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Scritto Domenica 13 dicembre 2020 alle 11:36

Buon onomastico Lucia!

Eliseo Sala, Lucia Mondella che guarda dalla finestra
se ritorna il suo fidanzato nel giorno stabilito per le nozze, 1843
All’inizio faceva “Zarella” di cognome. Che i vecchi che ancora masticano i nostri dialetti mi dicevano alludere in qualche modo a una persona svampita, un’ochetta vanesia.
Si era tra il 1821 – la data di nascita del romanzo è il 24 aprile, scritta in alto a destra sul foglio a protocollo diviso in due colonne sul quale Manzoni aveva incominciato a scrivere, di getto, il primo capitolo, “Il curato di -----” – e il romanzo finì nel 1823.
Gli amici che se lo scambiavano per la lettura lo avevano battezzato nelle loro lettere il “Fermo e Lucia”, e così noi oggi lo ricordiamo, con un titolo che non è vergato dall’autore. Romanzo autonomo, non semplice “brutta copia” dei “Promessi Sposi”.
Poi venne il 1827, e l’edizione del ’40-42, e Fermo Spolino si mosse, su e giù per la Lombardia, e divenne Lorenzo Tramaglino, “Renzo”, perché l’amore e la confidenza danno soprannomi. E Lucia Zarella divenne “Mondella”.
Che non c’entra niente con la sua purezza virginale da madonnina infilzata. Primo perché la stessa definizione che la inchioda a questa immaginetta asessuata è messa in bocca antifrasticamente a don Abbondio, e non vorrei qui indulgere a discutere del sex appeal di Lucia, ma ci sarà pure una ragione per cui don Rodrigo, che avrebbe potuto avere chiunque avesse voluto, si intestardì con lei, per amore più che per puntiglio, credo.
Secondo perché le pseudoetimologie sono spesso uno strumento pericoloso, e “mondella” non ha nulla a che vedere con la “munditia” latina, che sta ad indicare eleganza, raffinatezza, buongusto e purezza (il suo contrario è, appunto, “immondizia”). “Mondelle” sono le mondine, ma non del riso, dei bachi da seta. Le assassine che fumigavano i bachi per ucciderli prima che bucassero il bozzolo per uscire, rovinandone irrimediabilmente il filo. E poi, con le loro dita affusolate, nell’umidità penetrante delle filande, ne traevano il capo sottilissimo e svolgevano quel bene preziosissimo di seta.
Come “Tramaglino” è un cognome che indica il mestiere, così anche “Mondella” dunque.
E allora buttiamoci sul nome, che celebrare un’assassina non sta bene.
“Lucia” portatrice di luce, nella notte dell’innominato soprattutto, nei pensieri confusi e spacconi del suo Renzo, nelle trame nascoste della storia e della Storia.
E pure qui casca l’asino. Che basta mettere in fila i nomi dei personaggi principali del romanzo, quelli inventati da Manzoni non quelli realmente esistiti, per intravedere il disegno in filigrana.
Lucia, Agnese, Perpetua, Cecilia, Lorenzo, martiri dei primi secoli della cristianità, inseriti nel canone della Messa, che Manzoni frequentava con assiduità quotidiana.
“Martire”, dunque. Dal greco “martus” = testimone, secondo l’etimologia (corretta).
Se una luce porta, Lucia porta la luce del dubbio sul senso del dolore nella Storia. Se davvero, come Manzoni scriveva nella tragedia “Adelchi”, “a questo mondo non resta che far torto o patirlo”, o se invece esista una terza via, la via di Lucia, che  testimonia che “i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.”
Così si chiudono i “Promessi Sposi”, con una luce che non è rassegnazione.
Renzo è più vero, nella sua genuinità, Gertrude più affascinante nella sua terribile bellezza, l'innominato eroico nella sua altezza solitaria, fra Cristoforo molto credibile nel rovello delle passioni interne da governare, la madre di Cecilia indimenticata nella dignità della sua sofferenza, ma tu sei il motore di tutto: buon onomastico, Lucia.
Stefano Motta
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