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Scritto Lunedì 25 gennaio 2021 alle 17:06

Il secondo primo giorno di scuola

Oggi ho rivisto in carne e ossa, e tronco e gambe e piedi, i miei alunni che vedevo solo in viso – quando c’era la connessione – da due mesi.
Del loro viso oggi ho visto solo gli occhi, perché il sorriso era coperto per evidenti ragioni di prevenzione. Ma c’era, e l’ho capito.
Di questo secondo primo giorno di scuola mi è piaciuto svegliarmi presto al mattino, primo della casa. Il rumore del rasoio sulla pelle (che la DAD, oltre che essere una lunghissima barba, tollerava anche la barba lunga), il profumo del caffè alle 6.15, la cuillere alla base del nodo della cravatta (che la DAD tollerava la camicia aperta e il maglioncino a V), la borsa pesante di libri, il profumo sui polsi, guidare in Pedemontana svariati chilometri orari sopra il limite, il Monte Rosa di fronte a me, cantare Baglioni alla radio, la segretaria della scuola che mi apre il cancello automatico prima che io accenni coi fari, la sensazione di essere atteso, il profumo di pulito nei corridoi, il sapore del caffè della “macchinetta”, gli occhi dei miei alunni, il silenzio carico di attesa, l’assenza di polemiche, la voglia di fare.
Ho quarantacinque anni, ventidue di insegnamento alle spalle, e se dovessi darmi un giudizio direi: stai ancora imparando. Ogni tanto capisco che dovrei fare come quei professori che insegnano e se ne fregano. Se ne fregano delle opinioni degli altri e della riuscita degli studenti: l’importante è la materia. Ogni tanto mi dico che dovrei essere più materiale.
Ogni tanto mi dico che dovrei essere più duro, una specie di signorino Rottermeier della didattica, di Schwarzenegger della letteratura: io insegno per cinquanta minuti, voi ascoltate. Se capite, domani mi rigurgitate a memoria quello che ho detto. Se non capite è perché avete sbagliato scuola.
Ogni tanto mi dico che dovrei essere più Rambo.
Ogni tanto non apro nemmeno i libri, e passeggio tra loro recitando a memoria Keats, e Byron, e Petrarca, e d’Annunzio, e Thoreau: ogni tanto mi dico che dovrei essere più John Keating. Ma ho già fatto una volta la sua fine e non sempre repetita iuvant.
In questo secondo primo giorno di scuola mi sono detto che non mi sarei dato alcuna posa. Sono entrato in aula felice e muto. I miei studenti mascherati si sono seduti all’unisono e io sono passato tra loro, mascherato io pure, per salutarli uno per uno, con un cenno. È stato importante, per loro e per me. Passeggiare tra i banchi, guardarci davvero.
“Durerà?”, mi hanno chiesto.
Di questo secondo primo giorno di scuola mi è piaciuto che me lo abbiano chiesto, e capire che hanno voglia che duri davvero.
Stefano Motta
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