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Scritto Domenica 05 settembre 2021 alle 21:34

Viaggio in Brianza/21: tappa a Villa Calchi, la splendida dimora sul Lago di Sartirana

Dopo la pausa estiva, ritorniamo a sorprendervi con le meraviglie del nostro territorio partendo da una residenza storica che domina il lago di Sartirana: Villa Calchi. Grazie alla famiglia Bonanomi che ci ha guidato tra i saloni decorati e la lunga storia della struttura, oggi vi presentiamo ciò che ha reso grande questa proprietà situata a Calco, insieme alla famiglia da cui ha preso il nome.


LA STORIA DELLA VILLA
Fu edificata su commissione di Bartolomeo Calchi ed i suoi eredi tra il Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, quando volle importare dalla Milano Sforzesca di Leonardo Da Vinci e Bramante dei modelli iconografici e filosofici per la propria residenza di delizia.
Bartolomeo Calchi volle far costruire nella sua tenuta di campagna, lontana dai clamori ed affari della città, una dimora ideale dove poter riflettere, studiare o riposare ammirando pareti affrescati con i modelli iconografici più all'avanguardia della città meneghina. Il corpo principale della villa ha una forma ad "L" che si sviluppa su tre livelli, uno dei quali nel sottosuolo adibito a cantina.
La villa venne costruita sul culmine di un colle comunemente conosciuto come La Vescogna; l'edificio, dalle forme semplici ed eleganti, si trova in una mirabile posizione panoramica, potendo godere di una ampia vista sulle Prealpi Lombarde e sulla vallata di Sartirana. La contrada Vescogna domina l'intera collina e per questo è possibile che vi fosse un piccolo centro abitato precedente a quello dei Calchi.
Gli eredi di Bartolomeo Calchi continuarono a detenere la proprietà sulla Vescogna sino al Diciassettesimo secolo, quando passò ad un altro ramo della famiglia sino al 1809 quando Luigi Calchi la vendette alla famiglia Brambilla.

Accanto a Villa Calchi sorge Villa Calchi-Marliani; la compresenza di questi due importanti esempi architettonici ha creato qualche confusione negli studi che in passato hanno menzionato l'esistenza di un castelletto. Si era pensato che una delle due ville odierne avesse trovato le sue fondamenta in quelle del castello, tesi mai confermata per l'assenza di reperti.
Nel Diciannovesimo secolo la famiglia di Ignazio Ghislanzoni ereditò villa Calchi-Marliani. Solo nell'ultimo quarto dello stesso secolo le due proprietà vennero unificate adibendo i fabbricati dell'odierna villa Calchi ad ospitare i dipendenti ed i locali di servizio. La vista di cui si può godere dalla Vescogna e le sue due ville hanno probabilmente ispirato Antonio Ghislanzoni nella scrittura del libretto d'opera dell'Aida messa in musica da Giuseppe Verdi.
Un altro membro della famiglia Ghislanzoni è noto come uno dei primi aviatori della storia: Giuseppe Ghislanzoni. Uno dei primi piloti di aereo come D'Annunzio cadde in battaglia in uno scontro aereo. In sua memoria oggi sorge l'hangar Ghislanzoni a Como.
Dopo la Seconda guerra mondiale la famiglia Ghislanzoni si trasferisce in villa Calchi cedendo nel 1952 Villa Calchi-Marliani all'imprenditore tessile Felice Fossati Bellani che la ristruttura con le comodità del tempo.
Ultimo passaggio di proprietà avvenne all'inizio del nuovo Millennio quando l'ultima erede della famiglia Ghislanzoni, Maria Celestina Tommasini, alienò l'edificio ed i giardini alla famiglia Bonanomi, la quale si è occupata dell'impegnativo restauro conclusosi nel 2014.

GIOVANNI CALCHI A FIANCO DEL DUCATO SFORZESCO
Giovanni Calchi, padre di Bartolomeo, supportò Francesco Sforza durante la guerra contro la Serenissima di metà Quattrocento. Dopo la morte di Filippo Maria Visconti, nel 1447, Milano insorse proclamando la Repubblica che, però, venne meno per l'intervento politico-militare di Francesco Sforza che reclamava il trono di Duca dato che sua moglie (Bianca Maria Visconti), legittima erede del Visconti scomparso.
Nello stesso 1447, Venezia e Milano si unirono contro lo Sforza. Nel dicembre i veneti cercarano di garantirsi i passi di Brivio, dove stavano costruendo un ponte, ed Olginate, la Rocchetta di Airuno, il Monte di Brianza ed il Monte Barro, per poi puntare su Milano dove avrebbero portando i rifornimenti, dato che la città era assediata.
Lo Sforza, le cui truppe si trovavano sulle alture di Calco, voleva dividere le forze nemiche e tagliare i rifornimenti recuperando Airuno e possibilmente Brivio. Avendo saputo che i veneziani realizzavano il ponte a Brivio, radunato l'esercito, parti da Cassano in gran fretta e raggiunse Monte Calco, quando, però, il ponte era già stato realizzato. Durante il percorso, riuscì comunque a conquistare quello che dai documenti si presume essere il San Genesio. Per diversi giorni e notti i due eserciti stettero in armi, nonostante il freddo. In quell'area lo Sforza poteva contare sull'appoggio delle famiglie dei Calchi di Calco e Sartirana, dei Vimercati, degli Airoldi di Robbiate e di Imbersago, dei Riva e dei Nava delle colline di Brianzola e Galbiate.

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Il 17 dicembre i capitani della Repubblica ambrosiana di Milano ordinarono al loro nuovo condottiere Niccolò Piccinino di lasciare Monza per raggiungere gli alleati veneziani. Lo Sforza, invece, convocò i propri comandanti a Calco e decisero di recarsi notte tempo a Casate Vecchio, dove il Piccinino aveva posto la gran parte delle sue truppe. Con i suoi compagni, Francesco Sforza marciò attraverso la valle di Rovagnate e la collina di Sirtori, raggiungendo Casate Vecchio dove sconfisse il Piccinino facendolo ritornare a Monza con il resto del suo esercito.
Ma i veneziani non rinunciarono alla battaglia contro lo Sforza: il comandante della Serenissima Sigismondo Pandolfo Malatesta, progettò di oltrepassare l'Adda attraverso Brivio ed Olginate, mantenendo alcune truppe sul Monte San Genesio e presso la Rocca di Airuno. Lo Sforza volle dividere le forze nemiche, quindi decise di prendere la rocca di Airuno ed il Monte Barro, che poi abbandonò per poi contrastare sul pian d'Erba il battaglione veneziano di Bartolomeo Colleoni.
Il Malatesti ebbe l'impressione che lo Sforza fosse fuggito, di mattina presto portò quindi l'esercito sui Colli Briantei ed ordinò di accamparsi ai piedi del Monte di Calco pensando di congiungersi con il figlio di Piccinino, Giacomo. Avvicinandosi al colle, attaccò la torre che il milanese Giovanni Calchi presidiava per incarico dello Sforza ma, saputo che il Piccinino era in fuga e che lo Sforza stava tornando, si ritirò oltre l'Adda dopo aver incaricato alcune delle sue truppe di resistere all'offensiva veneziana seminando.
La posizione centrale e sopraelevata sulle valli circostanti resero quindi Calco il fulcro strategico della lotta di Francesco Sforza per potersi conquistare la carica di Duca di Milano, per cui fu indispensabile la collaborazione della famiglia Calchi.


BARTOLOMEO E LA FAMIGLIA CALCHI
La leggenda vorrebbe far discendere la famiglia Calchi da un Cavaliere greco chiamato Calchos, nome di una città ellenica. Costui difese fino allo scontro fisico la causa della moglie di un re longobardo accusata di adulterio, vinse e ricevette come segno di gratitudine un grande territorio sul Monte di Brianza, luogo in cui abitò e denominò come Calco.
In realtà la famiglia Calchi è da riconoscere come la famiglia signorile di Calco, che viene fatta risalire ad Umberto da Calco, ritenuto un Vassallo di Attone, Conte di Lecco nel Decimo secolo. I Calchi furono una delle famiglie ghibelline della regione della Martesana a cui Filippo Maria Visconti, il 20 febbraio 1428, volle concedere l'esenzione dalle tasse ringraziandoli della fedeltà nella guerra contro i veneziani conclusa nel 1373.
Il membro della famiglia a cui attribuire la costruzione della villa Calchi fu Bartolomeo, il cui ruolo era assai influente perché venne nominato primo cancelliere e segretario del duca Ludovico il Moro dopo il sostegno alla causa degli Sforza contro i veneti e milanesi. Lo stesso ricoprì anche la carica di amministratore del castello, responsabile delle questioni ecclesiastiche e criminali, e delle entrate ducali.
Ma nella corte degli Sforza, Bartolomeo era considerato molto più di un potente uomo di stato, gli era riconosciuta una grande cultura:. Ritenuto un mecenate, fu protettore degli artisti per i quali divenne un punto di riferimento quando accedevano alla corte meneghina.

Valerio Bonanomi

Il ruolo di uomo di corte gli permise di intrecciare relazioni anche con personalità di spicco, quali Bramante e Leonardo da Vinci; la relazione tra il Calchi e Leonardo è testimoniata dagli studi sul tiburio (struttura esterna che copre la superficie curva della cupola) del Duomo di Milano in cui l'arista toscano fu a lungo impegnato e in questo periodo invitò Bartolomeo a consultarlo per qualsiasi motivo.
Dobbiamo quindi pensare a Bartolomeo come a una delle personalità di maggior spicco nella Milano del Tredicesimo secolo, nella quale organizzò un circolo letterario in cui le élite politiche e culturali si riunivano nella lussuosa residenza cittadina della famiglia Calchi.
Con la caduta del Ducato, Bartolomeo venne impiegato con successo nella nuova amministrazione sotto il potere francese, nonostante fosse ben noto il legame con gli Sforza che avrebbe potuto costituire per lui motivo di esclusione dai palazzi del potere ora divenuti francesi.


GLI SPAZI DELLA VILLA ED I MAGNIFICI AFFRESCHI

Il Salone Maggiore
Si tratta del primo spazio che incontriamo quando accediamo a villa Calchi, il baricentro dello sviluppo architettonico della residenza. Oggi privo degli arredi originali, è impreziosito dalle pitture policrome rinascimentali e iscrizioni dipinte tratte dalla letteratura classica. È assai probabile che questo spazio fosse stato ideato per ospitare artisti, accademici, intellettuali e filosofi di Milano che componevano il seguito di Bartolomeo Calchi quando si ritirava nella sua residenza di campagna.È notevole la tecnica architettonica della volta a semi-ombrello laterale per la cui realizzazione Bartolomeo Calchi si ispirò al bramantesco monastero cistercense di Sant'Ambrogio a Milano.
Sulla parete meridionale della stanza, in cui troviamo ricavato un camino, si aprono due finestroni che si affacciano sul giardino e sulla riva scoscesa sino al lago di Sartirana; la porta-finestra sulla parete occidentale permette di raggiungere lo spazio verde che circonda la villa. Il pregevole pavimento in cotto è stato ripristinato come quello che vi era in origine, ormai degradato per il trascorrere dei secoli.
Il Salone Maggiore venne totalmente affrescato da un maestro rinascimentale che concepì un'articolata architettura dipinta costituita da un arioso colonnato continuo con un soffitto coperto da intrecci di corte e ramificazioni inframmezzate da tondi e disegni geometrici: un chiaro richiamo agli arzigogoli e alle fantasiose decorazioni elaborate nell'ambito della corte milanese intorno al tema dei nodi e dei groppi di invenzione leonardesca e bramantesca.

Le decorazioni originali del Salone risalgono al 1505, come indica un'iscrizione latina ritrovata su di una tabulae pendente da una lunetta, si può tradurre in: "Vivi nella Carità di Dio Anno Domini 1505". Il messaggio intriso di profonda spiritualità cristiana appare isolato rispetto al resto delle decorazioni prive di alcun riferimento religioso. Secondo lo studioso Andrea Spiriti, il ciclo pittorico del Salone Maggiore è da considerare come un "ardito progetto politico" con cui Bartolomeo Calchi si dichiara favorevole alla restaurazione sforzesca dopo la conquista del ducato per mano francese. A trasmettere questa coraggiosa attestazione di fede per gli Sforza non è solo l'scrizione che vi abbiamo citato, ma anche l'articolazione architettonica e pittorica volutamente e profondamente derivata dai modelli bramanteschi e leonardeschi sviluppati nella corte milanese. Un esempio sono le colonne, i capitelli in finto bronzo e la costruzione illusionistica del porticato dipinto che rimandano agli interni della chiesa di San Satiro a Milano. Di origine leonardesca è invece l'idea di ricoprire il soffitto con un intreccio vegetale, come nella Sala delle Asse del Castello Sforzesco, ideata dall'artista da Vinci.
Il progetto originale di Bartolomeo Calchi prevedeva la realizzazione in pittura di un colonnato marmoreo addossato a una serie di paraste dipinte e sovrastato da una volta a semi-ombrello laterale ricoperta da un fitto ornamento a intreccio di cordami e tondi isolati. È chiaro anche in questo che le frequentazioni della corte degli Sforza contribuirono profondamente a sviluppare il senso estetico di Bartolomeo come i suoi gusti in materia architettonica.
C'è da considerare che la decorazione di Villa Calchi venne svolta da Bartolomeo nei suoi ultimi anni di vita, in un momento di riflessione e di bilancio sulla propria esistenza, pubblica e privata. Decise di dedicarsi alla sistemazione della sua villa fuori città, lontano dalle vicissitudini e dalle amarezze di una Milano ormai sempre più una piccola provincia dell'impero francese.


Saletta Ad Quadratum
Attraverso due varchi ricavati in due epoche diverse, sulla parete est del salone maggiore, si accede alla saletta Ad Quadratum, forse adibita a studiolo di Bartolomeo, oppure a biblioteca. Queste due ipotesi di utilizzo derivano dall'adozione della pianta quadrata e dalla copertura con volta ottagonale ad ombrello, scelte che sembrano confermare una destinazione d'uso prettamente intellettuale.
I modelli di riferimento sono quelli della lunga tradizione architettonica lombarda, raccolti e ripensati da artisti all'avanguardia sulle novità rinascimentali del centro Italia, come Donato Bramante da Urbino, che insieme a Leonardo da Vinci, facevano parte della corte di Ludovico il Moro.
Teofilo, erede di Bartolomeo Calchi, nel 1515 diede il suo contributo personale alla decorazione della villa chiamando degli artisti aggiornati sugli stilemi del tempo per completare la decorazione del piano nobile ricoprendo di pitture anche la volta e le pareti della saletta quadrata.
Le ricche decorazioni grottesche che si riconoscono sulle lunette, secondo lo storico Spiriti, ricordano quelle del Sodoma a Villa Farnesina a Roma. Ciò fa presumere che l'autore delle fiere di villa Calchi sia in uno degli allievi del maestro sopra citato.
Troviamo tre lunette per lato: in quelle centrali, di maggiori dimensioni, si possono riconoscere gli stemmi di due famiglie, unite da un duplice matrimonio dei fratelli Calchi, Teofilo e Polidoro, con le sorelle Caimi, Scolastica e Veronica. Nelle lunette poste negli angoli della stanza si possono riconoscere animali esotici e mitologici come un babbuino, una lince e un unicorno. Due lunette sono occupate, invece, da una singolare coppia di scene marine: in una vi è una nave che solca acque tranquille, completata dalle scritte. spes sibi quisque (ognuno è speranza per sé), multae insidiae sunt bonis: vigilandum est (bisogna vigilare sempre: molte sono le insidie tese agli uomini onesti) e ut sementem feceris ita et metes (come hai seminato così anche mieterai); nell'altra scena marina, invece, raffigura una nave colpita e danneggiata dalla tempesta, con iscrizioni che alludono alle sfortunate vicende della vita.


Qui vi è da leggervi, ancora una volta, un rimando alla complessa situazione politica e alle sfortunate vicende che hanno travolto gli Sforza che, grazie alla prudenza e la benevolenza del supporto imperiale, raffigurato dal sole, potranno tornare a navigare in acque tranquille gettando a mare le ancore-gigli che simboleggiano l'avversario francese.
Come abbiamo detto, la realizzazione delle decorazioni visibili in questa stanza risalgono all'inizio del Cinquecento, periodo nel quale Teofilo Calchi intratteneva uno stretto rapporto con Erasmo da Rotterdam con cui ha probabilmente ideato questo ciclo di affreschi in cui vollero rappresentare dei concetti politici con simboli e animali. È possibile dire che qui si svilupparono i primi esempi di emblemi che vennero poi raccolti e studiati nel "Trattato sugli Emblemi" di Andrea Alciato, datato 1531.


L'antica Sala d'Armi
Nel piano ipogeo troviamo quella che un tempo era la sala d'armi caratterizzata dalla copertura a volta originariamente destinata ad essere una cantina. Questo soffitto a volta è un unicum dato che è costituito da una fitta tessitura di pietre irregolari che costituiscono un arco autoportante capace di sorreggere la villa sovrastante scaricando il peso sui possenti muri lateri.

Il primo piano

Al piano superiore possiamo trovare quello che un tempo era adibito a spazio privato, composto da due stanze dotate di pavimento in parquet e soffitti cassettonati in pregiato legno di castagno. Delle due stanze, la più piccola ospita un grande camino in pietra grigia.

Valerio Bonanomi e la sua famiglia si sono impegnati molto per ridare a questo luogo lo splendore di un tempo e ricostruirne la storia. Su quest'ultima sono stati pubblicati due libri per PCZ Group: "Villa Calchi - Sulle tracce di Leonardo" a cura di Carlo Catturini e Luca Tosi, e "Villa Calchi alla Vescogna di Calco - il palazzo di Bartolomeo fra Bramante e Leonardo" di Gabriele Medolago e Andrea Spiriti, volumi da cui abbiamo potuto trarre le informazioni necessarie per redigere questo nostro breve articolo.
Osservando le decorazioni del Salone Maggiore e ammirando l'ampio panorama non è stato difficile sentirsi entusiasti delle bellezze che questo territorio ci nasconde e che non vediamo l'ora di farvi scoprire in questa nuova stagione di Viaggio in Brianza.
Rubrica a cura di Giovanni Pennati e Alessandro Vergani
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