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Scritto Sabato 17 aprile 2021 alle 09:16

La Passione senza fine delle Case di riposo

don Marco Bassani
Il ciclo liturgico, come quello della vita, è un perenne passaggio dalla morte alla vita, in attesa della Risurrezione finale, quando "quando ogni lacrima sarà asciugata ed il pungiglione della morte spuntato". Eppure, noi umani riusciamo a creare situazioni, così assurde e paradossali, nelle quali questa vita non è più simbolo e preludio dell'Eternità, ma diventa un inferno anticipato.
Forse ai più appariranno esasperate queste mie parole ed esagerati questi miei paragoni, ma chi ha un parente ospite di una RSA probabilmente riesce a dare la giusta collocazione a queste mie affermazioni. Già a questo livello emerge un dato scandaloso; ovvero le RSA da circa un anno sono sparite dalle prime pagine dei giornali. Certo, qualcuno dirà, non erano considerate neanche prima della pandemia, quindi è giusto che ritornino dov'erano: nell'abbandono e nella dimenticanza.
Eppure, quando la spregiudicatezza dei nostri governanti e alcune gestioni allegre di queste strutture hanno falcidiato centinaia di ospiti, diverse voci, anche autorevoli, si sono affrettate a dire che "non potevamo uccidere così le nostre radici". Frase bellissima, ineccepibile. Peccato che forse, chi la pronuncia ancora oggi, probabilmente non si rende conto di cosa stia realmente dicendo. Infatti, di quale vita gli anziani sono le radici? Di quella biologica, come nel caso delle piante e degli animali? Sì certamente, perché noi tutti siamo nati fisicamente da un uomo e da una donna. Eppure, pur essendo un'ovvietà, tutti noi sappiamo che i nostri genitori ci hanno dato ben più della vita biologica. Se noi siamo quello che siamo, ovvero questo ricco, quanto complesso, insieme di conoscenze, affetti, emozioni, passioni ecc..., lo dobbiamo soprattutto a loro. Ed ancora oggi, pur essendo diventati adulti ed a nostra volta genitori, sentiamo molto spesso di dover far riferimento ai nostri genitori, anziani e malati.
Eppure, la tragedia della pandemia, in questo come in altri casi emblematici, ha portato alla luce le contraddizioni più drammatiche della nostra cultura. Infatti, la dittatura del materialismo neoliberale ha dovuto uscire allo scoperto, suo malgrado. Facendo ciò, però, ha mostrato tutta la sua insufficienza e la sua incapacità nell'affrontare le questioni fondamentali della Vita, che non sono questioni meramente materiali. In particolare, tutta la vicenda del COVID ci ha buttato in faccia la banalissima verità che noi siamo "esseri per la morte" e l'esistenza autentica è quella che si decide alla luce di questo dato di realtà. Eppure, molti aspetti della pandemia e le RSA in particolare vengono gestiti con un'inspiegabile, quanto assoluta, attenzione alla sola dimensione biologica della vita. In altre parole, l'unico obbiettivo è garantire ad oltranza la sopravvivenza biologica, a volte sacrificando anche i più basilari elementi, che rendono la Vita realmente umana.
Ovviamente non vi è da parte mia alcun disprezzo per questa vita terrena ed in particolare per la sua dimensione materiale. D'altro canto, credenti o meno, sappiamo che è parte di essa un rapporto sereno con la morte fisica e noi siamo pienamente uomini se ci aiutiamo reciprocamente ad affrontare questo passaggio inevitabile.
Chiedo perdono, se mi sono dilungato con queste precisazioni filosofico-esistenziali, ma mi sembrano importanti per collocare il dramma delle RSA.
Infatti, in una società come la nostra, che proclama continuamente l'assioma secondo il quale "loro sono le nostre radici e la nostra memoria", ebbene questa ricchezza del paese da più di un anno è confinata in uno stato di reclusione, che inizialmente aveva certamente una serie di giustificazioni, ma dopo un anno ha solo il sapore dell'abbandono. Il durissimo confinamento del primo lockdown era condiviso da tutta la società ed è stato fondamentale per prendere le misure con il virus.
Successivamente, al di là di ogni giudizio di merito, si è tentato giustamente di far ripartire la vita sociale nei suoi vari aspetti. Si è tentato un po' di tutto; si è smentito molto, com'era giusto che fosse, di fronte ad un nemico ancora molto sconosciuto. Eppure, le RSA sono rimaste praticamente escluse da questi tentativi legittimi, quanto precari. A questa annotazione mi si obbietta: "Ma allora lei preferisce riportare il virus nelle RSA e per decimare i loro ospiti?".
Ma questa obbiezione è tanto faziosa, quanto inconsistente. Infatti, a rigore, se valesse il principio assoluto del non morire di COVID, allora per coerenza non dovevamo mai uscire dal primo lockdown; non solo, ma se lo avessimo mantenuto avremmo certamente avuto molte migliaia di morti in meno per COVID. Perché allora non abbiamo mantenuto per tutti le prime durissime restrizioni? Perché giustamente non si può vivere solo per sfuggire al COVID. Perché, allora, imponiamo a persone già passate per il virus, già vaccinate, con una speranza di vita minima, di passare gli ultimi mesi/anni di vita solo sfuggendo ossessivamente al virus?
Qui sta il punto dolens: tra l'apertura indiscriminata delle RSA e la loro chiusura pressoché totale vi è tutta una gamma di soluzioni intermedie che, come per il resto della società, fanno da preludio ad un ritorno alla normalità.
Per non rimanere nel campo delle discussioni generaliste, con quale coraggio definiamo umana la vita di ultraottantenni, già passati per virus e vaccini, costretti ad incontrare un parente per due quarti d'ora al mese attraverso una campana di vetro? Questo è solo un esempio tra i tanti e non ha nulla di polemico nei riguardi della struttura che adotta questo criterio, visto che, bene o male, le varie soluzioni proposte si equivalgono.
Invece il punto, o i punti, inspiegabili sono:
- Perché, dopo un anno di convivenza con questo problema, il Ministero della Sanità non ha ancora previsto alcun protocollo per un incontro reale e personale tra i parenti e gli ospiti delle RSA? Perché tale responsabilità viene riversata completamente sui direttori sanitari delle stesse, i quali se ne guardano bene dal decidere anche riguardo a ciò che sarebbe di loro competenza? E' come se lasciassimo alla discrezione dei dirigenti scolastici l'apertura o meno delle scuole. Perché in questo caso non seguiamo questo criterio?
- Perché una frequenza così ridotta di visite (due quarti d'ora al mese...), quando con piccolissimi stanziamenti si poteva riservare personale disoccupato, esclusivamente destinato all'accompagnamento degli ospiti per i colloqui?
- Oppure che senso ha obbligare gli anziani a ricevere un parente per volta, benché durante il colloquio gli stessi parenti debbano stare in una campana di vetro totalmente isolata dagli ambienti della RSA?
E mi fermo qui, perché questo report delle assurdità potrebbe andare avanti ancora molto. Una cosa è certa: di questi anziani poco importa tanto alla politica, quanto al mondo della comunicazione, visto che nessuno ne parla.
Come spesso succede con questo tipo di sfoghi, l'auspicio è che possa essere smentito quanto prima.
Don Marco Bassani - Caritas Decanato Alto Lario
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