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Scritto Venerdì 29 gennaio 2021 alle 18:44

Il prete che accarezza i ragazzi

Da quando ho letto che la piattaforma Disney+ ha vietato ai bambini più piccoli “Dumbo”, “Peter Pan” e “Gli Aristogatti” ho incominciato a sentirmi un padre degenere, che sulle note di “Tutti quanti voglion fare jazz” ho fatto ballare i miei figli, a turno, anche se non si chiamavano Matisse, o Bizet. In “Dumbo” ci sarebbe una canzone offensiva contro gli schiavi afroamericani, Peter Pan ha osato definire “pellirosse” i componenti della tribù di Giglio Tigrato, mentre come ognun sa il gatto siamese pianista Shun Gon ha i denti sporgenti e gli occhi a mandorla, canta in un inglese abborracciato e suona il piano con le bacchette!
A questa pagina la compagnia spiega i criteri che l’hanno ispirata in questa operazione: https://storiesmatter.thewaltdisneycompany.com/.
Ho incominciato a farmi un serissimo esame di coscienza anche come docente e deciso perciò che dalle mie lezioni espungerò d’ora in poi le seguenti letture:
-    la novella “Rosso Malpelo” di Verga, poiché alimenta con i suoi giudizi sentenziosi nei confronti del protagonista lo stereotipo del fulvo infido: “Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; e aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone”. Del resto è risaputo che “ul püsé bun di russ l’ha tràa ‘l so pà ‘n del foss”. Traduco per non discriminare i non autoctoni: “il più buono dei rossi ha gettato suo padre nel fosso”. Oppure ci sarebbe il più goliardico “rusa de cavei, gulusa de **” per il quale invoco una moralistica autocensura;
-    “Dieci piccoli indiani”, di Agatha Christie, che in origine si intitolava “Ten Little Niggers”, titolo già cambiato ai tempi dell’uscita sul mercato americano per non offendere la sensibilità degli afroamericani. Di quella dei nativi invece non fregò niente a nessuno. Poi lo si mutò di nuovo in “And Then There Were None”, “E poi non rimase più nessuno”, ma in Italia rimangono gli indiani e quindi non si puote;
-    tutti i romanzi di Alexandre Dumas, dai “Tre Moschettieri” al “Conte di Montecristo” a “Robin Hood”, perché altrimenti dovrei spiegare chi erano i suoi “negri”. La tecnica compositiva di Dumas fu messa alla berlina dal pamphlet di Eugène de Mirecourt, che rivelò la schiera di collaboratori che allestivano capitoli interi, recuperando e collazionando materiali, e che poi Dumas si limitava a firmare e spacciare per suoi. “Ghostwriter” li chiameremmo oggi in modo politically correct. “Negri” li si definì, in modo più efficace;
-    “Pianto Antico”, di Giosuè Carducci, perché “sei ne la terra fredda, sei ne la terra negra” fa dodici mani alzate in aula a chiedere chi era negro?
-    “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, perché alimenta lo stereotipo del religioso pederasta. Del resto quando Agnese invia Menico da padre Cristoforo e gli chiede se ha capito di quale cappuccino stia parlando, Menico è preciso: “quello che ci accarezza sempre, noi altri ragazzi”. Orribile dictu! Poi in realtà don Rodrigo insinua però che lo stesso frate abbia una premura non limpidissima per la povera Lucia, e anche il conte zio lascia intendere al padre provinciale che fra Cristoforo agisca per carità pelosa. Peggio: pederasta da un lato, eterolibidinoso dall’altro!
Suggerirei anche alle major hollywoodiane di ridoppiare i film in cui compaiano degli italoamericani per risciacquarne l’accento in Arno, in Piave, in Grappa: è un’offesa alla lingua di Verga e Pirandello che Robert De Niro negli “Intoccabili” abbia quell’accento siciliano così marcato. Perché non potrebbe invece sentenziare: “Sei un mona, solo chiachiere e distintivo, ciò?”
Lo so che avete approcciato il pezzo convinti dal titolo che avrei rivelato qualche retroscena su un prete dai comportamenti chiacchierati. È la fregatura dei titoli, che vi ha fatto sorbire una rapida carrellata di storia della letteratura a centoni, un po’ comica, magari.
Mai comica quanto l’assurdo tentativo di appiattire tutto su una contemporaneità farisaica, schiacciando in modo acronico e acritico lo spessore storico della letteratura e dell’arte, sradicando le opere dai tempi di cui sono figlie e attualizzandole tutte in un presente che, se ha lo spessore di certi ragionamenti, è purtroppo molto sottile.
Stefano Motta
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