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Scritto Mercoledì 11 novembre 2020 alle 10:35

Temi in DAD

Oggi abbiamo "fatto il tema" con i miei studenti di quinta, come dicono loro, che "prova di verifica di produzione scritta in lingua italiana" è troppo lungo, come tutte le definizioni corrette. Del resto se il Governo riesce a scrivere ancora scuole "elementari" e scuole "medie" sui meme di chiarimento del DPCM chi sono io per esigere dai miei ragazzi una precisione formale inappuntabile?
"Ma è per farsi capire dalla ggente!", dirà qualcuno aduso all'arte di portare acqua al mulino del potere. Ma la forma è sostanza, e di sostanza a livello politico in questi frangenti ce n'è davvero poca.
Sto divagando, però. Dicevo: stamattina abbiamo fatto il tema. Mi piace usare il plurale perché è davvero un esercizio creativo condiviso, come tutto l'insegnamento dovrebbe sempre essere. Non io che trasmetto qualcosa in modo oracolare ma tutti noi che impariamo insieme. Per questo il tema nasce settimane prima, quando spiegando quella poesia di Ungaretti apparentemente così facile, di quando "Si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie", cogli nella classe una reazione diversa, e ti infili in quella breccia aperta nelle loro menti e nei loro cuori, e allora le foglie che cadono dagli alberi d'autunno sono le anime che si accalcano sul lido di Caronte "come d'autunno si levan le foglie / l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie", e capite insieme cosa vuol dire che la trincea era un inferno. E il tema nasce quando a casa tua prepari le tracce e raccogli materiali e provi tu a scrivere per primo quello che stai chiedendo ai tuoi allievi, per capire se ce la potranno fare.
E poi vive, il tema, mentre loro scrivono. Perché tu prendi un libro e passeggi in mezzo ai loro banchi, fingendo di essere assorto nella lettura del tuo tomo ma sbirciando le loro minute (traduco per la ggente: le "brutte copie"), offrendo un cenno di approvazione, di incoraggiamento, porgendo ascolto a qualche richiesta di chiarimento, concedendo l'autorizzazione a qualche volo pindarico, perché anche i ragazzi di diciott'anni spavaldi e incoscienti quando stanno scrivendo un tema ti chiedono: "Prof, ma secondo lei se scrivo questa cosa è troppo poetica?". Ho imparato con gli anni a non mettere le scarpe di cuoio coi tacchi (da uomo!) quando c'è il tema, perché passeggiando nel silenzio creativo dell'aula rimbombano come quelle di un ballerino di tip tap. Ho le mie Clarks morbidissime e silenziose, come Rocco Schiavone. Niente canna nelle labbra però, perché non fumo.
Ma sto divagando, però. Perché, anche se mi corre l'obbligo di consigliarla ai miei studenti, io non ho mai steso una scaletta in vita mia, quando facevo i temi. E sovente nemmeno ora che scrivo romanzi. Se questo mio procedere sia disfunzionale al risultato finale lo giudicano i lettori, e finora mi è andata bene, diciamo così. Dicevo: ho indossato le Clarks. Perché anche le lezioni da casa devono conservare una certa liturgia, di rispetto per gli studenti, di rispetto per gli scrittori che maneggio, e di rispetto per sé stessi.
Ma ho passeggiato con gli occhi e con la voce, non con i piedi. La griglia dell'applicazione con cui attraverso il pc facciamo lezione a distanza era aperta stamattina come tante finestre spalancate sulle case dei miei studenti, e io passeggiavo nei loro mondi, chi seduto al tavolo della cucina, chi in cameretta coi poster alle spalle di quando era stata una bambina e anche adesso che ha diciott'anni li ha lasciati appesi, chi con l'armadio aperto ("Chiudilo che si vede tutto". "Prof - mi scrive in privato - se lo chiudo c'è l'anta a specchio e si vede riflessa mia mamma che sta stirando. È a casa in cassa integrazione...", e in quei tre puntini io sento di doverle chiedere scusa per la mia battuta), chi con la merenda di fianco, che ti chiede: "Posso mangiarla?" come se fossimo dal vivo.
Perché siamo dal vivo.
È una passeggiata diversa la mia tra di loro, e la loro nel mio mondo, che ogni tanto lo capisco che sbirciano i titoli dei libri alle mie spalle, e mi dicono: "Quello lì l'ha letto anche mio padre!". "Leggilo anche tu", gli dico io, ed è un modo diverso per crescere insieme.
Occorrono coraggio e misura per fare scuola così. Quello che può sembrare un filtro, un muro, è anche una finestra. Lo schermo che ci allontana fa anche da lente, e ingrandisce non solo il nostro primo piano, ma la nostra vita reale, concreta, domestica.
A vederli tutti così, nelle finestre affiancate, sembra di affacciarsi su uno dei casermoni dell'architettura comunista, o peggio.
Ho attivato la funzione "antiplagio" sui testi che mi restituiranno attraverso l'applicazione che stiamo usando, così che il sistema mi aiuti in modo automatico a scremare le parti del testo che hanno incorporato troppo pedissequamente ("hanno copiato paro paro", per la ggente) dal web, perché non si sa mai. Ma mi accorgo che il modo più verosimile di lavorare è questo: noi chiediamo ai nostri alunni a scuola di avere tutto in mente, gli impediamo di confrontarsi tra loro, di scambiarsi idee (leggi: "copiare"), di fare ricerche su altri strumenti di consultazione per assicurarsi di un dato che al momento è sfuggente, ma noi a casa non lavoriamo così. Consultiamo, controlliamo, telefoniamo, merendiamo, ci confrontiamo con altri, collaboriamo, lavoriamo in team. E alla fine produciamo la nostra relazione, se dobbiamo scrivere qualcosa. Cosa vuol dire allora valutare in maniera "autentica" i miei studenti? Perché la scuola considera "trucchi" quelle abilità che invece il mondo del lavoro considera valori? La capacità di accedere alle fonti, di discernere le informazioni e di utilizzarle in modo funzionale, la capacità di lavorare in team, il coraggio di pensare diversamente, di far fruttare il cosiddetto "pensiero laterale"? 
Il mantra che precede ogni verifica in aula è la parola "via". Via dal banco i libri, via i fogli, via gli astucci, via i telefoni, ovviamente, via anche le cose da sotto il banco, via tutto. A meno che non si faccia come qualche insegnante disturbata che ha preteso che gli alunni si bendassero gli occhi durante una videointerrogazione per scongiurare la possibilità che leggessero il monitor-gobbo, la DAD non ci permette di controllare questi aspetti: se così è, w la DAD.
Stefano Motta
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