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Scritto Martedì 24 novembre 2020 alle 09:09

Come anche noi...

Con il nuovo anno liturgico che andiamo a cominciare, siamo stati informati che la preghiera lasciataci dallo stesso Gesù – il Padre nostro – è stata “aggiornata” con una più precisa traduzione del testo originale. Per noi parrocchiani di Cassago, del resto, non si tratta di una novità perché è già da un po’ che usiamo questa versione, più aderente a quanto ci insegnò il Risorto sul come rivolgerci al Padre nostro che sta nei cieli. Mi preme però sottolineare un particolare che solo di recente ho notato.
Mi riferisco a quell’aggiunta in tema di debiti: “Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori…” eh sì, qui si tratta del perdonare! Cioè oltre a chiederlo al Padre, ecco che anche a me è richiesto di donare il perdono. Di togliere quella chiusura “naturale” al perdono, e quindi di dare ancora il saluto a coloro che, come si suol dire, “Quell lì el me la fada… e mi alura ghe parli pü insema: el vardi pü!”.
Insomma, affinché questa preghiera sia completa, consapevole e sincera dovremmo aggiungere – o meglio, per dirla tutta, testimoniare con la realtà – un pezzetto solo in apparenza semplice da portare a compimento, colmando così il suono opaco del silenzio, eliminando la barriera dell’indifferenza che ci separa dalla persona che ci ha offeso. Donando quindi pace anche a quel “lui” (o a quella “lei”) con cui abbiamo avuto questioni magari pesanti.
Facile a dirsi! Inserire quelle poche lettere “Come anche noi…” non è cosa da poco: il Padre nostro è infatti una preghiera che mi è sempre sembrata piena di mistero, difficile, faticosa, che solo a caro prezzo dà sapore e senso alla nostra esistenza. Del resto, sono parole in cui riconosciamo Dio come Padre, Gli diamo lode, ringraziamento, e soprattutto diciamo quel “sia fatta la Tua volontà” che spesso, troppo spesso, non capiamo o di cui, peggio, dubitiamo. È una preghiera di richiesta (“dacci” diciamo, all’imperativo!) di speranza (“Non abbandonarci…”, “Liberaci…”) e ora ci è chiesto addirittura di amare, di vincere l’insidia dell’inutile rancore liberandocene donando il perdono.
Non sono mica sicuro di essere capace… perdonare, chiedere perdono, trovare la consapevolezza di aver sbagliato e di aver ceduto alla crudeltà del rancore; il perdono è un paradosso spigoloso, un agire duro e costoso, una contraddizione stagnante, orgogliosa, difficile da spiegare… o almeno lo è per me anche se ne comprendo il significato di profonda bontà. Che dire…. speriamo di essere capaci, di non ripetere queste parole come in una filastrocca ma pronunciando, per quanto umanamente possibile, parole di verità.
Mi permetto quindi di accennare a un fatto cui ho assistito: c’era un medico che visitava un ammalato e alla fine – silenzioso, abbassando gli occhi – ha come stretto le labbra. Facile capire che il responso della visita era di gravità estrema. Allora è stata la persona sofferente ad afferrare la mano del medico dicendo: “Se sto per morire pazienza; del male non ne ho fatto e se ne ho ricevuto ho perdonato … spiritualmente sono pronto!”. Ho visto con i miei occhi un corpo che si spegneva e una fiamma dello Spirito che incredibilmente in quello stesso corpo ardeva feconda, libera da ogni rancore, soprattutto con sincerità.
Allora, Signore… d’accordo, ci sto: rimetti a noi i nostri debiti “Come anche noi” li rimettiamo ai nostri debitori. Riuscire non so, ma provarci posso di sicuro; se poi mi aiuti tu… ce la faccio.
Benvenuto Perego
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