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Scritto Lunedì 22 marzo 2021 alle 11:15

Casatenovo: don Antonio Colombo rifornisce con....ossigeno l'ospedale della sua missione in Perù, colpito dal Coronavirus

Ha da poco compiuto ottant’anni don Antonio Colombo, originario di Dolzago e cittadino di Casatenovo. Il sacerdote, impegnato per tutta la vita ad aiutare gli altri, portando la sua opera di missionario Fidei Donum dallo Zambia al Perù, passando per diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Milano, ha recentemente offerto il suo contributo anche per l’emergenza sanitaria, tramite un rifornimento di ossigeno nella città di Huacho, in Perù.
Ma l’attività di don Antonio inizia molto prima, in Italia: dopo averne parlato anche nei due libri (“Milano-Kafue, andata e ritorno” e “Mi Huacho”) da lui scritti e aver aperto due siti web (www.sullarcadinoe2.it e www.padreantoniocolombo.pe), in un’intervista ci ha raccontato la sua vita e le sue esperienze.



Prima di parlare dei suoi impegni, partiamo dall’inizio, e ci racconti un po’ della sua infanzia: dove è nato? Quando? Ha particolari ricordi di quel periodo?
''Sono nato a Dolzago il 6 dicembre 1940. In quel periodo c’era la guerra: mi ricordo di quando mia mamma sentiva il rombo degli aeroplani che si avvicinavano e subito si preoccupava di nasconderci e di metterci al sicuro. Erano tempi difficili, avevamo paura ma non potevamo piangere, perché era fondamentale stare in silenzio. Poi, un giorno, abbiamo visto dalla finestra folle di partigiani in festa: era il 25 aprile 1945, io avevo cinque anni. Ricordo, in particolare, un carro armato americano arrivato a due chilometri da casa, e ne avevo paura, sebbene fosse fermo. È stato mio papà Noè a rasserenarmi, dicendomi: “Antonio, calmati, è finita. Non spara, puoi toccarlo!”. Lì di fianco il soldato a cui apparteneva il carro armato sorrideva. Qualche anno dopo la fine della guerra poi ci siamo trasferiti a Casatenovo, al Villaggio Vismara (un paesino di operai). Per me fu una novità incredibile: avevamo finalmente l’acqua e il bagno in casa. Ho iniziato anche a frequentare la scuola, una per soli maschi, insieme alla Chiesa e all’oratorio, dove andavo a giocare e a pregare. È stata importantissima la figura del sacerdote che ci seguiva: era molto dedito al suo compito e al suo ruolo, si preoccupava per noi e coltivavamo insieme la fede: è stato anche grazie a lui che mi sono affezionato tanto all’oratorio e alle persone che lo frequentavano, i miei amici, con cui giocavo e sudavo''.



È stato in quel periodo che è nata la sua vocazione?
''Sì, me lo ricordo bene. Lì in oratorio, oltre al catechismo, facevamo sempre anche un momento di preghiera in una cappella. È stato proprio lì che una domenica pomeriggio è successo qualcosa di strano: avevamo appena finito di giocare ed ero tutto sudato, e mentre pregavamo e cantavamo, io fissavo il crocifisso. Mi sono sentito chiamare, era come se qualcuno, da quel crocifisso, stesse sussurrando proprio a me. È stato in quel momento che ho deciso di voler diventare prete''.

Così ha iniziato il suo cammino. Che tappe ha percorso? Che itinerario ha seguito?

''La tradizione del tempo voleva che a 13 anni già indossassi la veste da chierico. Ho studiato al liceo e teologia, sono stato seguito per la mia formazione interiore e per la mia disciplina. Per tutta la durata del percorso sono stato accompagnato dai miei genitori, da buoni professori e da eccellenti sacerdoti, ma colui a cui sono più grato in assoluto è sicuramente Monsignor Giovanni Battista Montini, che divenne in seguito, come sapete, Papa Paolo VI. L’ho conosciuto nel 1954 quando è stato consacrato Vescovo a Roma, di quel periodo conservo con piacere numerose foto. Nel 1961 poi ho ricevuto la tonsura, ovvero mi sono stati tagliati i capelli in quattro punti come simbolo della mia appartenenza a Dio. È stato proprio Mons. Gianbattista Montini a farmela, quando ci penso, ancora mi sembra di rivivere quel momento. Un’altra tappa importante è avvenuta nel 1964, a Roma, con altri 75 compagni: abbiamo ricevuto, ancora una volta da Papa Paolo VI, una benedizione in vista della nostra ordinazione sacerdotale, che sarebbe avvenuta un mese più tardi. Infine, l’ordinazione vera e propria: il 27 giugno 1964, insieme ad altri quasi 100 giovani, mi sono sentito chiamare davanti a Dio, e ho ricevuto la sacra unzione sulle mani. In quel momento sono nato una seconda volta, e insieme alla mia gioia c’era quella di tutta Casatenovo, che oltre a me festeggiava anche don Piergiorgio. Il 29 giugno, poi, ho detto la mia prima Messa: un’emozione indescrivibile. A oggi, nonostante siano passati 56 anni, porto ancora con me il calice di quel giorno, e mi accompagna da un altare all’altro''.




Da quando è diventato sacerdote, poi, ha continuato a spostarsi per il mondo e per il Nord Italia. Ci racconti qualcosa su queste esperienze e sulle sue missioni.
''Sono stato sacerdote in diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Milano: Cerro Maggiore, per dieci anni, poi Cologno Monzese, Milano Greco e Seveso Altopiano tra una missione in Africa e una in Perù. Dovunque andassi, e dovunque vada tuttora, una cosa che non manca mai è la mia bicicletta: girare su un mezzo come questo mi permette di stare più a contatto con le persone, fattore fondamentale in un ruolo come il mio. Per quanto riguarda le missioni, come accennato, dieci anni dopo essere stato ordinato prete sono stato 12 anni in Zambia, in Africa, come missionario Fidei Donum, dopo aver studiato inglese per 8 mesi in Inghilterra. Ho imparato molto da questa esperienza, ho appeso come la felicità possa venire anche dai gesti più semplici: ricordo di un’anziana signora agghindata a festa con un nuovo vestito, che cantava e ballava per la gioia con un dito puntato verso il cielo, e diceva: “Dio c’è, Dio esiste!”. In Africa, però, non è stato tutto rose e fiori: a un certo punto è arrivata la guerra, e per me, che ero bianco, in una lotta tra bianchi e neri, autoctoni, non è stato facile. Un giorno, in particolare, ero vicino a una cappella nella savana, insieme ad alcuni giovani. A un certo punto è arrivato un camion militare, che ha frenato a una decina di metri da noi: dal camion è sceso un soldato con un fucile puntato verso di me e una baionetta in mano. Ha iniziato a gridare a gran voce e a chiedere ai ragazzi cosa ci facessi lì con loro, insinuando che fossi una spia, ma per fortuna loro, rimanendo calmi, hanno spiegato chi fossi e che ero lì per aiutarli, e l’uomo se n’è andato. A me è andata anche bene: altri missionari hanno sofferto molto di più, tra chi è stato in carcere e chi legato a un albero per essere fucilato''.

La vita sacerdotale, dunque, non dev’essere stata facile, soprattutto in situazioni di questo tipo.
''No, non lo è stata affatto. Spesso ho ricevuto insulti, parole pesanti e dolorose, minacce di morte; sono stato vittima di furti in chiesa, in casa e anche assalito per rubarmi la macchina o altro. Spesso anche i giovani erano aggressivi, e in generale in questi Paesi non di rado si è mossi da un odio verso la religione cattolica. Ho rischiato anche di essere arrestato, ma per fortuna ho sempre incontrato persone che si sono prese cura di me e mi hanno difeso, anche in questi casi''.

Una volta finita l’esperienza in Africa è tornato in Italia, e come diceva prima ha girato per le parrocchie dell’arcidiocesi di Milano. Dopo un’operazione al cuore all’Ospedale Niguarda, però, e una vacanza in Africa, ha ripreso il suo cammino missionario: questa volta in Perù.

''Esatto, all’età di ben 67 anni. Ho fatto la richiesta per partire di nuovo in missione, e il cardinale Tettamanzi mi ha assegnato la parrocchia di San Bartolomeo, a Huacho, in Perù. Sono arrivato lì il 23 novembre 2007 e sono stato ben accolto sin da subito: i bambini, infatti, ogni volta che mi vedevano chiamavano il mio nome rallegrati di vedermi, e stessa cosa gli anziani, che mi si avvicinavano sempre. Penso sia una delle sensazioni più belle. Lì in Perù ho assistito i malati dell’ospedale, i detenuti in carcere, gli studenti che imparavano l’italiano e sono stato anche nelle periferie. Anche il gioco era importante, pure per me, che sono sempre stato appassionato di pallone: infatti abbiamo creato inizialmente lo “Stadio 70”, un campo da calcio come si deve per i ragazzi di Huacho, e successivamente l’“Accademia della Cattedrale”, una vera e propria scuola di calcio che ospitava allievi anche dei quartieri più poveri. Infine, è nato il “Club Deportivo Padre Antonio Colombo”. Un’altra esperienza singolare è stato quando ho battezzato una donna di 93 anni, Giulia, perché questo sacramento fungeva anche da riconoscimento legale: così lei, cattolica per quanto possibile, data la rara presenza di sacerdoti e gli atti di terrorismo, insieme alla richiesta da parte dei figli, ha ricevuto il dono del battesimo. I suoi occhi, mentre reggeva la candela dei tre sacramenti del battesimo, cresima e prima comunione, mi guardavano e brillavano''.




Le sue opere in Perù non si fermano qui, e quest’anno in modo particolare si è reso partecipe di una vera e propria impresa, ovvero rifornire di ossigeno i reparti adibiti ai malati di Covid: come è nata quest’idea? Come si è sviluppato il progetto?
''Sin da gennaio 2020 il Perù ha iniziato a risentire dell’emergenza sanitaria, le Ande in generale sono state colpite in modo particolarmente pesante. Huacho, poi, aveva un problema, e cioè non c’era un impianto per la produzione di ossigeno nell’ospedale cittadino. Così il vescovo locale, Mons. Antonio Santarsiero Rosa, ha deciso di indire una campagna per l’acquisto all’estero dei macchinari necessari per rifornire le bombole d’ossigeno, e a Huacho, per la raccolta fondi, è nata una versione locale di Telethon. Anche in Italia si sono mobilitati, tramite i miei amici e molti peruviani immigrati da noi. Tuttavia, il vescovo Antonio Santarsiero Rosa nel bel mezzo della raccolta è stato ricoverato lui stesso in ospedale, colpito da una forma molto grave di Covid. Noi siamo stati per molto tempo in apprensione, finché le sue condizioni, per fortuna, sono migliorate, e mentre aspettavamo sono stato io a portare avanti l’operazione “Respirare per poter vivere” -così l’abbiamo chiamata- occupandomi degli impianti che abbiamo fatto arrivare dalla Slovacchia, dagli Stati Uniti e dalla Cina. L’impianto è stato poi inaugurato il 28 ottobre alla festa per la solennità del Señor de los Milagros, una celebrazione importante per lo Stato del Perù, molto sentita anche se quest’anno è stato necessario farla senza processione; in quell’occasione l’ossigeno è stato consegnato ufficialmente all’ospedale cittadino. Devo dire che è stata una festa piena di emozioni e speranza, in cui abbiamo sentito veramente l’altruismo da parte dei cittadini di tutto il mondo, gente di buon cuore e animata da sentimenti di amicizia autentici. Ora i nostri polmoni e i nostri cuori sono pieni dell’aria pura della bontà, della pace e della generosità''.

Ha così concluso la sua intervista don Antonio Colombo, un “vulcano dal cuore grande” - così oramai viene chiamato: un uomo che non si è mai lasciato fermare da nessuna circostanza, e ha sempre posto se stesso in prima linea nell’aiuto del prossimo.
Giulia Guddemi
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