblico e la cattiva nomea passeggera è un dazio che ogni scrittore sa di dover pagare.
Solleticato dal plauso della stampa per questa mia inedita vena di giallista mi tuffai nella stesura di una seconda storia, dalla trama contortissima.
Una giovane ragazza spariva appena terminati gli allenamenti di ginnastica alla sua palestra. Non se ne trovavano le tracce per settimane, nonostante un amplissimo schieramento di forze dell'ordine. Al rinvenimento del cadavere - purtroppo - ormai deturpato dal tempo, dalle intemperie e da qualsiasi altra cosa si trovi nelle campagne (campagne a non molta distanza dal luogo della sparizione), gli esami scientifici rinvengono tracce di sangue non appartenente alla vittima. Ne viene scandagliato il DNA, vengono sottoposti a esame tutti quanti hanno a che fare con la ragazza fino al sesto grado di separazione e oltre. Si rinviene parentela del DNA del colpevole, cripticamente indicato come "Ignoto Uno", con quelle di un oscuro autista di una valle prealpina e del di lui figlio, figlio che non sa di essere il di lui discendente poiché nato da una donna che nega con tutte le sue forze di aver mai giaciuto col tale di cui sopra. La comparazione del DNA darà esito positivo e il tale, di professione muratore, viene incarcerato e giudicato colpevole.
La mia editor lesse per stima la sinossi che le avevo inviato e dopo qualche giorno mi rispose con il suo consueto garbo: "La ringraziamo di aver voluto pensare alla nostra casa editrice come destinazione di questo suo lavoro, il quale però presenta una trama assai farraginosa e inverosimile, che non sosterrebbe il confronto con la realtà."
Raggiunta al telefono mi spiegò con maggior amichevole franchezza: "La storia non sta in piedi".
Non demordo. Le mando questa mattina una seconda storia, gialla: una madre affetta da crisi mistico-paranoica viaggia da sola in auto su un'autostrada, con il figlioletto di quattro anni. In una galleria tampona un furgone che la precede e accosta poi in una piazzola di sosta. Il malcapitato posteriormente paraurtato non fa una piega e prosegue dritto per la sua strada senza redigere una constatazione amichevole né telefonare alla Polizia Stradale. Altri transitanti notano la signora un po' scossa, col bimbo in braccio, scendere dall'auto, varcare il guard-rail e imboccare un sentierino che si allontana dall'autostrada. Si fermano e la seguono per qualche passo dandole una voce. La signora non risponde, e allora loro si rimettono in auto e proseguono il loro viaggio, perché si sa che chi si fa i cazzi suoi campa cent'anni. Quando la famiglia, conscia del pregresso stato di alterazione della povera mamma e ciononostante confidente nel lasciarla viaggiare da sola in auto con il figlio di soli quattro anni, ne denuncia la scomparsa, partono le ricerche da parte di Prefettura, Forze dell'Ordine, agenti della Forestale e volontari della Protezione Civile. Il corpo della signora viene ritrovato ai piedi di un traliccio della corrente, sul quale si sarebbe arrampicata per poi gettarvisi trovando la morte. Del piccolo nessuno traccia per i successivi quindici giorni, nonostante l'impiego di cani cosiddetti molecolari.
Il padre, straziato da tale mancanza, invoca il concorso di volontari a supporto delle ricerche. Accorsi in gran numero il mattino di un martedì di metà agosto, uno di loro rinviene prima di mezzogiorno, a poche centinaia di metri dal luogo in cui è morta la mamma, indumenti e residui riconducibili al povero bambino e finora non snidati dal sontuoso apparato di professionisti messi in campo dalla Prefettura. Una maglietta, un corpo e più lontano la testa, spiccata dal busto.
La risposta della mia editor non si è fatta attendere troppo: "Non ci crederebbe nessuno", mi ha scritto. "Quando scrivi un giallo devi essere più realista della realtà", ha poi proseguito con sussiego: "deve combaciare tutto alla perfezione: non basta che i dati siano verosimili, devono essere inconfutabili, i personaggi devono essere credibili: una dj che legge ad alta voce la Bibbia su facebook per il figlio di 4 anni? Maddai!".
(Guardarsi da chi ha sempre Dio in bocca: ho preso nota). Ho imparato la lezione e sicuramente ne farò tesoro la prossima volta.
Nella realtà le cose procedono molto più sensate, e devo forse mettere a freno la mia fantasia che tende a ingarbugliarsi in trame labirintiche e insostenibili.
A me non costa nulla sbagliare due libri: faccio solo lo scrittore.
E il piccolo Gioele ha l'età di mio figlio Giorgio. In un romanzo almeno lo avrei preservato da tanto strazio. Ma faccio solo lo scrittore, purtroppo.
Stefano Motta
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