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Scritto Martedì 01 settembre 2020 alle 08:00

Casatenovo da scoprire/15: agricoltura e fede nelle giornate dei contadini a Rimoldo

Per la quindicesima puntata della nostra rubrica ''Casatenovo da scoprire'' oggi faremo un tuffo nel passato, nella storia di una località che con il passare degli anni ha perso pian piano i suoi confini, andati perdendosi fra le nuove costruzioni. Nonostante questo però, la sua identità sopravvive ancora nelle persone che lo vivono da quando sono nate e anche da coloro che lo hanno cominciato a vivere, trasferendovisi negli ultimi decenni.
Stiamo parlando di Rimoldo, una piccola frazione di Casatenovo che durante il dopoguerra è stata inglobata nel territorio di Valaperta per le opere di urbanizzazione, prevalentemente realizzate dai contadini che costruirono la loro casa nei dintorni del loro luogo di origine.

Un'immagine della corte di Rimoldo

Le prime notizie di questa comunità si hanno in alcuni documenti datati all'anno 1456. Al centro di questo quartiere troviamo la corte principale sulla quale si affacciavano sia la casa del fattore, sia l'antico palazzo padronale, ora scomparso.
I terreni coltivati attorno alla piccola manciata di case appartenevano alla nobile famiglia dei Parravicini, la quale possedeva tutti i territori circostanti alla sua dimora da Rimoldo sino ad Usmate. Di fronte all'ingresso della villa padronale, si avevano e si hanno tutt'oggi delle cascine, che ospitavano i contadini al servizio della famiglia, oltre che stalle e fienili per ospitare ed accudire il bestiame.

Al principio del Seicento il Parravicini, signore del luogo, trasformò una parte della cascina in un palazzo ricco di ampi saloni, statue e affreschi raffiguranti personaggi di scene bibliche; un grande porticato adornato con sottili colonne ed una grande cantina con soffitto a volta completano un'essenziale descrizione. Si ricorda anche la presenza di un torretta. questa dava al signor Parravicini un punto di osservazione privilegiato per il controllo dei suoi possedimenti, oltre che del lavoro dei contadini. Venne costruito anche un grande giardino all'italiana alle spalle del palazzo, oltre che una corte aperta verso i campi e verso la strada di accesso. L'ingresso principale alla villa era presidiato da due statue dell'Abbondanza soprannominate dai contadini Prüsin e Prüsìna.

Alla corte si poteva accedere tramite una stretta strada bianca che si inerpicava tra i campi, contornata da spinose siepi parallele. Ai lati della corte furono costruiti il granaio, dalla parte verso sud, e il torchio dalla parte opposta. Ai limiti della corte, di fronte al palazzo e oltre un cortile centrale, si situava invece il pozzo per l'acqua potabile.
Lungo un lato della cascina sorgeva la casa colonica con portici a fronte, prolungata alla fine dell'Ottocento fino ad abbracciare quasi interamente l'ampio cortile più a sud, per far posto a dei nuovi nuclei familiari. Nello stesso periodo vennero costruiti delle nuove stalle e, più in disparte, il forno per cuocere il pane.
Il palazzo ha subito aggiunte e ristrutturazioni nella parte verso mezzogiorno, sia per essere stato a lungo abbandonato, a seguito del susseguirsi delle varie pestilenze alla fine dell'Ottocento, sia per essere stato ospedale dei colerosi nella metà del medesimo secolo.

Una statua all'interno del giardino del palazzo

Questo palazzo fu oggetto di grandi rifacimenti nel suo interno al fine di poterne costituire vari appartamenti quando, dopo che i Parravicini decisero di vendere i loro possedimenti a Rimoldo dopo la Seconda guerra mondiale, i contadini acquistarono delle aree dell'ormai vecchio palazzo padronale. Questi lavori compromisero la struttura a tal punto che il suo interno collassò portando, alla sua demolizione qualche anno dopo, nel 1977. Abbattuto questo edificio, il territorio di questa frazione venne privato di un importante pezzo di storia, un elemento identitario di questa porzione di territorio Casatese.
La vita contadina, oramai a molti oggi sconosciuta, era scandita dalla luce del Sole, infatti la sveglia era all'alba e spesso i contadini tornavano a casa tardi, al calar delle tenebre.
Il ricordo di alcune tradizioni del territorio di Rimoldo e Valaperta, sono arrivate fino a noi grazie al libro "Di generazione in generazione: Valaperta e Rimoldo origini, storia, cultura, tradizioni" redatto dalla Parrocchia di San Carlo.
Prima, soprattutto per diffusione nel territorio brianzolo, è quella dell'allevamento dei bachi da seta, i così chiamati "cavalè" in dialetto locale.

L'allevamento del baco da seta consentiva un'entrata accessoria per il sostentamento della famiglia contadina. Sin dall'inizio del secolo scorso e fino alla fine della Seconda guerra mondiale, in tutte le cascine era uso molto diffuso adoperarsi in questa mansione per garantirsi un minimo di sostentamento.
Questa pratica necessitava di un'attenzione e di una premura costanti al fine di non comprometterne la produzione. L'allevamento iniziava verso la fine di aprile o l'inizio di maggio nelle case dei contadini. Nei locali abitati, la famiglia faceva spazio a delle enormi impalcature a vari piani (scalùm) che sostenevano le tavole (tavul) di legno intrecciate con piccole canne di bambù. A Rimoldo questa pratica era molto diffusa e queste strutture venivano costruite con l'uso delle canne di bambú raccolte negli stagni circostanti il fiume Adda, precisamente nella zona di Brivio.
Il fattore della famiglia Parravicini distribuiva le uova o semi-bachi (sumenza) alle famiglie dei contadini, in rapporto a quante pertiche ciascuno di queste coltivava nelle loro case.

Sopra i tavolati, disposti a castello, venivano sistemati dei fogli di carta bucati. I bachi, affamati, risalivano il foglio attraverso i piccoli fori: in questo modo era più facile tenere puliti i grati', ovvero le lettiere dove in pratica vivevano i bachi. La carta che si utilizzava era principalmente quella dei giornali; essendo il padrone l'unico che li leggeva, questo li custodiva gelosamente data la rarità della carta ed il suo grande valore per svolgere questo tipo di allevamento. Al momento della distribuzione dei bachi, li distribuiva alle varie famiglie nella quantità precisa di cui ne necessitavano, stando attento a non esagerare.
I locali presso i quali venivano allevati i bachi da seta dovevano essere ben asciutti e caldi, ad una temperatura costante di circa venti gradi centigradi, fino alla schiusa delle uova. Quest'ultima fase avveniva circa dopo una settimana dalla distribuzione delle uova; da allora era necessario concedere sempre più spazio in nutrimento a queste larve. Ciò che veniva loro dato come alimento era prevalentemente costituito dalle foglie dei tanti gelsi presenti nei boschi circostanti; le foglie di questi alberi venivano primati tritate, poi date intere alle piccole larve, badando che fossero sempre fresche e mai bagnate.

Dopo essersi nutriti per circa altri sette giorni, i banchi cadevano al primo livello del castello di bambù. Il periodo larvale del baco da seta è infatti cadenzato da un susseguirsi di momenti di vita attiva e momenti di riposo: in questa fase, ovvero quando i bachi da seta giacevano sulla cosiddetta ‘dorma', si curava attentamente la trasformazione della larva attraverso quattro mute della pelle, per le quali i bachi compiono uno sforzo non indifferente; per questo motivo, tra una muta e l'altra, passavano molto tempo a riposarsi e a rifocillarsi con gran voracità delle foglie di gelso.
Dopo le prime due mute, i contadini non potevano più convivere con le larve, ed erano obbligati a trasferirsi con la famiglia all'aperto, sotto i portici o nei locali angusti di servizio come la stalla o il fienile. La casa non era più abitabile per il grande rumore dei ‘bagatti' che mangiavano continuamente giorno e notte oltre che per insopportabile odore che queste emanavano. Per evitare di ammalarsi, era fondamentale una scrupolosa pulizia delle lettiere ed una buona areazione dei locali dove i bachi da seta trascorrevano questo ultimo periodo.
All'incirca verso la metà di giugno i bachi, lucidi e gialli, iniziavano a avvolgersi nel loro bozzolo. I contadini quindi si preparavano a costruire un "bosco", con arbusti e frasche prelevate delle radure vicino a Rimoldo e Valaperta, su cui le larve si arrampicavano per racchiudersi nel bozzolo (galèta).

Dopo poco più di una settimana che il baco aveva "cominciato a lavorare", si potevano sentire i bachi buoni cantare, ovvero lo sbattere delle baratte nei loro bozzoli, mentre quelli che cadevano sul fondo dell'0impalcatura di legno e bambù dovevano essere eliminati.
I bozzoli venivano raccolti in grandi i panni o in ceste di vimini e consegnati al fattore a Usmate, che, dopo averli pesati ne è giudicava la quantità. Dopo tanto lavoro premura e sacrifici, il compenso per il contadino era comunque molto esiguo. Le famiglie si impegnavano molto per produrre chilometri e chilometri di seta per le famiglie dei signori che in cambio non davano praticamente nulla in compenso.

Il giardino all'italiana

Altro momento di condivisione e tipico della vita contadina era lo spannocchiamento: una volta raccolte le pannocchie ed accatastare, le donne si sedevano attorno ai grandi mucchi di mais ed iniziavano a spannocchiarle. Questa operazione prevedeva che con un punteruolo di legno appositamente forgiato da rami di alcuni alberi dotati di una certa robustezza (come la martellina o il bosso), si incideva la parte superiore della pannocchia e si privava delle foglie, utili per costituire uno strato morbido per le stalle dei bovini. L'interno della pannocchia, accatasto a latere, veniva poi preparato o per la sgranatura a macchina (chiamando chi aveva l'attrezzatura apposite) oppure conservato come mangime per le galline. Questa operazione, di gruppo che richiedeva l'aiuto di tutte le famiglie e dei loro membri, era un momento di grande convivialità che veniva speso scambiandosi qualche racconto oppure per la recita del rosario, mentre i bambini godevano del permesso straordinario di non dover andare a letto presto, potendo continuare a giocare sino a quando i grandi avessero finito di spannocchiare.
Altro momento che scandiva la settimana lavorativa dei contadini di Rimoldo e Valaperta era la messa domenicale che veniva celebrata nella piccola chiesa dedicata a San Carlo. Solitamente veniva celebrata quando un sacerdote da Maresso si recava in cascina per celebrare; il sacerdote proveniva dalla odierna frazione missagliese perché all'epoca Rimoldo era inserita nella parrocchia di Maresso e si andava a piedi o in bicicletta o a messa o a catechismo presso tale l'oratorio vicino alla chiesa parrocchiale.

La chiesa di San Carlo

Eretta verso la metà del quindicesimo secolo dai Parravicini, la chiesa di San Carlo sorgeva a fianco del corpo principale della famiglia dei signori. Lo stile che la caratterizza è quello tipico del Seicento, ovvero quello della controriforma; fu dedicata al grande arcivescovo milanese, San Carlo, per le sue frequenti visite delle località brianzole.
I contadini del luogo potevano accedere alla chiesa dall'ingresso principale, laterale alla corte; i signori avevano invece un accesso privato che conduceva loro dall'interno del giardino sino ad una zona loro riservata all'interno della cappella, alla sinistra dell'altare.

Sull'antica torretta del palazzo, furono poste le campane, suonate solo in occasioni particolari come ad esempio la festa del patrono. Queste campane sin da inizio anni 60 diffondono saltuariamente il loro tintinnio da un campaniletto costruito sul tetto della chiesa. Dal 29 settembre del 1963, la chiesa di San Carlo di Rimoldo è divenuta parrocchiale, accogliendo i fedeli con la loro gioia e le loro speranze. Questo avvenimento coincise con l'arrivo del primo parroco, Don Carlo Mariani.
All'interno della chiesa erano racchiuse diverse tele, alcune di buone dimensioni e anche Di buona fattura, raffiguranti La condanna, la fragile azione e la crocifissione di Gesù, oltre che la Natività del patrono San Carlo. Tutte queste tele sono databili intorno alla seconda metà del seicento e oggi si possono osservare presso la chiesa parrocchiale di Valaperta, dopo un restauro.
Oggi la chiesa è stata oggetto di un grande restauro della struttura esterna grazie ad una lauta donazione anonima. È progetto condiviso quello di restaurarne anche l'interno al fine di poterla nuovamente utilizzare per particolari celebrazioni.

Colonna commemorativa del palazzo

Il ricordo popolare più forte di questo territorio è strettamente legato alla ricorrenza della patronale di San Carlo. Questa festa è ricordata per la sua grande semplicità: il parroco ed il coadiutore di Maresso raggiungevano la chiesetta dove recitavano la messa cantata; al termine della celebrazione si presentava abitualmente il ‘castagnaro' che mostrava la sua merce e, seppur in tempo di miseria, i contadini spendevano quel poco che avevano per cinque o dieci castagne lesse contate. Questa era la festa di allora: una messa cantata e qualche castagna.

A Rimoldo oggi ci sono pochi autoctoni; la frazione si sta invece popolando di molte famiglie straniere, trasformandosi in un quartiere che possiamo definire multietnico. Purtroppo però, non viene mantenuta alcuna tradizione, soprattutto perché sono state dimenticate dai più con il passare del tempo.
In questo modo abbiamo voluto ricordare la vita contadina e ciò che la caratterizzava di più nel nostro territorio, questo sperando che nessuno si dimentichi da dove veniamo e che, anzi, si trovi un modo per mantenere viva questa memoria.
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Rubrica a cura di Giovanni Pennati e Alessandro Vergani
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