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Scritto Venerdì 04 settembre 2020 alle 10:43

Faccio l'erogatore

Il lessico è una spia del pensiero. La sbornia del politically correct e della parità tra i generi ci ha ubriacato negli anni scorsi di improbabili declinazioni al femminile di qualifiche professionali: finché parliamo di sindache e ministre e avvocatesse può anche funzionare. Diventa risibile salutare a un convegno le gentili architette intervenute, ma se a loro piace le si chiamerà pure così, con sottintesi auspici di prosperosità.
Abbiamo imparato negli anni a edulcorare con eufemismi gli snodi ineludibili della vita, ragion per cui sulle epigrafi non c’è mai scritto che una persona è “morta”, guai a chiamare col loro nome le cose. Ma “è venuta meno all’effetto dei suoi cari”, “è mancata”, “è salita al Padre” e altre variazioni turistiche simili.
Gli spazzini si chiamano operatori ecologici, le commesse si chiamano assistenti alla vendita, i bidelli si chiamano personale ATA, i grafomani si chiamano blogger, le persone affette da handicap si chiamano diversamente abili.
La professione docente, tanto affascinante quanto vituperata, gode di un vasto spettro di declinazione, e ciascuna definizione è stata depositaria di una visione storica e pedagogica particolare della specificità docente. Chiamare in modo diverso alunni e docenti significa credere e mettere in atto una diversa idea di scuola.
C’è l’idea alimentare, del ragazzo che deve essere alimentato (“alunno” deriva dal verbo latino “alo”, appunto), con imbuto o senza lo decida pure la signora ministro.
Ne discende un termine ormai desueto a scuola ma molto utilizzato per esempio nelle realtà sportive o musicale che è quello di “allievo”, gravido della suggestione di un cammino di accudimento e maturazione del seme che ciascuno ha già dentro di sé. Definire l’insegnante un “allevatore” può produrre ironie a doppio senso, su di lui e sugli alunni, per quanto la sferza fosse uno strumento largamente utilizzato nelle scuole di un tempo.
C’è il binomio classico docente-discente, forse il più neutro dal punto di vista terminologico, con i due ruoli ingessati ciascuno al proprio posto: io alla cattedra e tu al banco. Monoposto, ovviamente. A un metro e più di distanza. Ricordo di aver giocato da preside in qualche mia prolusione all’anno scolastico sulla reciprocità di questo binomio, citando l’adagio latino “disco docendo”, che non è una compilation di musica dance ma il ribaltamento che ogni insegnante sperimenta quotidianamente, quando si accorge che anche lui impara mente insegna.
Insegnante, appunto: colui che mette un segno. Di professori che hanno lasciato un segno nella vita dei loro alunni ne ho conosciuti molti. Di tanti potrei dire che hanno lasciato lividi. Guardatevi da questi insegnanti che si credono guru e profeti, incapaci di cogliere la limitatezza del loro operato e la necessaria prudenza che ciascuno deve avere quando fa un lavoro come questo: non sono io a dover mettere un segno sugli studenti che mi sono affidati. Nemmeno a doverli indirizzare. Io li accompagno sulla loro strada, dissodo la terra, innaffio il seme che loro hanno dentro di sé, per aiutarli a germogliare, per il tempo che mi è dato di camminare con loro. Poi loro cresceranno. Punto.
Il termine studente porta con sé il valore della fatica, dello “studium” latino, dell’impegno. Anche questo varrà la pena non smarrirlo del tutto.
C’è l’idea artigiana del maestro, inteso così, mi raccomando, non nel senso rabbinico del messia, altrimenti ricadiamo nel fraintendimento degli insegnanti-guru di cui sopra. Io mi metto a fare un lavoro accanto a te, e tu mi guardi, e mi “rubi il mestiere”. Ti do un compito, magari, ma poi lo facciamo insieme, e ti svelo qualche trucco, poco alla volta, finché tu non diventi più bravo di me. Ho discepoli, non adepti. E io non provo invidia. Don Milani faceva così.
C’è l’idea socratica dell’insegnante come levatrice, come ostetrica, e il metodo principe di questo approccio maieutico è esattamente il dialogo.
Ci sono le idee della moderna pedagogia costruttivista dell’insegnante come scaffolder on demand, vale a dire “costruttore di impalcature (alla bisogna)”, per permettere all’alunno di erigere in sicurezza il proprio costrutto cognitivo. Ci sono le idee moderniste dell’insegnante come coach, che io non amo ma che hanno un loro perché.
E poi venne il COVID. E le linee guida per la DDI, che venne dopo la DAD, che portò il PIA che portò il PAI che al mercato mio padre comprò.
Per gli amanti degli acronimi DDI sta per “Didattica Digitale Integrata”, la DAD si sa, è la “Didattica a distanza” di cui ormai tutti sono esperti, il PIA è il “Piano di Integrazione degli Apprendimenti” e il PAI è il “Piano di Apprendimento Individualizzato”. Se piace, la scuola ha almeno una decina di altre sigle sulle quali un giorno magari ci divertiremo a celiare.
Dalle linee-guida della DDI ho appreso che la lista delle qualifiche della professione docente necessita di un aggiornamento, poiché in più passaggi il documento fa riferimento al complesso processo educativo come a una procedura di erogazione. Si erogano “le prestazioni lavorative e gli adempimenti del personale docente”, si fissino “criteri e modalità per erogare didattica digitale integrata”, la RAI erogherà contenuti didattici sui propri canali, la didattica potrà essere “erogata a domicilio”, il DL 22/2020 precisa per i presidi l’obbligo di organizzare “i tempi di erogazione” della didattica.
Capisco il burocratese, ma a casa mia l’erogatore è il distributore di cose. Il boccaglio da sub, volendo. Ma soprattutto il rubinetto dell’acqua, per esempio. O la “casetta del latte” in piazza. O le “macchinette del caffè” al lavoro. Una cosa dove vai a chiedere quel che ti serve, inserendo una moneta e schiacciando il bottone: voglio quindi pago, pago quindi ottengo quello che voglio. Nel caso, se non ottengo, posso prendere a calci l’erogatore. O a male parole, eventualmente.
Mi accorgo di essere rimasto indietro, perché in effetti non ho mai pensato agli insegnanti come a degli erogatori, e mi sto chiedendo dove si debba loro infilare la moneta. E come risponderebbe don Milani, anche.
Stefano Motta
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