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Scritto Domenica 18 ottobre 2020 alle 17:20

Viaggio in Brianza/2: la chiesa di S.Faustino e Giovita, custode di un venerato crocifisso

Nel mezzo dei campi brianzoli, che ad ogni stagione cambiano il loro colore, troviamo - circondata da una manciata di case - la parrocchia dei Santi Faustino e Giovita. Siamo a Maresso di Missaglia e questa chiesa, apparentemente anonima e che si può confondere tra le altre della zona, custodisce un crocifisso molto adorato dalla popolazione di tutta la Brianza per le testimoniate grazie che ha concesso. E' lei la protagonista della seconda puntata della rubrica ''Viaggio in Brianza''.

La chiesa dei Santi Faustino e Giovita


UN PO' DI STORIA
Le prime informazioni che riguardano la chiesa di Maresso risalgono alla fine del dodicesimo secolo, mediante degli atti che ritenevano tale edificio sottoposto alla protezione della Santa Sede e quindi debitrice nei confronti del Vaticano.
Verso la metà del quindicesimo secolo il prevosto di Missaglia, don Antonio d'Adda di Cavallino, data la scarsa popolazione di Maresso che contava solo cinque fuochi, ovvero cinque nuclei familiari, si prodigò per aggregare la comunità alla sua chiesa, così da poterne garantire la celebrazione delle messe. In realtà, dietro a questo intento evidentemente benefico per le anime maressesi, vi era un secondo fine. La chiesa di Maresso vantava delle rendite dovute all'affitto di alcuni campi di sua proprietà, che ne permettevano il sostentamento. Essendo la cappella di Maresso alle dipendenze della chiesa di San Vittore di Missaglia, solo quest'ultima divenne la legittima proprietaria dei terreni, riuscendo così a guadagnarne la rendita da quel momento in poi. Nel corso dei secoli si è tentato in vari modi di riottenere quei terreni, ma anche in occasione della fondazione della parrocchia, nel 1605, non si ebbe alcun risultato: i benefici vennero sempre diretti alla chiesa di Missaglia.

A metà del Settecento, la comunità interviene nella ristrutturazione della piccola cappella di Maresso in collaborazione con la una famiglia locale, come ci ha confermato Italo Allegri, scrittore del testo "La chiesa dei Santi Faustino e Giovita e il Venerato Crocifisso di Maresso", edito dalla Comunità Pastorale Maria Santissima Regina dei Martiri. ''I Casati hanno finanziato la costruzione della chiesa, mentre l'intitolazione a Faustino e Giovita è probabilmente da collegare alla presenza di un altare dedicato a questi due santi nel monastero benedettino di San Pietro a Civate, proprietario di fondi a Maresso verso la metà del secolo dodicesimo". I lavori di ampliamento portano alla costruzione di una chiesa di contenute dimensioni.
All'inizio dell'Ottocento, Giovanni Battista Piatti, fornaio milanese, acquista l'ottanta percento del territorio di Maresso rendendosi conto della povertà di quel territorio e desideroso di renderlo migliore. Durante gli anni strinse un forte legame col parroco maressese, legame che onorò nel suo testamento devolvendo un considerevole quantitativo di denaro per la costruzione di una nuova chiesa; nel testamento viene riportato il fatto che lo stesso Piatti volesse disegnare il progetto per la parrocchia, cosa che però non riuscì a fare.

Il negoziante milanese Giovanni Battista Piatti scrive il testamento di suo pugno il 3 agosto 1836 nominando come suo erede universale l'orfanotrofio maschile di Milano. L'ente avrebbe dovuto versare alla parrocchia di Maresso 50.000 lire austriache per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale secondo il suo disegno oppure in accordo tra i rappresentanti legali dell'orfanotrofio milanese ed il parroco pro tempore di Maresso. Il Piatti doveva infatti disporre di grandi conoscenze architettoniche ingegneristiche, oppure pensava ad un semplice abbozzo di una sua idea poi da sviluppare. 
Il benefattore si pensa che abbia manifestato la propria volontà al parroco di Maresso, don Bartolomeo Conti. È comunque opinione del parroco Cimbardi, successore del Conti come parroco di Marasso, che il testatore: "dispose di fare una nuova chiesa perché vide l'angustia dell'attuale e con un bel bisogno di togliere tanta indecenza", consapevolezza però maturata durante la reggenza del precedente parroco.

Come ulteriore clausola nel testamento, il Piatti impose che la progettazione della nuova chiesa si sarebbe dovuta svolgere entro tre anni dalla sua morte. Per questo motivo venne immediatamente incaricato l'ingegner Francesco Medici per la stesura del progetto della chiesa. Il frutto del lavoro dell'ingegnere fu un disegno eccessivamente costoso, perché superava la disponibilità economica concessa dal Piatti, perciò si diede incarico all'Ingegner Luigi Teveggia per una soluzione più semplice che rientrasse nei battenti di costo.
La nuova chiesa progettata dal Taveggia è ufficialmente aperta il culto con la benedizione del prevosto di Missaglia, Franceso Gravaglia, il 13 agosto 1843.


LA CHIESA OGGI: l'esterno
La chiesa parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita, come l'ammiriamo oggi, è frutto di due radicali interventi: il primo, che ha portato alla costruzione del nuovo luogo di culto tra gli anni 1841 e 1843 avanzando l'abside verso ovest (verso il sagrato per intenderci) di 7 metri, costituendo uno spazio tutt'ora presente dietro l'altare maggiore. Il successivo risale agli anni Venti del Novecento con il prolungamento di 11 metri dell'unica navata; quest'ultimo intervento non lasciò segno con modifiche stilistiche, rispettando quello neoclassico preesistente.
La chiesa è caratterizzata dall'elegante pronao ionico a quattro colonne reggenti il timpano e due lesene (colonne decorative in bassorilievo sulla parete) addossate alla facciata, in corrispondenza delle colonne esterne. La navata è delimitata esternamente, sui lati da due lesene sovrapposte, mentre altre due esterne sono poste in corrispondenza dei lati estremi delle cappelle. Al centro di ciascun settore a fianco del pronao, due nicchie contenenti: a sinistra il vescovo Sant'Ambrogio benedicente con le tre dita aperte della mano destra, mentre con la sinistra sorregge il libro appoggiata sul petto; a destra San Carlo Borromeo benedicente con le insegne episcopali.

Uno spiacevole avvenimento storico, che ebbe come oggetto proprio la chiesa di Maresso, fu il furto delle campane. Infatti il 23 aprile 1942 ne venne sancita con decreto la rimozione forzata per convertire i sacri bronzi in armi da offesa. 
Come viene riportato dalle cronache di allora, mentre le squadre di operai tecnici iniziarono la manovra per far scendere le campane: "il popolo assisteva e si leggeva sul volto di tutti un dolore quasi fosse un lutto di famiglia. Alcuni piangevano a dirotto ed il tempo sembrava diluviasse. Per l'ultima volta il parroco volle che le campane suonassero a festa e poi per alcuni minuti, da morto. Sembrava che le campane sì rianimassero e con la loro voce dolorosa piangessero sopra sé stesse". Solo nel 1955 il campanile riacquisì il completo concerto di campane; medesimo anno in cui si volle anche procedere alla costruzione di un sopralzo per il campanile, al fine di rendere più visibile l'orologio nei dintorni.


LA CHIESA OGGI: l'interno
All'interno la chiesa è caratterizzata da una sola navata, conclusa dal presbiterio. Gli spazi laterali presentano, per quanto riguarda il versante settentrionale (a sinistra): la cappella del fonte battesimale, la cappella di San Giuseppe e la cappella della Beata Vergine del Rosario. Sul versante meridionale (a destra), invece, procedendo sempre verso il presbiterio, si hanno la cappella del Sacro Cuore e, in seguito, la cappella del Santo Crocifisso.


IL CICLO PITTORICO NEL PRESBITERIO
Nella parte volta a settentrione, a sinistra del presbiterio, il grande riquadro propone la parabola del figliol prodigo narrata dall'evangelista Luca nell'atto di lasciare il padre con la propria parte di eredità. Il padre raffigurato è anziano con barba folta e lunga, capelli bianchi ed indossa la tunica verde coperta da un mantello marrone. Il braccio sinistro è posto sopra una della sedia il destro, invece, e disteso verso il figlio nell'atto di chi sta parlando e benedice nel segno della trinità. Innanzi a lui, il giovane figlio con i piedi calzanti i sandali sulla nuda terra: ad un gradino più basso del padre, come raffigurare il fatto che si trovi già al di fuori della casa, pronto a partire. Il corpo è leggermente reclinato verso il genitore nell'atteggiamento di chi sta interloquendo, con la mano sinistra tiene il sacchetto della rivendicata eredità, rigonfio di denari; il braccio destro invece disteso nella direzione opposta e l'indice esteso, indicando la via che intende intraprendere, ossia allontanarsi consapevolmente dalla casa paterna.

Alla scena del riquadro qui descritto, se ne contrappone uno di pari dimensioni sulla parete opposta, nella quale è rappresentata la stessa parabola del figlio prodigo, qui però nella sua conclusione, ovvero il figlio ritrovato. Protagonisti in primo piano il padre ed il figlio nel momento che precede l'abbraccio e suggella l'incontro di chi non si vede da molto tempo. Il clima che caratterizza questa scena è quello della festa: tavola imbandita fiori alla finestra, è una giornata luminosa, con il cielo terso solcato da una sola piccola nuvola. Lo stupore che provano gli spettatori a questa scena rappresentati sullo sfondo e l'accoglienza del padre, rendono ancor più chiaro la contrapposta espressione di pentimento del figlio prostrato di fronte al padre.
Le due rappresentazioni sono in chiara connessione tra di loro, ma fanno comprendere lo stretto legame che c'è fra misericordia e festa. Innanzitutto la disposizione: il versante settentrionale è quello più freddo, del buio, condizioni che metaforicamente ben interpretano il sentimento del dolore, mentre il versante meridionale è il più caldo, della luce, situazioni che ben si identificano invece con il sentimento della gioia di un figlio ritrovato.


LA CAPPELLA DELLA FONTE BATTESIMALE
Può sfuggire il piccolo vano che sta a sinistra dell'ingresso sul lato settentrionale; al centro della cappella è posto il fonte battesimale di forma esagonale, costruito in marmo rosso, contenente il bacile circolare in rame.
Il ciclo pittorico presente nella cappella del fonte battesimale si compone di due dipinti, uno a destra ed uno a sinistra della fonte marmorea. Nella parete di sinistra viene raffigurata la scena della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre: in primo piano i due protagonisti, puniti per la loro trasgressione, sono accompagnati lungo il sentiero fuori dall'Eden da un cherubino con atteggiamento deciso, brandendo solo una spada impugnata con la mano destra. Coprono le loro nudità con pelli, perché l'uomo e la donna ora non si accettano più come creature.
Alla scena sopra descritta, si contrappone quella riprodotta sulla parete destra, ovvero la Natività di Gesù. Occupa la centralità della raffigurazione il bambinello aureolato adagiato su un panno bianco postp sopra il giaciglio di paglia. Dietro di lui Maria tiene teso il panno ai due angoli nell'atteggiamento di permette di vedere il figlio appena nato. Innanzi a Gesù due pastori assorti in preghiera, di cui, quello in primo piano con il bastone adagiato sul pavimento, dai tratti tipicamente brianzoli, non nasconde il suo stupore davanti al bambino.


LE PROBABILI ORIGNI DEL CROCIFISSO DI MARESSO
"La scelta della chiesa parrocchiale di Maresso a cui inviare il crocifisso scaturisce, a mio parere, dei legami amicali coltivati nel corso degli anni da Monsignor Francesco Maria Rossi con don Luigi Lozza al tempo parroco di San Biagio a Galgiana, e don Agostino Acquistapace di San Michele di Nava, fin dai tempi del seminario, consolidati poi nell'esercizio del ministero sacerdotale non che favorite dalle circostanze. Infatti, il parroco di Maresso don Alessandro Bollati (1865-1899,) che riceve il Crocifisso in dono da Monsignor Rossi il 20 dicembre 1869, è stato per anni coadiutore in San Michele di Nava". Questa è ciò che afferma Italo Allegri come possibile ragione dell'arrivo del crocifisso a Maresso. Ma volendoci addentare di più nella sua storia è giusto fare un passo indietro.
Sulla lettera nella quale Monsignor Francesco Maria Rossi racconta il progredire dei lavori di restauro alla basilica di Sant'Ambrogio scrive: "una crocifissione era pure sospesa sopra l'archetto che metteva dalla navata sinistra alla sagrestia, composta di una colossale figura di Cristo affissa al tronco e dalle statue laterali della Maddalena e di San Giovanni. Anche di questo gruppo ci siamo occupati, massime che la figura del redentore, la faccia soprattutto, è eminentemente pietosa. Ora il tutto ripulito, almeno provvisoriamente, fu collocato in un vano laterale dell'ultima cappella destra, e vi si presenta in un buon aspetto". Questo è l'unico accenno ai manufatti presenti nella basilica di Sant'Ambrogio: non ce ne sono stati altri espliciti rintracciati dall'autore Allegri.

Secondo le indicazioni qui descritte da Monsignor Rossi, possiamo presumere che il crocifisso e le due statue lignee trovavano posto nell'attuale prima cappella che si incrocia entrando nella chiesa di Sant'Ambrogio dalla facciata navale di sinistra rivolta verso nord. Oggi in questa cappella è presente un moderno fonte battesimale, mentre la parete frontale e dominata da un affresco del Borgognone raffigurante Cristo risorto fra due angeli. 


LA CAPPELLA DEDICATA AL CROCIFISSO ED IL SUO CICLO PITTORICO
La cappella odierna nel quale è riposto il trittico ligneo, e situata sul versante meridionale, contrapposta a quella della beata vergine del Rosario, precedente il presbiterio. È la prima realizzata dopo la costruzione della nuova chiesa Grazie il contributo di Giovanni Battista Piatti, per mezzo dell'orfanotrofio maschile di Milano.
Massimiliano o Massimo Gallelli frequenta l'Accademia milanesi di Brera allievo di Bartolomeo Giuliano e Raffaele Casnedi. Vincitore del concorso Ferrari per il pensionato a Roma, si trasferisce nella capitale, dove collabora con Cesare Maccari. Dal 1910 e il 1924 assume l'incarico di vice presidente dell'Accademia di pittura e scultura di Nizza. In quest'arco temporale si inserisce l'esecuzione delle tre medaglie nella chiesa di Maresso, lavoro per i quali non sono stati rintracciati riscontri. Oggi però non è più possibile vedere nella cappella i dipinti di Gallelli, dato che sono stati ricoperti da un dipinto successivo per mano di Ernesto Bergagna; nonostante ciò, è stato possibile essere consapevoli degli originali dipinti, grazie a delle foto di archivio probabilmente scattate poco prima dell'inizio dei lavori di Bergagna.

Gallelli dipinse nel riquadro sulla parete a sinistra, volta ad occidente, Gesù nell'Orto degli Ulivi. In questo quadro è raffigurato Cristo inginocchiato, capo aureolato, capelli lunghi e fluenti sulle spalle e barba alla nazzarena. La mano sinistra appoggiata al petto e la testa sollevata verso l'angelo, aperta, tesa quasi ad allontanare il calice della passione che gli sta porgendo. Il volto trasuda angoscia mortale che pervade Gesù. Dinanzi a lui grande angelo avvolto in candida e vesti, ali enormi, il volto di un giovane con i capelli lunghi e lo sguardo orientato verso il cielo mentre solleva il calice del sacrificio. Il contesto è quello del giardino dove la vegetazione fa da sfondo, ma non si intravedono persone, a rimarcare la solitudine Gesù.
Il quadro contrapposto a questo, sulla parete di destra, propone la scena di Gesù che incontra le pie donne mentre sale il calvario. Queste occupano il primo piano sul lato destro della rappresentazione e manifestano il loro dolore nell'atteggiamento: sono inginocchiate, oranti, con i visi contristati, mentre una quarta persona sta con il viso e le braccia prostrate a terra per sottrarre lo sguardo all'orrenda scena che gli si presenta davanti. Gesù invece sullo sfondo carico della croce, sul capo aureolato la corona di spine, percorre la salita impervia che lo porta al Calvario.

Fu necessaria la ristrutturazione della chiesa parrocchiale negli anni 1961-62 per il manifestarsi di chiazze di umidità prodotte dalle infiltrazioni d'acqua, che sbiadiscono i dipinti a tal punto da renderli ormai illeggibili. "Date le continue infiltrazioni di acqua all'interno della Chiesa i muri presentavano molte macchie di umidità ed in parecchie parti anche la pittura era scomparsa" viene redatto nel diario del parroco di allora. Nell'inverno tra il 1961 e il 1962, si procedette al restauro di tutto l'interno della chiesa. La decorazione dell'intera chiesa venne affidata a Muttoni di Oggiono. "Si prese l'occasione per cambiare i quadri dell'altare del Santo crocifisso che erano stati dipinti dal pittore Gallelli di Cremona nel 1913" dicono le fonti citate da Italo Allegri nel suo testo.
Sulla parete destra della cappella è rappresentata la presentazione di Gesù al Tempio, inclusa in un quadro definito nella cornice in gesso, che si sovrappone all'incontro delle pie donne compiuto dal Gallelli. Ora troviamo al centro Gesù bambino vestito con una tunica bianca, il capo avvolto nell'aureola come simbolo della sua santità. Seduto con le braccia aperte, e sottoposto ai raggi dello spirito, mentre le mani della madre lo sorreggono nel passaggio dalle mani della stessa a quelli del sacerdote che lo riceve. Il volto di Maria aureolato e quello di una giovane fanciulla con lo sguardo intenso rivolto verso il bambino.
Nella parete contrapposta, sulla sinistra, viene ritratto nuovamente Gesù nell'orto degli ulivi, per mano del Bergagna. Caratterizzato dai colori cupi che centrano la drammaticità del momento rappresentato si trova in primo piano Gesù inginocchiato con le mani giunte. Il suo volto è contornato da una aureola ed il suo sguardo è rivolto verso l'angelo, che gli porge il calice contornato da una pallida luce dove, alla sommità e i lati della coppa, alcune fiammelle delineano la sagoma della croce.


LA TRILOGIA DEL CROCIFISSO
Giovanni Angelo Del Maino apprende l'arte della scultura lignea tra le mura domestiche, il padre, Giacomo, abile intagliatore, trasmette a lui le stesse doti artistiche come all'altro suo figlio di nome Triburzio. In effetti non si dispone di una certificazione documentale che sancisca inequivocabilmente l'esecuzione della crocifissione di Maresso per lo scappello di tale Giovanni Angelo del Maino, tuttavia l'attribuzione a lui dell'opera da parte di un insigne studioso quale Marco Rossi e la condivisione la sua ipotesi da parte di altri esperti ci sprona ad avere un concreto sospetto.
I singoli manufatti sono modellati con la tecnica della scultura a tutto tondo, ovvero in forma tridimensionale, mentre la tecnica pittorica impiegata nella colorazione e la tempera proteica con aggiunta di olio, Impreziosita da durature e argentatura sulle superfici.

Il crocifisso è modellato attraverso un corpo magro scarno allungato, ben marcato sul tronco, soprattutto nella cassa toracica, dove si introdusse la disposizione delle costole. Il capo riverso verso il basso, inclinato sul lato destro, volto esamini, labbra leggermente aperte e occhi chiusi. Sul cranio è posta con l'aureola di spine realizzata in legno dipinta di rosso e dorata: "È il corpo di un Cristo inanimato che suscita sentimenti di compassione e pietà, ormai privo di qualsiasi capacità reattiva: non regge più il capo che lascia piegarsi verso il basso e le braccia allargate quasi a voler abbracciare l'intera umanità nel supremo gesto d'amore" lo descrive Allegri.

Ai lati del crocifisso viene completato il trittico ligneo probabilmente da Andrea da Milano, alias Andrea da Corbetta Alla destra di Cristo, in posizione eretta e frontale sta la beata vergine Maria con il volto rivolto verso il Salvatore. Il viso e il collo della vergine sono protetti dal soggolo: una striscia di tela o di velo che avvolge il collo fasciando il viso, elemento che appartiene all'abbigliamento femminile medievale e rinascimentale, e costituisce un componente integrante dell'abito monastico. Lo sguardo esprime dolore e mestizia, mentre il braccio che si allarga rispetto il corpo, manifesta con un gesto appariscente l'atteggiamento di chi si pone un interrogativo e non sa darsi pace per una fine tanto atroce a cui è sottoposto il figlio.
San Giovanni è collocato alla sinistra del Cristo, disposto in posizione eretta e frontale con il volto orientato verso il crocifisso e lo sguardo attonito, capelli folti e lunghi coprono il collo, la barba alla Nazarena, le mani giunte appoggiati sulla sommità del petto in atteggiamento orante. 

In questa chiesa e di fronte a questo crocifisso, abbiamo respirato un'aria di vera e propria storia, fatta sia di elementi materiali, come le mura della chiesa che sono mutate con il passare del tempo, ma anche di elementi spirituali, che vanno ben oltre alla religione cristiana. È infatti importante concepire come elementi rilevanti nella vita di questo edificio le persone che l'hanno attraversata, che l'hanno vissuta e che vi hanno trovato conforto e rifugio. Insomma che vi abbiano trovato pace per il proprio spirito anche semplicemente seduti su una panca ad ammirare la bellezza che lo circondava.
In conclusione vogliamo ringraziare coloro che ci hanno fornito le fonti, avendole costruite loro stessi. Si tratta di Italo Allegri, scrittore del testo citato precedentemente, oltre a Renato Galbusera e Dario Casiraghi che hanno collaborato e promosso la realizzazione del testo fornendoci anche interessanti curiosità.
Rubrica a cura di Giovanni Pennati e Alessandro Vergani
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