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Scritto Venerdì 28 maggio 2021 alle 15:43

Una ingenuità che affascina

Ieri il cielo di maggio era tutto azzurro, e come dicevano una volta: “quando il cielo è sgombro di nubi… è il giorno in cui Toni promise di pagare l’asino”.
Distanziamento permettendo, l’assolata Piazza Italia era gremita, in prevalenza da bambini piccoli: gridolini di gioia provenivano da visi che non conoscono il broncio (se non quando si ordina loro di andare a letto, o di mangiare la minestra, o di riordinare i giocattoli, o…). Il fatto è che da buon nonno mi piace stare a guardare i giochi dei bambini e soprattutto sentire i loro discorsi, spesso ricchi di un grande peso e spessore quando reinventano il linguaggio con espressioni di creatività dirompente e fantasia dominante. Eh sì, quella dei piccoli è una compagnia che in me combatte i mille fastidi di ogni giorno e mi dona vita. E poi mi piace specialmente ascoltarli quando coniano nuove parole che certo non si troverebbero in nessun dizionario ma che esprimono perfettamente quello che vogliono dirsi l’un l’altro.
Anche ciò che voglio raccontare celebra la forza di quella loro diversità mai fuori luogo, che crea in me un ilare stupore e qualche volta un po’ di commozione.
È stato ieri, dicevo: c’era un gruppetto dietro la panchina dove stavo seduto: i piccoli parlavano e non mi disturbavano affatto, anzi… le loro parole sostituivano quelle del libro che avevo portato con me. Poi, all’improvviso, la cosa si fece interessante quando uno di loro, un maschietto, disse: “Nadia, sai che oggi nel mio gruppo abbiamo fatto religione? Abbiamo dipinto il sepolcro vuoto e Gesù su in cielo”. “Noi no – rispose una bambina – abbiamo imparato una preghiera a sua mamma Maria perché è il mese di maggio”.
“Una preghiera? Ma non è una poesia, Nadia?”, chiese allora il bambino, al che la piccola rispose “No! È una preghiera e s’intitola ‘Ape Maria’. È bella sai? La conoscono tutti i grandi. E poi se la dici tante volte diventa come una corona di rose alla Madonnina!”.
A quelle affermazioni una gioia serena mi invase, letteralmente. Certo era una storpiatura, però discreta, forte e libera: risuonava in quella affermazione infantile il “contagio” dei cartoni animati, è vero, ma rimandava comunque a Maria, e questo è bene. Nella mia lunga vita ho conosciuto parecchi appellativi rivolti alla Vergine, ma questa nuovo “titolo” non l’avevo mai sentito e devo dire che più ci penso e più mi piace! È quantomeno un buon punto di partenza.
Poi arrivò una voce squillante: “Signore, per favore, ci passa la palla?”, difatti un pallone era rotolato fino a me, e così dopo aver rivolto uno sguardo amorevole ai bambini che stavano chiacchierando altri mi coinvolsero nel loro gioco.
Ci ho ripensato poco fa: ora che il sole si è abbassato e sono qui solo in casa mia, mi torna in mente quel “nuovo” saluto alla Vergine coniato dalla bambina nella piazza. E nel rivolgere anch’io la mia preghiera della sera alla vergine Maria sono andato col pensiero a quelle parole che non erano affatto fuori luogo, o almeno non del tutto data la straordinaria laboriosità dell’ape e il dolce e nutriente dono che ci offre; proprio per questo non avevo osato correggere quella simpatica piccolina.
Questa innocente ingenuità ha il potere di affascinarmi, perché non contiene nulla di buffo ma orienta le mie vele e mi consola al pensiero che ciò che i piccoli esprimono, magari confondendosi con i cartoni che amano, forse mi può aiutare a imparare una “litania nuova”… che mi piace al punto da confidarla da queste righe a chi vorrà leggere.
Meritano rispetto e incoraggiamento questi bambini, poi magari anche una delicata correzione del piccolo errore, che però celebra la forza e l’importanza di volersi esprimere e farsi capire, e questo a mio avviso è straordinario proprio per il valore delle loro parole e dei loro gesti, unici nell’esprimere l’essenziale.
Per dire che è un dono poter scambiare quegli sguardi che da soli parlano e… poter restare fieramente bambino fra i bambini.
Benvenuto Perego
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