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Scritto Lunedì 12 ottobre 2020 alle 12:31

La vera politica ha bisogno dell'utopia?

Vorrei condividere con chiunque voglia farlo alcune considerazioni sulla trasmissione che qualche giorno fa è andata in onda su una emittente televisiva. L'iniziale forma di intervista ha poi di fatto finito con l'evidenziare due modi di concepire e praticare la politica : quello del “realismo” di uno degli intervistatori, Andrea Scanzi e quello “idealista” dell'intervistato, Alessandro Di Battista.
Al di là del fatto specifico mi sembra sia importante assumerne lo spunto a valenza più generale perché permette, a mio parere, di cercare di cogliere un aspetto fondamentale della visione che dovrebbe qualificare il fare politica (quella con la P maiuscola) e perciò stesso rivestire un particolare significato per quella che viene definita la convivenza civile.
Senza volergli girare troppo attorno e ben al di là di qualsivoglia lente di convenienza o appartenenza politica : chi ha assistito al crescente incalzare del giornalista/opinionista nei confronti del noto pentastellato (definito da certa stampa in odore di presunto “ribellismo”) con la sostanziale accusa perlomeno di ingenuità se non di irrealistico velleitarismo. Il tutto anche con toni accesi e addirittura un po' arroganti quasi da fratello maggiore, vista la dichiarata amicizia tra i due.
Il tema, come spesso si sente quando si parla di politica, era in sostanza quello attorno ai mezzi (alleanze possibili) più congrui e realistici per arrivare ai fini condivisi all'interno del proprio gruppo politico senza romperne l'unità e tenendo conto della situazione data, come anche dell'apparente contraddittorietà nel voler perseguire improduttivi percorsi alternativi che sappiano produrre effetti positivi a breve.
Insomma la solita riproposizione del concetto base della “politica come arte del possibile”.
A parte le argomentate risposte di Di Battista che mi sono sembrate in gran parte pertinenti e convincenti non trovo giusto ne utile ricorrere da parte di vari osservatori ed analisti sempre e solo a presunti parametri di “produttività” e di mal interpretate esigenze di concretezza, quasi che la politica (ripeto, quella con la P maiuscola) debba  essere sempre misurata sul consenso immediato, anche a scapito del rischio della non coerenza delle visioni sottese.
La giusta cultura del compromesso sulle singole scelte dettate dal continuo tentativo di  composizione delle differenze tra forze diverse può o no far rischiare di smarrire la propria originale scala valoriale di riferimento, soprattutto quando si ipotizza un'alleanza strutturale e non solo programmatica ?
Per fare un esempio comprensibile attinente all'attuale pseudo alleanza 5 Stelle/PD : se i primi hanno nel proprio DNA una visione strutturalmente critica del Mercato e delle sue regole (come anche di quelle dell'attuale Comunità Europea) come si potranno sposare con una visione opposta da parte dei secondi ? Potrebbe bastare la sola convergenza su alcune modifiche temporanee intraprese dalla CE, quasi esclusivamente indotte dalla contingentata crisi pandemica ? Come tutti ci auguriamo, terminata questa, si accetterà supinamente, nei fatti e non nei proclami, un ritorno alla politiche d'austerità e dettate dalle sole esigenze di bilancio e di stabilità monetaria ? Lo spread e il fiscal compact, come del resto la legittimazione pratica dei paradisi fiscali ed le condizionalità gravanti sui Paesi membri più deboli (e relativi “compiti a casa”) ritorneranno impunemente a dettare legge ? Come anche, sia sul piano interno che estero, si continuerà una effettiva lotta alle diseguaglianze che non si pieghi all'accusa infondata di “assistenzialismo” ( tipo reddito di cittadinanza, pur perfettibile), che va così di moda nei piani alti della società, ma sappia invece “prelevare” risorse, con un fisco più equo  soprattutto da chi ha di più, destinandole in particolare alla creazione di posti di lavoro di qualità ? E come saranno concretamente indirizzati i copiosi fondi europei se non si darà effettivamente corso ad una svolta ecologista ?
Risiedono, perlomeno a mio parere, in questo genere di cose i maggiori dubbi rispetto ai possibili comportamenti che possano differenziare le due forze oggi collaboranti, al di là dei loro attuali rispettivi limiti. E sarà soprattutto su questi indicatori che si dovrà realmente misurare il loro grado di coerenza.
Ecco perché ben venga la radicalità alla Di Battista che riduce i rischi, sempre insinuanti, di ricadere nella palude omologativa alle prassi correnti ed ai pensieri unici dominanti.
Sull'altro parametro che spesso viene invocato dalla cosiddetta cultura politica benpensante che considera la gradualità, oltre al realismo, come l'altro elemento indispensabile per innescare consolidati miglioramenti sociali, non posso non fare riferimento ad una frase di dom Pedro Casaldaliga, profetico vescovo brasiliano recentemente scomparso : “Saper aspettare, ma sapendo allo stesso tempo forzare l'ora di quell'urgenza che non permette più di aspettare”.
Infine, per tornare al tema sollevato da Scanzi : Il coraggio dell'impopolarità che cerca di superare l'attuale “ortodossia” politica porterà più o meno consenso ( ben oltre le convenienze del momento e dei presunti misuratori di “realismo politico”) se si riuscirà a far comprendere all'opinione pubblica che tornare alla vecchia “normalità” non porterà alla soluzione dei problemi, proprio perché era quella “normalità” a produrli ?
E, se non ora, quando seriamente provarci ?
Germano Bosisio
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