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Scritto Domenica 09 maggio 2021 alle 17:41

Viaggio in Brianza/16: un itinerario alla scoperta di Brivio e della sua affascinante storia

Questa domenica il nostro Viaggio in Brianza ci porta in uno dei borghi più turistici del nostro territorio: Brivio. Grazie all'aiuto di Emanuele Toccagni della Pro Loco, del professor Luigi Balzarini e del ragionier Emilio Villa, abbiamo creato un breve itinerario tra i principali punti di interesse del paese, attraverso i quali raccontare la sua storia.

LE ORIGINI STORICHE DI BRIVIO
Le origini di Brivio non sono datate con precisione, ma gli Etruschi, i Galli e poi i Romani sono stati i primi ad abitare questi luoghi lungo l'Adda.
Quando l'Impero romano connesse tutte le sue province, costruì un imponente rete stradale, tra cui una via che metteva in comunicazione Bergamo e Como, passando proprio da Brivio, dove venne costruito un ponte in muratura. Questo importante punto di passaggio venne ben difeso con la costruzione di un castello attorno al quale si andò con il tempo a costituire il Brivio Milanese composto da modeste costruzioni di coloro che, per interesse o servizio, vollero stringersi vicino al presidio militare. All'altra estremità del ponte si sviluppò invece il Brivio Bergamasco, formato da alcune case dei coloni.
Sin dalla fine del Quarto secolo dopo Cristo si hanno molte prove della fervida vita di fede cristiana a Brivio, una su tutte era impersonata dal braccio destro dell'allora arcivescovo Ambrogio, ovvero Simpliciano dei Capitani di Beverate. Probabilmente fu per sua volontà che venne costruita la prima chiesa cristiana in paese, proprio all'ombra del castello. La religione cristiana influì molto sulla vita civile di Brivio tanto che divenne fonte di ispirazione e di norma per la sua storia.
Nei cupi secoli che seguirono, il borgo cadde sotto le mani dei Carolingi re d'Italia. Questi lo donarono ai Conti di Lecco, i quali lo cedettero al vescovo di Bergamo al termine della loro dinastia. Nel frattempo, il paese si ampliò sino a raggiungere circa i mille abitanti, rendendo necessaria la costruzione di una nuova cinta muraria ed un più profondo fossato.

Dopo l'anno Mille iniziò l'epoca dei comuni, che per Brivio fu assai felice: per la posizione e le fortificazioni venne ritenuto tanto importante che il podestà di Bergamo, entrando in carica, doveva giurare di conservare con cura speciale il possesso alla città.
All'inizio del Quattordicesimo secolo, presso il castello di Brivio trovarono rifugio i nobili fuggiti da Milano, ma l'esercito della plebe milanese venne a snidarli danneggiando gravemente la rocca. Restò intatta la struttura centrale del castello che, per la sua grande mole, venne solo scalfita dall'inferocito esercito meneghino. Bisogna essere a conoscenza del fatto che tutta la valle San Martino, in cui scorre l'Adda, era sconvolta da fatti sanguinosi che portarono alla demolizione di importati fortificazioni, torri ed anche la chiesa di Pontida, nonostante le sue mura difensive.
Questi erano i tempi i cui i Guelfi ed i Ghibellini si davano battaglia seguendo diversi ideali, ma il più delle volte difendevano i propri interessi tentando di giustificare le loro azioni con l'ideologia politica. Tra questi due schieramenti si divise anche il territorio della Valle San Martino e delle due sponde dell'Adda. Brivio si costituì un unico blocco guelfo, quindi i ghibellini che attraversavano la valle erano soggetti ad imboscate e violente battaglie che fecero tingere di rosso le acque del fiume.
Nel 1431 la Valle San Martino venne sottomessa al potere di Venezia che fissò come confine il fiume Adda per la sua Repubblica, rispetto ai territori del Ducato di Milano, motivo che portò i veneziani a demolire il ponte di comunicazione da loro in precedenza costruito.

In questo modo Brivio venne diviso definitivamente: sulla sponda bergamasca si costituì la frazione Sosta; sulla sponda lecchese il nucleo raccolto intorno al castello conservò il nome e le tradizioni di Brivio, fiorendo grazie alla pesca e alll'agricoltura, ma soprattutto perché era punto di passaggio obbligato per coloro che si muovevano tra Como e Bergamo. In quell'epoca, per quella importante arteria stradale, due volte all'anno facevano tappa i maestri comacini, che si recavano ad offrire la loro opera abile e volenterosa alle città della Repubblica in cambio di un lauto compenso. Ogni volta che dovevano attraversare l'Adda erano obbligati a pagare un pedaggio per poter sfruttare il traghetto-ponte, allora unico modo per poter attraversare il fiume.
Quando la peste del Seicento colpì Brivio, tutto ciò si arrestò bruscamente e la malattia colpì duramente i briviesi, lasciando solo tre famiglie superstiti. Lentamente il paese si ripopolò ed ebbe un importante ruolo nella costruzione del naviglio di Paderno (chiamato oggi Martesana). Infatti, con la costruzione di questo canale Brivio, divenne uno dei più importanti centri di navigazione tra il lago di Como e Milano.

Brivio scampò alla dominazione spagnola poiché venne conquistato dalla repubblica di Venezia la quale, a sua volta, si ritrasse sotto gli attacchi asburgici. Il paese divenne poi territorio austriaco e, in un secondo momento, francese. Nel XVII secolo, dopo la Rivoluzione francese ed il Congresso di Vienna, si decise di restituire la regione del Lombardo-Veneto all'impero austriaco, facendo ritornare nelle loro mani anche il borgo di Brivio.
Fu proprio nella metà dell'Ottocento che iniziò a svolgersi il mercato locale. Ogni lunedì una folla chiassosa di venditori di operai e di contadini si radunava da Airuno, Porchera, Calco, Imbersago e dagli altri paesi della Valle San Martino per riversarsi per le vie del paese a commerciare.
Anche l'industria prese piede in questa epoca storica, prima tra tutte quella della seta. Sorsero filande e filatoi in cui l'acqua, che doveva abbondare, permetteva di mettere in moto i grandi macchinari grazie ai mulini ad acqua posti sulle sponde dell'Adda. Questa industrializzazione colpì anche lo stesso castello che, dopo essere stato diroccato, nel 1846 venne ancora una volta deturpato per alloggiare un setificio. Le filande però costituivano un problema per i proprietari di barche, i quali si guadagnavano da vivere navigando dal Lago di Como a Milano in quanto subivano un grande intralcio per la presenza delle grandi mole delle industrie della seta.
Purtroppo Brivio, soprattutto nel primo dopoguerra e nonostante la laboriosità dei suoi cittadini, perse molta di quell'importanza che un tempo gli era riconosciuta. Essendo tagliato fuori dal moderno traffico ferroviario, non poté ritornare ad accogliere forestieri e si inaridì anche l'iniziativa privata locale. Diverse famiglie abbandonarono Brivio preferendo le moderne città e le relative comodità.
Brivio però, per quanto fosse un periodo difficile, trovò la forza ed il coraggio di risorgere per volgere nuovamente lo sguardo al futuro.

L'ADDA, IL "PORTO" ED IL PONTE
L'attrazione principale per cui Brivio è conosciuta è il suo meraviglioso centro storico che si affaccia direttamente sull'Adda, permettendo di godere di una meravigliosa vista sui primi rilievi della bergamasca. Questo fiume, come abbiamo già scritto, ha influito molto sulla vita di Brivio e si caratterizza per la sua lunghezza superiore ad ogni altro fiume lombardo.
Questo fiume era da considerarsi come la migliore via di comunicazione per giungere dall'alta Lombardia sino alla Pianura Padana o a Milano, attraverso il Naviglio Martesana. Se da un lato è stato in grado di mettere in comunicazioni luoghi così lontani, dall'altro divideva le due sponde come un ostacolo invalicabile. Ma, ciò ricordato, prima i Romani, poi i Veneziani costruirono dei ponti nei pressi di Brivio per poter mettere in facile comunicazione le due rive.
Nonostante non ci siano fonti da cui trarre informazioni sulla storia del ponte romano di Brivio, è certo che nel 1373 i soldati del Duca di Milano edificarono un ponte poiché entrambe le sponde appartenevano al ducato meneghino. Il medesimo ponte passò nelle mani di Venezia nei decenni a seguire, sino a quando i veneti, stabilito l'Adda come loro confine, abbatterono il ponte per impedire di raggiungere il loro territorio.
Unica via di comunicazione fu un pittoresco traghetto soprannominato "Porto" e voluto dai duchi di Milano. La sua gestione era data in concessione alle famiglie nobili che i duchi stessi volevano ingraziarsi in quanto era una fonte di guadagno non indifferente a causa la sua necessità di utilizzo. Con moto instancabile il traghetto Porto passava lentamente da una all'altra riva trasportando carri e persone, emettendo regolarmente il suo tipico scricchiolio ad ogni colpo di timone dato dal portolano che lo manovrava.

Emanuele Toccagni e il ragionier Emilio Villa

Ma già dalla metà dell'Ottocento si discuteva sul progetto di un ponte capace di unire le due rive e riportare ad antica unità i borghi di Brivio Lecchese e Brivio Bergamasco, per quanto quest'ultimo fosse già scomparso.
Dopo tanti anni di discussioni, nel 1911 si iniziarono i lavori con la benedizione della prima pietra da parte di Don Giuseppe Frigerio, alla presenza di Sua Altezza Reale il Conte di Torino. La costruzione si fonda su una solida base caratterizzata da fasci di pali in cemento lunghi dai 13 ai 16 metri che affondano sul letto del fiume. Su di essi si elevano le pile su cui poggiano tre arcate che si stagliano sopra la strada per circa venti metri di altezza dall'altezza media del fiume. La struttura del ponte è in cemento armato, e vi furono impiegati ben trecento tonnellate di ferro e duemila metri cubi di bitume. Il risultato è un ponte lungo centotrentacinque metri e largo poco più di nove metri, per un costo di seicentomila lire. Al tempo venne considerato dai tecnici come uno dei ponti più notevoli nel suo genere di costruzione.

Il 2 giugno del 1917 venne inaugurato il nuovo ponte, ancora oggi simbolo del paese e il medesimo su cui si transita per accedere alla provincia di Bergamo. Dagli ultimi controlli recentemente effettuati sul ponte è risultato necessario intervenire solo sui piloni di cemento immersi in acqua, maggiormente sottoposti ad erosione.
Il fiume ed il ponte, nella seconda metà del Novecento, divennero fulcro di grandi manifestazioni. Prima tra tutte il tradizionale palo della cuccagna che, per tradizione locale, doveva essere affrontato in orizzontale al di sopra del fiume. Durante il palio di Brivio il ponte era considerato come una meta da conquistare: bisognava arrampicarsi su una fune che lambiva la superficie dell'acqua per poterlo raggiungere e aggiudicarsi la vittoria. Una tradizione molto suggestiva e conosciuta nel territorio che continua tutt'ora è quella dei fuochi di Brivio, che la sera domenicale della festa del paese sono sparati dalle sponde del fiume, illuminando il cielo e colorando le scure acque dell'Adda. Su tutti, molto apprezzata è la cascata di fuochi d'artificio che goni anno viene fatta cadere dall'arcata centrale del ponte.
L'Adda fu anche una grande risorsa per la sua pescosità. La pesca era infatti una professione molto diffusa a Brivio: lo dimostra il fatto che alla fine dell'Ottocento risultano registrati una quarantina di battelli di pescatori. L'attività di pescatore permise a molti abitanti del luogo di provvedere al sostentamento delle proprie famiglie. Questa attività era però permessa solo ad alcuni che ne ottennero il diritto, di norma ceduto in appalto. Per la comunità di Brivio, l'Adda ebbe sempre una funzione di interesse sociale, soprattutto perché era il più importante mezzo di comunicazione e di trasporto.
Un aneddoto curioso sulla pesca a Brivio è la storia di Cesare Mandelli, chiamato Cèsar Biga, ed il suo pesce siluro. Il signor Mandelli era uno degli ultimi pescatori di professione del paese e questo lo si poteva comprendere dalle pareti della sua piccola casa su cui erano appese reti e corde per la pesca. Era proprietario di un battello in legno che normalmente ormeggiava di fronte a piazza Lavelli. Dalla riva si poteva riconoscere Cèsar Biga per la tecnica di remata simile a quella dei gondolieri. Sopravviveva vendendo tinche, anguille e lucci che teneva nei "bröcc", ovvero delle botti di legno forate in cui riponeva il pesce pescato ma ancora vivo.
Il motivo per cui si ricorda Cèsar Biga è che all'inizio degli anni Sessanta pescò un grosso pesce siluro lungo più di un metro e del peso di una decina di chilogrammi. Dopo quella pesca miracolosa, si risveglò in lui la capacità imprenditoriale del pescatore: mise il grosso pesce nella tinozza d'acqua sul battello per tenerlo vivo e, tornato a riva, permise di vederlo a coloro che pagavano 10 lire di biglietto. In questo modo Cèsar fece più soldi in quella sola settimana che in tre mesi di fatica dietro a tinche e lucci.

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BORGO DI SANT'ANTONIO
Questa zona del paese, conosciuta anche come "Burgh di Tàter" ovvero ''il borgo degli ingenui'', comprende la parte di Brivio più a sud, che guarda il corso dell'Adda dove anticamente si trovava il porto fluviale. Qui, fino all'ultima guerra mondiale, vivevano le sole famiglie contadine del paese che, proprio per la loro condizione sociale, erano definiti ‘tàter'. Ma il nome più comune di questo quartiere, con cui lo si denonima ancora oggi, è "Borgo di Sant'Antonio", data la presenza di una chiesetta dedicata al santo. Il fatto che questo sia uno dei quartieri più antichi di Brivio lo si riconosce dalle strette vie che serpeggiano tra le palazzine, le quali paiono stringersi tra di loro come per resistere al freddo.
La chiesa dedicata a Sant'Antonio Abate è stata costruita nel 1400 da Giovanni Antonio De Capitani di Vimercate, allora prevosto di Brivio, che il 27 aprile di quell'anno vi istituì la celebrazione quotidiana di una messa. Nel Sedicesimo secolo la chiesa venne trasformata: tra il 1761 ed il 1765 il parroco di Brivio ed il cappellano della chiesetta informarono l'allora Cardinale Pozzobonelli che, a causa delle rovinose condizioni dell'edificio, era praticamente impossibile celebrarvi l'eucarestia. Nonostante le notevoli difficoltà a causa della scarsità di fondi disponibili, i lavori di restauro furono completati nel 1769 e per il 23 agosto dello stesso anno, venne benedetta.
L'altare, di pesante stile barocco, è in marmo nero di Varenna ed è ornato ai lati da due angeli lignei, anch'essi in stile barocco. In legno è anche la grande statua di Sant'Antonio collocata a sinistra dell'altare; questa è opera degli Artigianelli di Monza, benedetta poi nel 1925.

Il motivo per cui è famosa questa chiesa è la tradizionale festa che si celebra il 17 gennaio di ogni anno grazie ad un gruppo di volenterosi e devoti al Santo. Il momento religiosamente più importante in questa festa è la distribuzione del sale benedetto. Questo oggi viene ritirato nella chiesetta dai fedeli, ma un tempo veniva portato al sacerdote da casa, affinché, con la benedizione, acquistasse poteri benefici. Il sale è ed era considerato il veicolo materiale della protezione dai pericoli per la salute che Sant'Antonio, secondo la tradizione, dà agli animali e agli uomini. È proprio da questa credenza popolare che nasce probabilmente l'espressione dialettale "Sant'Antoni del purscèll", che vuole alludere alla consuetudine popolare, specialmente contadina, di pensare il Santo abate accanto al maiale e agli animali domestici in genere, come se intendesse proteggerli. Questa devozione popolare è il motivo per cui in diverse cascine storiche o chiesine della Brianza si ha una rappresentazione di Sant'Antonio Abate a cui veniva chiesta la protezione sulle bestie, spesso unica fonte di sostentamento delle famiglie contadine.
Se volete però provare a rivivere la storia di questo quartiere, vi invitiamo a recarvi presso la Piazzetta Sinagoga. A questa si può arrivare attraverso una stretta via pedonale coperta, completamente inglobata nel caseggiato. Questa parte del borgo Sant'Antonio è probabilmente la più antica ed era costituita da piccole unità abitative che con il tempo si sono saldate le une con le altre. Questa piccola piazzetta viene denominata "Sinagoga" sui documenti ufficiali, sin dal 1833, questo probabilmente per la presenza di alcune famiglie ebraiche di cui non si ha più memoria.

IL CELEBRE CESARE CANTÚ
Di Brivio non si può parlare senza raccontare di una delle sue più importanti figure storiche: Cesare Cantù.
Nasce il 5 dicembre 1804 in quella che oggi è la sede della Pro Loco di Brivio. Era il secondo di undici fratelli in una famiglia patriarcale e benestante. Lo stesso Cantù si compiaceva di appartenere ad una famiglia composta da gente del popolo, infatti scrisse: "Io sono un uomo del popolo, del popolo mangiai il pane, divisi gli stenti e del popolo mi è rimasta sempre la buona volontà".
Nella prima infanzia già si distingueva per vivacità ed ingegno, quindi a nove anni venne iscritto al collegio Sant'Alessandro di Milano, oggi sede del dipartimento di lingue dell'Università degli Studi di Milano. Al termine degli studi, il giudizio dei suoi insegnanti fu questo: "Cesare Cantù di Brivio: benissimo. Ingegno creatore, dolce speranza delle lettere e della religione".
Dopo gli studi gli venne riconosciuta l'abilitazione per l'insegnamento e nel 1821 venne assegnato a Sondrio come professore di ginnasio; in seguito, nel 1828, ebbe la cattedra del ginnasio di Como dove iniziarono le prime manifestazioni letterarie con la pubblicazione dell'"Algiso" e della "Storia della Città e Diocesi di Como".
Nel 1832 passò ad insegnare nel ginnasio di Sant'Alessandro di Milano, iniziando a pubblicare sul giornale "Indicatore" una rubrica intitolata "Ragionamenti sulla storia della Lombardia del Secolo XVII per commento ai ‘Promessi Sposi'". Questo dossier fece sorgere sospetti sul suo conto per la critica politica contro l'impero austriaco, che allora dominava il Lombardoveneto. Il Cantù venne pedinato da agenti austriache che ne vigilarono ogni attività, sia pubblica che privata, scoprendo la sua amicizia con il Manzoni. "Il 15 novembre 1833 la polizia venne nella mia casa e portò via le mie carte e me stesso" racconta lo scrittore
Dopo un anno, per mancanza di indizi legali, venne liberato, ma gli venne tolta la cattedra e proibito l'insegnamento. Questo ozio forzato in carcere favorì il raccoglimento ispirandolo nello scrivere "Margherita Pusterla" e incominciò ad architettare il disegno della "Storia Universale". Ritornato libero, si dedicò alla traduzione di opere straniere e poi a pubblicare diversi libretti educativi e di carattere popolare come "Il Carlambrogio di Montevecchia" o "Il Buon Fanciullo". Era ormai maturo il tempo per l'opera monumentale che da sola avrebbe procurato al Cantù una fama mondiale.
Giuseppe Pomba, libraio di Torino, raggiunse Brivio alla ricerca di Cesare Cantù il quale ricorda così quell'incontro: "Il Pomba veniva a Brivio e mi trovava sdraiato sul mio prato in vista del mio lago. Io gli mostrai un mio studio si ‘Storia Universale' dove presentavo l'umanità come una persona che vive e progredisce continuamente. Egli ne fu allettato". Questa importante opera fu pubblicata in 35 volumi e fruttò all'autore un lauto guadagno che ristorò le stremate finanze della sua famiglia. Ma le forze dell'ordine non perdevano d'occhio i Cantù, per cui spiccò un nuovo mandato di cattura a cui, per fortuna, lo scrittore sfuggì recandosi a Torino dove continuò a svolgere la sua opera di scrittore.

Cesare Cantù tornò a Milano dopo la cacciata degli Asburgo e si sentì in dovere di mettersi a disposizione della patria: ottenne la mansione di semplice guardia nazionale nel reparto di Sant'Alessandro. Ma gli avvenimenti militari precipitarono e, dopo svariate battaglie, gli austriaci costrinsero il comando a chiedere la resa. Il Cantù stesso venne incaricato di stendere il proclama con cui si annunciava la capitolazione e si davano disposizioni per l'evacuazione della città meneghina. Nel trambusto di questo fuggi fuggi generale, Cantù si rifugiò in Svizzera per poi rimpatriare alla liberazione della Lombardia dal popolo austriaco. Ritornato in terre lombarde si sentì ancora in debito con la patria, quindi si mise a scrivere articoli con cui illuminò l'opinione pubblica con la sua coraggiosa polemica contro i governanti sabaudi.
La sua attività politica lo portò alla nomina come Deputato nel Parlamento Subalpino tra il 1860 ed il 1867. Ma la sua indole, la passione per lo studio e gli avvenimenti politici nazionali su cui dissentiva lo spinsero a ritirarsi a vita privata. Il suo studio di via Morigi a Milano divenne spesso cenacolo dei dotti, ma anche luogo di ritrovo per momenti di feste con parenti e amici nei pomeriggi domenicali. Queste occasioni Cantù riusciva a dimenticare i problemi che lo assillavano durante il resto della settimana. Infatti la sua routine quotidiana era raccolta ed austera, tutta dedita allo studio ed al lavoro: ogni giorno si recava all'Archivio di Stato che dirigeva. Proprio sul tragitto verso casa, il 5 gennaio del 1895 cadde e si fratturò un femore. Dolore che si aggiunse a quelli artritici che già disturbavano non poco la vita dello studioso briviese.
Questa ferita gli causò gravi conseguenze, costringendolo a letto e tramutando la sua camera in meta di incessanti visite da parte di amici e ammiratori tra cui l'allora Arcivescovo di Milano, Cardinal Ferrari; ma anche le alte cariche dello Stato e della Chiesa si fecero sentire: il Re inviò una lettera con cui augurava pronta guarigione, mentre Papa Leone XII inviò la sua benedizione apostolica.
La morte sopraggiunse qualche mese dopo, e venne così descritta da Monsignor Giovanni Battista Viganò, nel suo libro "Brivio ieri e oggi": "Con la massima calma e Lucidità di mente all'alba del giorno 11 marzo 1895 il grande storico che aveva esplorato tante vicende della vita umana conchiuse quella della sua vita."
La morte venne seguita dal funerale il 14 marzo: venne organizzata una manifestazione pubblica che vide una larga partecipazione della cittadinanza. Le spoglie dello scrittore vennero riportate a Brivio come chiedevano le disposizioni testamentarie dell'autore: "Desidero essere sepolto nel mio villaggio dove sono nato e riposano i miei genitori, i nonni... aspettano la resurrezione e riceveranno con me suffragi dei compaesani". I resti di Cantù raggiunsero Brivio l'11 dicembre del 1905: una folla commossa e raccolta presenziò a questa cerimonia funebre. Nel centro del Cimitero di Brivio oggi sorge la tomba di Cantù su cui possiamo leggere un'epigrafe che immaginiamo rispecchi ciò che lui pensava umilmente della sua vita: "Cesare Cantù - studiando la storia imparò il nulla delle grandezze - e delle miserie umane - e perdonando agli uomini volgersi a dio - nella cui misericordia confidato moriva".

LA PIAZZA E I BAR DEL CENTRO
Piazza della Vittoria, conosciuta dai briviesi, semplicemente con l'appellativo "la Piazza", è da sempre il centro sociale, culturale, economico e ricreativo del paese. Su questa piazza aprono svariate attività commerciali soprattutto i bar che, nonostante siano davvero numerosi, sono necessari per soddisfare la grande affluenza di turisti. Alcuni di questi hanno davvero fatto la storia, quindi dai racconti di Luigi Balzarini cerchiamo di ricordare qualche aneddoto.

Il bar trattoria di Pedrin e Erminia
Dove oggi è aperto il ristorante "La Taverna di Leonardo", un tempo vi era il bar gestito da Pietro ed Erminia. Riconosciuto come il centro della scopa d'assi e di scopa liscia (per i più esperti), ospitava partite epocali che coinvolgeva tutto il paese. Era un gioco condiviso tra tutti: operai, impiegati a riposo o in pausa, giocavano anche importanti personaggi di Brivio, come il dottor Elio Cairoli, il dentista Federico Castagnoli e il Dubrilla, un personaggio misterioso che pareva facesse l'interprete. Saper giocare a scopa, e giocarla bene, costituiva un titolo d'onore riconosciuto in paese e portava ad un trattamento di particolare rispetto da parte di tutti i compaesani.
La partita di scopa prevedeva anche una sua gestualità e ritualità del tutto singolare che, oltre alle regole base del gioco, impediva ai giocatori di fare gesti per suggerirsi a vicenda cosa giocare o meno. Spesso queste partite non finivano mai ovvero finivano quando Erminia faceva uscire fuori i partecipanti all'ora di chiusura, anche se spesso questo significava solo spostare la partita ad un altro tavolino, magari proprio lì fuori sulla piazza.


Il bar Centrale di Carlo Bardone

Quello che ancora oggi si chiama Bar Centrale è probabilmente il locale più famoso di Brivio. Storicamente apriva alle cinque del mattino perché proprio di fronte all'ingresso passava la corriera diretta a Milano che portava gli operai alla Falk, alla Breda o alla Magneti Marelli di Sesto San Giovanni.
Seduta alla cassa a sinistra del bancone del bar, la signora Tarcisa riceveva le schedine del Totocalcio, separando accuratamente la ricevuta che rimaneva nelle mani del giocatore da quella che lei doveva trattenere: operazione che veniva svolta con un righello affilato che le permetteva di essere precisa nel dividere in due lo scontrino.
La posizione centrale lo rendeva naturalmente il più frequentato in ogni occasione, soprattutto durante la festa del paese; il vecchio proprietario, Bardone, pare dicesse: "coi soldi del caffè che faccio alla festa di Brivio potevo campare tutto l'anno".

IL CASTELLO
"Brivio è il suo castello". In questo modo Emilio Villa, uno degli eredi proprietari del Castello, introduce il suo racconto sulla storia della fortificazione briviese. Questo castello è infatti ciò che rappresenta maggiormente Brivio ed è bene quindi soffermarsi sulla sua storia.
Tre torrioni che non hanno nulla di minaccioso né d'inquietante, con le fondamenta già affondate nell'acqua placida dell'Adda, è ciò che si vede da lontano del Castello di Brivio.
Il castello, dalla parte del fiume, conserva ancora un suo magico imponente aspetto con il baluardo costruito alla fine del XV secolo a rinforzo e protezione del maschio a nord-est, verso il fiume, quindi, verso il confine con la Serenissima. Il baluardo presenta pianta triangolare con «i lati sfuggenti all'impeto della corrente del fiume» per controllare l'Adda a monte e a valle. La seconda torre appare trasformata in porta d'accesso fin da epoca sconosciuta. In essa è presente il pozzo necessario per soddisfare le necessità dei soldati e raffreddare i cannoni dopo l'uso, che avrebbe potuto pescare l'acqua da una cisterna o direttamente dal fiume. Alla stessa epoca devono risalire le modifiche alle murature, con inserimento di feritoie. Dalla parte del paese invece il castello si presenta come una vasta corte circondata da edifici di civile abitazione e da fabbricati già a destinazione commerciale, affiancata da una signorile palazzina degli anni Venti del Novecento.
Il castello, nell'anno 892 all'epoca di Almenno, aveva una pianta quadrata con tre torri agli spigoli: la Torre Falza, la Torre Mirabella e la Torre del Castellano, rispettivamente identificabili con le attuali torri di sud-ovest, di sud-est e di nord-est, le prime due rotonde e la terza quadrata. Sull'esistenza di una quarta torre non c'è uniformità di notizie e c'è chi sostiene che non sia mai esistita. Lungo tutta la sommità delle mura e delle torri c'era il camminamento con parapetto merlato, al quale si accedeva tramite una scala addossata alla Torre Falza. Della scala e della merlatura oggi non rimane alcuna traccia. La rocca, circondata da un fossato riempito d'acqua, consentiva l'entrata tramite un ponte levatoio posto a nord; l'antico fossato oggi non esiste più.
Nel 1445 i Veneti espugnarono il castello posseduto da Francesco Sforza. Nel 1454, con il trattato di pace di Lodi fra il Veneto e Francesco Sforza, il castello di Brivio fu reso al duca di Milano. Allo stesso anno risale il primo documento che cita il castello: è una lettera datata 11 febbraio 1454, indirizzata probabilmente a Francesco Sforza dal capitano dell'esercito ducale, nella quale si fa un resoconto dei danni subiti dalla fortezza, riconquistata ai Veneti.

Nel 1536, per privilegio dell'imperatore Carlo V, il castello divenne feudo in favo re di Gerolamo Brebbia, che acquisì il titolo di conte. Nel 1630 scoppiò la peste, dalla strage si salvarono solo tre famiglie: Lavelli, Mandelli e Cantù. Nel cortile del castello fu trovata una fossa comune a testimonianza di questo tragico evento.
Nel castello c'era un'importante chiesa, dedicata in origine a Sant'Alessandro, con battistero dedicato a San Giovanni Battista; questo nome venne poi attribuito all'intero complesso che fu oggetto di visite pastorali sia da parte del cardinale Carlo Borromeo, nel 1571, sia da parte del cugino cardinale Federico, nel 1610. La chiesa plebana fu poi, ed è ancora, dedicata ai Santi Martirio, Sisinnio e Alessandro, le cui reliquie sostarono a Brivio nel loro tragitto dalla Val di Non a Milano per Volontà dell'allora arcivescovo San Simpliciano, originario di Beverate.
È del 1721 la prima mappa catastale che riporta il castello di Brivio, mentre è del 1732, con l'attuazione del catasto, la prima descrizione dettagliata del complesso. Nel corso dei secoli il castello subisce delle trasformazioni: da situazione di lungo degrado e trasandatezza a un recupero per installare una filanda.
Intorno al 1888, durante i lavori di demolizione degli stabili all'interno della corte, viene rinvenuto l'altare della dimenticata chiesa di San Giovanni Battista. È in questa occasione che viene alla luce anche quello che è considerato il più importante reperto archeologico: una capsella (reliquiario) d'argento dorato oggi conservata nella Sala del Tesoro di Boscoreale. Si tratta di una "scatoletta" formata da un corpo e da un coperchio a cerniera, considerata un notevole esempio di reliquiario paleocristiano.
Questo castello è anche strettamente legato ad uno dei personaggi dei Promessi Sposi, ma per potervi svelare quale, è bene iniziare dal principio.

A metà del Cinquecento il Sacro Romano impero si estendeva su gran parte dell'Europa, esercitando il suo potere anche sul Ducato di Milano presso cui venne inviato Fernando Alvarez de Toledo y Pimental, detto anche Duca di Alba. Quest'uomo era conosciuto per il suo pugno di ferro indispensabile in una zona considerata calda per quanto riguarda le rivolte di popolo e per essere contesa con l'impero francese.
Il Duca d'Alba giunto a Milano mise subito a tacere i rigurgiti filofrancesi e indipendentisti, facendo largo uso del tribunale dell'inquisizione spagnola. Ma dopo tanti anni di servizio per il proprio imperatore, decise che era giunto il momento di trovare moglie. Venne scelta Valentina da Vimercate, signora del Castello di Brivio, che impressionò il Duca per la sua eleganza e avvenenza. Il problema era che la Contessa Valentina era sposa di Eriberto Visconti.
Nonostante la donna fosse già accasata, il Duca d'Alba la corteggiò inizialmente con dolcezza e musica: ogni sera un menestrello si recava sotto le finestre delle stanze della Duchessa a Brivio per suonarle una serenata in spagnolo. Tutte queste romanticherie però non sortirono alcun effetto.
Il Duca allora dovette inventarsi un modo per poter far cadere tra le proprie braccia la dolce Valentina. Si inventò dunque un'accusa di vilipendio della religione nei confronti del marito Eriberto che, visti gli inquisitori spagnoli arrivare al castello, capì subito del complotto. Il signore del Castello di Brivio si rifiutò di andare con loro, cacciandoli fuori dal cortile del castello, ma non fece più rientro tra le mura della fortezza. Valentina, che attendeva il marito, venne informata da un suo fedele servitore sulla sorte del coniuge finito nell'imboscata dell'inquisitore.

La Contessa l'indomani si recò a Milano dal Duca chiedendo la liberazione del marito. Il Duca d'alba, comprendendo di avere in pugno Valentina, le disse: "L'uomo che è davanti ai santi giudici io posso con una sola parola salvare, mentre con un'altra posso frangergli le ossa tra martirii e torture, così che egli ne muoia di dolore. Che ciò non accada può dipendere da voi, o signora!". Detto questo fece preparare una carrozza per portarli alla chiesa di Santa Maria delle Grazie nel cui monastero aveva sede il Tribunale dell'Inquisizione.
Giunti al monastero il Duca portò la Contessa in una sala con una finestra oscurata da un drappo. Mossa la tenda Valentina vide il marito Eriberto sospeso in alto ad una fune che gli legava i polsi: emise un grido. La contessa iniziò ad implorare il Duca di risparmiarlo, concedendosi a lui, consapevole del fatto che quello era l'unico modo salvare il marito. Eriberto dopo tre giorni venne dichiarato innocente e rimandato a Brivio. Durante il tragitto vide il pallore della moglie e pensò ingenuamente che l'aria di città le avesse causato qualche malanno.
Il frutto di quella violenza nacque nove mesi dopo, ma non a Brivio, nella dimora dei Visconti di Brignano Gera d'Adda. Il nascituro venne chiamato Bernardino Visconti, che la maggioranza degli storiografi riconosce nella figura dell'Innominato del Manzoni.
Questo racconto è nato dalla ricerca di Luigi Balzarini il quale, unendo le informazioni dal racconto "L'Innominato" di Luigi Gualtieri e dal "Commento ai Promessi Sposi" di Cesare Cantù, ha ipotizzato che chi nella narrazione manzoniana è chiamato Innominato, abbia origini in parte briviesi.

IL CAMPELLO
Il Campello è quella zona paludosa che a nord del Castello era inizialmente una cava di argilla necessaria per l'attività della vicina fornace, tutt'ora presente, per quanto abbandonata.
L'attuale struttura fu costruita sui resti di una fornace romana, come testimoniano i ritrovamenti archeologici degli anni Trenta: un forno a camere di cottura, embrici, tegoloni dell'epoca di Augusto Imperatore. In origine c'erano quattro corpi di fabbrica con strutture in ferro e in cemento armato con la ciminiera al centro. Un forno a tunnel ha sostituito il vecchio forno Hoffmann, del quale rimane l'involucro esterno. L'impianto è stato dichiarato inagibile nel 2009, per quanto costituisca una zona di possibile sviluppo per il paese.
Oggi il Campello è però considerata una zona faunistica nella quale si conserva l'habitat adatto per permettere ad uccelli, anfibi e alcuni pesci di poter nidificare e riprodursi. La sua attrattiva è purtroppo venuta meno quando i ponticelli che collegavano le varie parti dell'area sono stati dichiarati pericolanti. Da allora quest'area recintata è rimasta chiusa. L'amministrazione comunale non è però rimasta inerme di fronte a questa situazione;l'estate scorsa sono stati sostituiti i ponti con delle strutture più stabili che permetteranno in futuro di restituire alla cittadinanza questa area faunistica.
Monumento storico di quest'area è il ristorante Bella Venezia. Oggi in stato di abbandono, era un famoso ristorante conosciuto anche al di fuori della provincia di Lecco, specialmente per la presenza nel menù di piatti tipici a base di pesce d'acqua dolce, come i pesciolini in carpione o le alborelle fritte, l'anguilla o la tinca in umido con i piselli. La specialità del posto era però il paté di luccio che, per quanto imitato in altri ristoranti, secondo Luigi Balzarini non è mai stato eguagliato in bontà.
Alla fine degli anni Novanta i vecchi proprietari a causa dell'età, iniziarono ad aprire solo su ordinazione. Con il nuovo millennio il ristorante chiuse e venne dato in concessione al ristorante "Taverna di Leonardo" del centro di Brivio, ma questa collaborazione durò poco, portando alla chiusura definitiva del locale nei primi anni dopo il duemila.

CHIESINA DI SAN LEONARDO e LA MADONNA DEL LATTE
Secondo la tradizione, la chiesetta di San Leonardo venne costruita nel Decimo secolo per dei Conti di Lecco che a quel tempo esercitavano il loro potere su Brivio. Venne dedicata a San Leonardo perché i Conti lecchesi avevano origini franche come questo Santo.
Uno studio approfondito della costruzione venne condotto negli anni Cinquanta del Novecento da Giovanni Battista Maderna a cui noi ci affidiamo per parlare di questa storica chiesina.
Il primo documento a riguardo di questo edificio dai lineamenti semplici è la descrizione della chiesa in occasione della visita pastorale di San Carlo Borromeo, il 12 dicembre del 1571. Successivamente il Cardinale Federico Borromeo, nel 1610, durante il suo viaggio a Brivio, rende nota la necessità di proteggere la venerata immagine della Madonna delle Grazie che allatta il Bambino; questa che pareva essere l'elemento più antico del complesso, era soggetta a manifestazioni di devozione inopportune, quali l'affissione di monili sull'immagine stessa. Una tradizione popolare riconosceva la miracolosità di questa raffigurazione sacra, ritenendo possibile che le madri che non riuscivano più a produrre latte materno per i propri infanti, affidandosi a lei avrebbero potuto ricominciare a nutrire i propri piccoli al seno. È da considerare la gravità della situazione in cui incorrevano queste donne che, senza latte, non potevano in alcun modo nutrire i loro neonati. "Si pensava che grattando una parte del dipinto e facendolo bere con acqua alla donna che lo necessitava, questa avrebbe potuto ritornare ad allattare i propri figli" così ci ha raccontato Toccagni durante la nostra visita per le vie di Brivio. Da questa tradizione questo affresco della Vergine Maria ha preso il nome di "Madonna del Latte".
Oggi purtroppo questa chiesina è chiusa al pubblico e apre solo in occasione di eventi organizzati. Un vero peccato che non sia possibile visitare l'interno per poter ammirare la bellezza della Madonna del Latte.

CHIESA PREPOSITURALE DEI SANTI SISINO, MARTIRIO E ALESSANDRO
Questa chiesa è definita prepositurale perché è la sede del prevosto, ovvero il prete posto a capo della pieve, regione dell'antica organizzazione ecclesiale. Una vecchia pergamena archiviata presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano riporta che nel 1195 la chiesa plebana di Brivio era già di ampie dimensioni per svolgere il ruolo di chiesa matrice all'interno della pieve. Sul retro della medesima pergamena venne indicata una chiara annotazione quando, dopo la riedificazione della chiesa, fu solennemente consacrata nel 1518.
Secondo gli atti della visita pastorale di Carlo Borromeo nel 1567, il cardinale annota che l'edificio è composto da una sola navata con tre altari posti a est e con le pareti coperte di antiche pitture; sul lato sud stava una chiesetta dedicata a San Martino, già presente alla fine del Duecento e in seguito incorporata nella chiesa principale, utilizzandola come sacrestia.
Nel 1744 iniziarono i lavori per la costruzione della nuova chiesa prepositurale che venne consacrata il 30 settembre del 1754 dall'arcivescovo di Milano, cardinale Giuseppe Pozzobonelli, con il prevosto Giuseppe Frigerio di Moiana. I lavori giunsero poi a compimento nel 1760. Proprio durante questi lavori venne costruito l'imponente campanile disegnato dal curato di San Zeno, Giovanni Battista Fagnano: egli decise di sostituire una massiccia torre quadrata di epoca precedente posta più a sud, con la torre campanaria che oggi tutti possiamo ammirare con il meraviglioso timpano un poco arabeggiante. Altri lavori vennero svolti nell'epoca neoclassica, come la facciata a cui venne aggiunto l'atrio con le quattro imponenti colonne dai capitelli ionici disegnati dall'architetto Carlo Amati nel 1809.
L'interno della chiesa è spazioso e ben illuminato dagli ampi finestroni. Il fastoso altare maggiore è una pregevole scultura in marmi policromi,con le decorazioni di bronzo dorato, con le elegantissime statue di marmo di Carrara e gli sbalzi in rame dorato, è stato ultimato nel 1759 ad opera dei marmorai di Viggiù. Tra le diverse tele meritano attenzione i due vasti quadri del presbiterio: la storia di Simon Mago e il Battesimo di Cristo, opera tardo-seicentesca del bergamasco Antonio Cifrondi.
Gli ultimi lavori furono svolti a metà del Novecento, portando a compimento la cupola progettata dall'architetto Bassanini che portò ad un ampliamento del transetto e l'allungamento della navata verso ovest con la nuova facciata. La Cupola venne poi decorata grazie ai meravigliosi affreschi del pittore Compagnoni.

Ammirevoli sono anche il battistero sovrastato da un ciborio settecentesco e l'altare di sinistra dedicato alla vergine, oltre che all'adorazione delle reliquie del martire San Vittorino. La storia di questo adolescente romano parte dalla sua conversione alla fede cristiana per opera di San Sebastiano, ma la vita di Vittorino cessò quando venne fatto uccidere insieme ad altri martiri dal giudice Fabiano. I resti del suo corpo, rinvenuti nelle catacombe di Roma, sono stati ricomposti in figura distesa e collocati in una ricca urna in stile barocco. Raggiunsero Brivio come prezioso dono consegnato nel 1933 dall'arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster in segno di predilezione generosa per la comunità cattolica di Brivio.
Brivio è un borgo che vanta delle radici profondissime nella storia, che lo rendono protagonista di epoche e vicende in cui i suoi abitanti vengono raccontati come indomiti, battaglieri e sempre proiettati verso il futuro. In questo articolo abbiamo cercato di rendere nota la storia e le caratteristiche principali di questo paese sull'Adda e che per tutti è sinonimo di bellezza e degno rappresentante della nostra amata Brianza per tutti coloro che la raggiungono dalla provincia di Bergamo.

Per la redazione di questa tappa del nostro viaggio sono stati inestimabili, come abbiamo già ricordato, Emanuele Toccagni, Emilio Villa, Luigi Balzarini che ci hanno raccontato con passione l'amore per la loro terra e ci hanno dato la possibilità di consultare dei testi che trattano di essa (Brivio ieri e oggi di Monsignore Giovanni Battista Viganò, Fideis per Millennium del Decanato di Brivio, Il Castello: itinerari milanesi e lombardi edito da CELIP e Storie di Brivio di Luigi Balzarini).
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Rubrica a cura di Giovanni Pennati e Alessandro Vergani
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