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Scritto Venerdì 19 marzo 2021 alle 10:44

Garbagnate: Stefania Piconi, infettivologa all’ospedale Manzoni racconta il Covid

“Io chiamo il Covid l’11 settembre della medicina: non si può restare indifferenti”. Con queste emblematiche parole Stefania Piconi, direttrice reparto malattie infettive Manzoni di Lecco, ha chiuso l’incontro che l’ha vista ospite del comune di Garbagnate Monastero, su invito di Santina Motta, per una serata informativa sui vaccini.
Arrivata a Lecco il 9 marzo 2020, la dottoressa si è subito trovata ad affrontare l’inaspettato: “È stata un’avventura intensa che speravamo finisse presto, anche se, al momento attuale, siamo nella stessa situazione in cui ci trovavamo un anno fa”. Stessa situazione con qualche conoscenza in più, dettata anche dall’esperienza: “L’infezione da Covid-19 è mortale, può diventare molto grave per alcuni soggetti. I pazienti particolarmente a rischio sono over 65, obesi, ipertesi e cardiopatici. Il virus è nuovo: il sistema immunitario non conosce il patogeno e ha bisogno di tempo per affrontare la risposta immune”.


A essere colpito, nell’infezione causata da Sars-CoV2, è un organo vitale come il polmone: “Attraverso la proteina spike, il virus infetta l’endotelio che ha una superficie, nel corpo, equivalente a un campo da calcio e riveste i nostri vasi fino alle estremità, alle periferie. Il Covid chiude i vasi partendo dalla periferia del polmone: ecco perché paziente non si accorge che respira male ed ecco perché quando dimettiamo i pazienti, chiediamo di tenere monitorata ancora la febbre e la saturazione”. Una volta superato il limite di compenso, però, occorre intervenire con la ventilazione invasiva. La scarsa ossigenazione, inoltre, si riflette anche sul sistema nervoso centrale, causando confusione e disorientamento. A questo si aggiunge il personale sanitario che, in ospedale, interagisce soltanto con abiti che mascherano il viso. Per un paziente, affrontare il Covid-19 da solo, in una stanza, diventa quindi psicologicamente impegnativo, senza contare le conseguenze sul lungo periodo. Per questo è fondamentale la prevenzione, che non deve essere limitata alla malattia acuta. Esistono infatti antivirali che hanno l’abilità di ridurre la replicazione virale ma, per una maggiore efficacia, occorre che vengano somministrati prima possibile.



All’ospedale Manzoni di Lecco hanno cominciato ieri a offrire la possibilità di anticorpi monoclonali che, per alcuni pazienti specifici, evitano la progressione dell’infezione.
Poi c’è la questione vaccini. “Il bailamme creato attorno ad AstraZeneca blocca il significato di questo ennesimo lockdown perché, come vedete, siamo come a marzo dello scorso anno. I vaccini sono l’unico sistema utile ed efficace per evitare che l’infezione diventi malattia”.
I vaccini attualmente sul mercato sono formulati in maniera diversa (Rna e adenovirus), ma tutti si propongono lo stesso risultato: fermare la diffusione del Covid. “Se arriva il virus, ci sono già gli anticorpi pronti a bloccarlo: serve ad avere un’immunità di partenza. La scienza, dall’altro lato, sta continuando a cercare antivirali efficaci”.
La dottoressa ha portato l’esperienza personale: “Io ho fatto Pfizer e sono stata malissimo. La risposta dei vaccini è estremamente soggettiva. Anche quello per l’anti influenzale che si fa ogni anno dà una reazione: è un prezzo che pago perché il sistema immunitario reagisce. I sanitari sono stati vaccinati tutti, indipendentemente dal fatto che avessero fatto il Covid. Ora sta emergendo che, chi ha già fatto il Covid, ha già risposto con l’immunità ma non sappiamo quanto dura. Per questo dicono di fare comunque il vaccino, ma verosimilmente può bastare una dose perché dobbiamo stimolare la risposta”.



La somministrazione del vaccino non implica però che si possa tornare alla vita di prima, almeno per il momento: “Le persone che si vaccinano hanno ottime probabilità di non ammalarsi ma, se esposte al Covid, non è escluso che vengano contaminate le loro mucose e dunque non si può escludere che siano veicolo essi stessi di infezione – ha precisato l’infettivologa - Io non vedo mia madre e le sorelle da un anno: per noi l’esposizione è continua. La possibilità che io sia un veicolo per le persone più anziane, mi fa comportare di conseguenza. È un atto di responsabilità che trova momenti di grossa stanchezza. Se manteniamo le distanze e i corretti comportamenti, non lo prendiamo”. Ha aggiunto la direttrice: “Questo è un sacrificio per la nazione. Capisco la confusione per le informazioni discordanti che arrivano, ma non c’è altro modo per affrontarlo se non con il vaccino. Alla prima ondata eravamo più sicuri: il lockdown ha impedito si diffondesse il virus. Alla seconda ondata non sapevamo chi sarebbe venuto al lavoro il giorno dopo. Alla terza ondata non abbiamo avuti operatori ammalati, quindi il vaccino funziona e cambia la realtà”.
La dottoressa Piconi ha comunque lasciato ampio spazio a tutte le domande dei cittadini, che hanno avuto l’occasione di fugare i dubbi grazie alla presenza di un’esperta. Una certezza, per lei, c’è: “Si tornerà a fare la vita di prima perché a dimenticare si fa in fretta, con la consapevolezza però, che le cose che abbiamo sono un dono del cielo, una grazia. È impossibile rimanere indifferenti. La vita è una grazia e come tale va preservata”.
M.Mau.
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