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Scritto Venerdì 19 febbraio 2021 alle 12:11

Ricordi e realtà

Fino a qualche anno fa, ai giorni della merla e al falò in cui – nell’ultimo giovedì di gennaio – si bruciava la “Vegia” (meglio nota in seguito come “Gibiana”), ne seguivano altri in cui si mescolavano tradizione e religiosità, forse perché “ai miei tempi” il materialismo era meno diffuso e c’era la semplicità del “Tiremm innanz!”. Tant’è vero che era proprio alla fine di gennaio che si celebravano le sante Quarant’ore in parrocchia, e sono rimaste memorabili quelle con i Padri di Rho che io, allora chierichetto, seguivo con non poco timore per l’incisività a volte dura delle loro parole.
Erano gli stessi giorni in cui con gli scarti della potatura (famoso il detto della vite al vignaiolo: “Fammi povera e ti farò ricco”) si accendevano nei campi i fuochi con cui si provava riscaldare i gelidi giorni della merla: in ogni cortile si bruciava “Ul malgascee” (in sostanza la “buccia” delle pannocchie) mentre i bambini facevano un gran fracasso con coperchi e pentole per far scappare la “Vegia”. Insomma, una festa in cui bruciare tutte le negatività condita da “Vin brulè” e qualche dolcetto nostrano. A Cassago ne è rimasta testimonianza grazie all’impegno del gruppo di Sajopp – mai fermo come una nube in cielo – che sino all’anno passato (e speriamo di nuovo dal prossimo) ha organizzato un appuntamento condito pure dal risotto alla luganega il cui falò credo abbia conquistato il primato brianzolo di altezza della catasta. Io, modestamente, mi tengo il merito di aver coniato (Pavese mi perdoni) il titolo per questa bella kermesse sotto il Mausoleo Visconti di Tremoncino: “La luna e il falò”.
Ma dopo gennaio arriva febbraio, e allora alé: il primo del mese era il giorno di Santa Brigida, compatrona del paese anche se personalmente non ricordo particolari emozioni di me bambino per questa ricorrenza, poi veniva il giorno 2 la “Candelora” (Presentazione del Signore al Tempio) cui seguiva il vero “Trittico religioso” del nostro decanato; San Biagio, protettore della gola (con benedizione e degustazione del panettone avanzato apposta a Natale) si festeggiava il 3 del mese in particolare a Galgiana; un giorno di pausa ed ecco che il 5 c’era la festa di Sant’Agata, protettrice delle donne (i particolari del suo martirio erano tabù: a me li dissero solo “da grande”) per cui c’era festa a Monticello, infine arrivava il 9 febbraio e a Viganò c’era la festa di Sant’Apollonia, con la fiera e la vendita dei deliziosi ravioli dolci (non per nulla la tradizione vuole che sia lei a proteggere dal mal di denti).
Su questa spiritualità semplice ci sarebbe tanto da dire, soprattutto per descrivere la commozione suscitata da ognuno di questi appuntamenti, cui andrebbe aggiunto il ricordo della prima apparizione della Beata Vergine a Lourdes, l’11 febbraio, giornata dell’ammalato. Lo dice un nonno che rimpiange con nostalgia e una punta d’orgoglio queste “feste” vissute sin dall’infanzia nell’innocenza attenta alla verità delle parole, alla partecipazione in spirito di comunità unita, alle gioie e ai comportamenti di quella gente umile ma tenace, povera ma onesta, silenziosa ma arguta che mi accompagnava ai molti appuntamenti tradizionali. Mi accostavo a quei giorni sentendo profumo di fiducia e di fede (e magari di un eventuale dolcetto) e ne ho nostalgia, anche perché ho l’impressione che oggi nel recuperare queste tradizioni – con spirito peraltro più che meritorio – ci si fermi comunque a una memoria che tralascia la spiritualità a favore del folklore, che è comunque qualcosa ma non è tutto. E allora risento il detto dei vecchi venerandi di quando ero bambino: “Non si dà importanza a quello che si ha sino a quando non lo si si perde”.
E a me ecco che sembra di essere diventato il capitano di una vecchia barca piena di falle rattoppate nel corso dei decenni, che adesso sta sempre ormeggiata e beccheggia sulle onde della bassa marea: il navigare nel bene e nel male sul mare della vita è ormai un ricordo. E sono preoccupato all’idea di poter perdere quanto contiene la stiva.
Quindi è più per natura che per scelta che rispolvero quei ricordi con la facilità con cui estraggo il fazzoletto dal taschino. A richiamarmi al dovere di scrollarmi di dosso ogni rammarico è la necessità di fare dei miei ricordi un dono per i nipoti – i veri miei gioielli – e anche per i loro genitori, perché la ricchezza della memoria è uno scrigno con dentro cose meravigliose: particolari, aneddoti, usanze, mondo contadino e religiosità popolare, il tutto stando bene attento alle domande curiose dei piccoli.
Fissando i loro visi paffuti dai pomelli rubicondi, che sprizzano buon umore e buona salute, inizio a raccontare loro quando – naturalmente a piedi – andavamo ai vari appuntamenti nei paesi vicini sentendo di compiere un doveroso pellegrinaggio da fare con tanta devozione. Mi pare di rivedere accanto a me, mentre racconto, coloro che tutto questo me l’hanno insegnato con l’esempio, accompagnando, suggerendo e trasmettendo queste devozioni, recitando il “Gloria”, dando la candela accesa da deporre davanti al santo o alla santa di quella particolare ricorrenza.
Allora è come se aprissi un vecchio atlante, o meglio uno spartito musicale che devo saper suonare con ritmo allegro e con brio tuffando me stesso e i miei cari in quelle note semplici ma capaci di generare l’amore fraterno, e senza ironia… “M’illumino d’immenso”. Così il mio trittico da sbiadito torna a splendere di colori vivaci con la tradizione nel cuore.
Benvenuto Perego
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