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Scritto Domenica 13 febbraio 2022 alle 18:01

Viaggio in Brianza/31: tappa a Verdegò di Barzago con la sua chiesina e l'acquedotto

In questa nuova puntata del nostro Viaggio in Brianza vi vogliamo portare in una frazione di Barzago: Verdegò.
Un piccolo nucleo riconoscibile da lontano per la sua posizione rialzata rispetto al resto dei centri abitati circostanti; sulla cima della collina svettano la chiesina di San Giovanni e Paolo ed il caratteristico acquedotto a torre.

LE PRIME NOTIZIE SU VERDEGO' E LA SUA CHIESINA: I DUBBI SUL PATRONO
La cima della collina di Verdegò si presume essere sempre stata nei secoli un punto di riferimento per la vita religiosa del ristretto nucleo abitativo, ma le prime notizie sulla chiesina dedicata a San Giovanni e Paolo derivano dall'elenco degli altari steso da Goffredo da Bussero nella seconda metà dell'Undicesimo secolo.
Sulla dedicazione di questa chiesa a questi precisi santi vi sono sempre stati dei dubbi. Gli abitanti della frazione hanno sempre dimostrato un vivo attaccamento alla loro chiesa e alla celebrazione della festività dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno di ogni anno, nonostante, in realtà, sia dedicata ai Santi Giovanni e Paolo: soldati martiri a Roma del quarto secolo, celebrati nel calendario al 26 giugno. Questa scelta trova fondamento nel desiderio di appoggiare la festa a Santi "più titolati" (Pietro e Paolo).
La chiesina di Verdegò, meglio definita come oratorio, è simile e a quelle costruite dopo l'anno Mille dalle Pievi per consentire un minimo di pratica religiosa locale, distinte dalle chiese plebane le quali rappresentavano ancora il punto di riferimento per l'amministrazione dei sacramenti. La costruzione di questi edifici religiosi era spesso dovuta alla volontà del signore locale che lo spingeva a erigere l'oratorio ed imporre i Santi a cui dedicarlo soddisfano il desiderio della popolazione della zona.
Dopo almeno due secoli di prosperità, nel Quattordicesimo secolo, le Pievi iniziano a dissolversi, mentre le chiese plebane acquisirono sempre più autonomia, affermandosi come chiese parrocchiali. Questo però non avvenne per la chiesa di Verdegò la quale non venne citata nella dichiarazione di rettorìa della Chiesa di San Bartolomeo di Barzago nel 1564.
È possibile risalire alle caratteristiche strutturali della cappella di San Giovanni e San Paolo grazie alla sua descrizione svolta da padre Leonetto Clivone 14 novembre 1567, durante la sua visita alla parrocchia di Barzago. Venne definita in condizioni precarie e per questo Padre Clivone decise di sospendere la celebrazione dell'Eucaristia sino a quando non fossero stati intrapresi dei lavori di sistemazione utili a rendere più solida la struttura. Negli anni successivi due arcivescovi di Milano, nell'agosto del 1571 San Carlo Borromeo e poi nel luglio del 1611 Federico Borromeo, fecero visita all'oratorio di "Merdagore" accertando il miglioramento delle condizioni dell'edificio.
Dall'insieme di questi documenti si può dedurre che si trattasse di una chiesuola ad aula rettangolare con una sola navata che si concludeva con un'abside angusta, bassa e poco profonda, sotto la quale era posto l'altare. Questa absidiola prendeva luce da due finestrelle monofore, altre due erano situate nelle pareti sud e nord.

LE ORIGINI DEL NOME VERDEGO'
La località di Verdegò viene citata per la prima volta in un atto notarile del 1232 come Mardegore, un documento che attesta la dipendenza della frazione dalla Corte medievale di Cremella. Ritroviamo poi alla fine dello stesso secolo, con la denominazione leggermente variata di Mardagore, l'elenco di tutte le chiese della diocesi. Nei documenti successivi l'odierno Verdegò viene denominato quindi come Mardagore, risultato di un genitivo plurale latino. Nei dintorni della collina di Verdegò si hanno altri centri abitati i cui nomi possono essere fatti risalire a dei genitivi plurali, ad esempio Barzanore, da cui deriva il nome del comune di Barzanò. Questi sono i "toponimi prediali" che indicano la proprietà delle terre; da questo si può presumere che le terre della collina fossero denominate in questo modo per il nome delle famiglie che la abitavano.
A partire dal sedicesimo secolo, nei documenti delle visite pastorali d'epoca borromaica, Merdegore divenne Merdago o Merdagore; questo passaggio esprime un'innegabile valore dispregiativo, dovuto probabilmente alla rivalità tra il modesto oratorio di San Giovanni e San Paolo e la parrocchia di Barzago da cui dipendeva.
Il passaggio all'attuale Verdegò avvenne nei primi decenni del Settecento: in tutti gli importanti atti del Catasto Teresiano la frazione viene denominata come Merdagò, invece, nei primi documenti di elezione del nuovo oratorio del 1718 appare la tradizione del toponimo Verdegò. È chiaro quindi che vi era una discrepanza tra la denominazione in ambito amministrativo e in quello religioso.
Verdegò probabilmente nasce dalla volontà di correggere una denominazione dispregiativa con un termine che, avesse un'assonanza simile e, contemporaneamente, qualificasse come un luogo ricco di vegetazione, rendendo giustizia ai suoi abitanti.

IL NUOVO ORATORIO: IL BENEFATTORE ED I FURFANTI
A promuovere e finanziare la costruzione del nuovo e attuale oratorio è un certo Giovanni Antonio Viganò. Questo personaggio era conosciuto in paese con il soprannome "il Piccozzo" per la sua professione di scalpellino. La sua abilità gli permise di avviare una fiorente attività commerciale con il passare degli anni. La balaustra dell'oratorio, come l'altare e la porzione in pietra molera che sostiene il tabernacolo, sono tutte opere del medesimo Viganò.
Un primo atto d'intenti per questa costruzione è riportato in una lettera che il parroco di Barzago, Giovanni Battista Negri, inviò in Curia nel mese di maggio del 1718 con cui espresse il desiderio di restaurare il diroccato oratorio di Verdegò e di poter mettere una cassetta per l'elemosina all'interno di questo.
L'8 giugno 1718 viene concessa l'autorizzazione per la costruzione dell'oratorio di cui si ha un primo progetto in cui si possono solo osservare le linee perimetrali dell'edificio. Per la realizzazione di quest'opera hanno partecipato molti devoti, tra cui lo stesso Antonio Viganò; tutti erano d'accordo nel riservare quella chiesina agli aderenti ad una confraternita da promuovere per tornare ad animare il luogo religioso.
Nel 1721 si conclusero i lavori, il 2 maggio dell'anno successivo giunse presso la curia la richiesta della benedizione del nuovo oratorio per cui non vi sarebbero dovuti essere problemi: l'edificio risultava ben dotato, era infatti sostenuto da un lascito cospicuo che avrebbe conseguito ai futuri sacerdoti di celebrare le Sante messe e disporre di fondi economici a sufficienza per il suo completamento. Per questi motivi venne dato l'assenso alla benedizione che verrà svolta il 16 maggio 1722.
In realtà un problema sorse: nella notte precedente alla data prevista per la benedizione, i fratelli Perego di Bevera, una ricca e potente famiglia che da almeno due secoli possedeva beni, case e terreni tra Bevera e Verdegò, fecero valere la loro forza imponendo una lapide con il loro stemma gentilizio sulla facciata dell'oratorio. In questo modo vollero reclamare il diritto di patronato e pergino il possesso delle chiavi. Un'altra lapide venne posta dai fratelli Perego all'interno dell'oratorio, ma questa volta con lo stemma gentilizio del Viganò, finanziatore e costruttore dell'opera. Per questi fatti venne rinviata la benedizione.
Tutta la questione venne riassunta in un documento datato 1723 con cui si risolse il dissidio grazie all'intervento di monsignor Antonio Corneliano che volle risolvere la questione amichevolmente. Viganò fu disponibile ad accettare le decisioni dell'autorità religiosa, i fratelli Perego, al contrario, non vollero alcuna mediazione reclamando, come detto, il diritto di patronato ed una copia delle chiavi dell'oratorio dal momento che si dichiaravano costruttori di questo e proprietari del terreno su cui sorgeva. Il monsignore rispose che non vi era prova di ciò che i fratelli Perego affermavano, poiché il luogo su cui l'oratorio venne costruito era il medesimo su cui prima sorgeva quello precedente.
Come venne risolta la questione? La lapide interna del Viganò venne rimossa; a lui si diede una copia delle chiavi, quale reale costruttore e ora custode della nuova chiesa; ai Perego si chiese di presentare un atto notarile, un documento che attestasse la proprietà del terreno; in mancanza di questo non avrebbero potuto avanzare più alcuna pretesa sull'oratorio, quindi vennero obbligati a rimuovere la lapide dalla facciata della Chiesa.
Risolta questa controversia, la benedizione dell'oratorio avvenne nel 1730, per opera del Vicario di Missaglia Carlo Alfonso Piazza su incarico della curia arcivescovile di Milano. Il Viganò, dopo la sua morte nel 1734, fu seppellito nell'oratorio di cui tanto volle la ricostruzione e al quale, nel suo testamento, conferì una dote mensile.

L'ARCHITETTURA DEL NUOVO ORATORIO
L'oratorio sorge sul punto culminante della collina, su di un terreno che degrada in modo accentuato verso sud. Volendo collocarlo proprio su quella che doveva essere la "cresta" della collina, a fianco di una importante strada di passaggio, fu necessario realizzare un terrapieno contenuto in un robusto muraglione alto cinque o sei metri, così da creare l'area pianeggiante per l'oratorio ed il sagrato antistante.
L'edificio è a pianta rettangolare e la sua facciata è a caratteri lineari ed impostata secondo uno schema compositivo semplice. Quest'ultima presenta un portale d'ingresso al centro, sopra al quale si apre un'ampia finestra. I contorni dell'edificio sono rimarcati da blocchi squadrati di granito che ne evidenziano gli spigoli d'angolo. Una linea orizzontale delimita l'altezza interna della Chiesa ed accenna un timpano con oculo tondo posto nel suo mezzo. Il tutto è ricoperto da un tetto a capanna.
Stilisticamente a sé stanti appaiono invece il portale d'ingresso e la nicchia al suo fianco, elementi che impreziosiscono una facciata nel complesso modesta. Nel portale questa variazione di stile è evidenziata dall'architrave leggermente lavorato con dei riccioli appena abbozzati. La nicchia al suo fianco è messa in risalto dal sasso in bassorilievo che la contorna: all'interno di essa vi sono delle ossa, probabilmente degli appestati del Diciassettesimo secolo, racchiusi da una lastra di vetro e da una grata in ferro su cui è lavorato un teschio e delle ossa, simboli di morte.

Galleria immagini (clicca su un'immagine per aprire l'intera galleria):

Ad est, sul lato dell'altare, l'oratorio si allunga con una costruzione costruita successivamente per ricavarne il locale ad uso del coro, tanto voluto dal Viganò. Che questa sia stata un'aggiunta posteriore non solo risulta dal testamento del benefattore, ma anche perché è evidente osservando l'architettura dell'edificio. A sud è stato ricavato un altro locale per una piccola sacrestia con accesso indipendente dal sagrato. Proprio il sagrato completa e valorizza il complesso permettendo di avere una gradevole vista sul sottostante comune di Barzanò.
A metà degli anni Novanta si è proceduto un ampio restauro interno con il posizionamento di un nuovo altare rivolto ai fedeli, la pittura delle pareti e l'eliminazione di alcuni arredi e statue devozionali. Superata la soglia d'ingresso e percorsa la piccola navata, si accede al presbiterio salendo due gradini. Funge da divisorio una balaustra in pietra tenera, probabilmente molera, finemente lavorata con volute ed eleganti motivi floreali.
L'attenzione è richiamata in primo luogo dalla bella pala posta al di sopra del tabernacolo: è una crocifissione con i due santi martiri, Giovanni e Paolo e le anime purganti; questa è inserita in una cornice architettonica alquanto singolare, costituita da un blocco unico di legno dipinto in finto marmo nero e verde con orlatura dorate. Nella parte inferiore la medesima cornice contorna una grata che dà sul coro. Dal presbiterio, due aperture immettono nel locale dedicato al coro, uno spazio che doveva essere isolato, tant'è vero che le cerimonie religiose potevano essere seguite solo attraverso l'appena citata grata incassata nell'altare. Questo era un locale esclusivo riservato alle confraternite, nel nostro caso alla Confraternita della Buona Morte.

LA PALA D'ALTARE
sulla Pala d'altare è raffigurato Gesù Cristo crocifisso attorniato da animi purganti e dai santi Giovanni e Paolo, come vuole una consuetudine religiosa.
In questa raffigurazione possiamo trovare il Cristo crocifisso raffigurato come già morto, non solo con il capo, ma con tutto il corpo lasciato cadere verso destra. Il viso sofferente, la corona di spine, i particolari anatomici del tronco messi in risalto, i colori biancastri, cerei della morte sono così in contrasto con il tono oscuro del dipinto: tutto concorre ad accentuare l'immagine del dolore e del pentimento.
I due Santi si presentano in posizione frontale; con pose e fogge diverse, sono accomunati dall'essere rappresentati come santi guerrieri in ricordo della loro condizione di soldati. San Paolo, a sinistra della croce, è ritratto secondo i caratteri seicenteschi del Paolo apostolo, cioè con folta barba e atteggiamento ieratico. San Giovanni, a destra della Croce, porta un'armatura completa di tipo rinascimentale con il braccio destro leggermente alzato ad indicare il crocifisso; nei lineamenti del volto appare un giovane di bell'aspetto secondo un'idealizzazione presente nella pittura italiana e spagnola nelle raffigurazioni di San Giovanni Battista. Ai piedi della Croce, a ridosso dei due santi, emergono del fondo scuro del dipinto alcuni visi e mezzi busti di anime del purgatorio: è il completamento del valore simbolico del quadro, Gesù Cristo con la sua morte libera dal peccato le anime del purgatorio.
Questa rappresentazione, come testimoniato dalla lettera di invito alla benedizione del parroco Giovanni Battista Negri per il cardinal Pozzobonelli, venne commissionata appositamente per questo oratorio, ma purtroppo non si conosce il nome dell'artista.

LA CONFRATERNITA DELLA BUONA MORTE
Pochi anni dopo la costruzione del nuovo oratorio, nel 1734, si istituì una confraternita che avrebbe avuto sede presso l'oratorio di Verdegò per promuovere ulteriormente la religiosità, ma anche per animare la vita della piccola chiesa.
Il motivo per cui si fondò la Confraternita della Buona Morte a Verdegò è dovuta ad una pietas perdurata nei secoli a favore dei defunti. In vari verbali delle visite pastorali e vicariali si possono ravvedere diversi riferimenti alla presenza di un cimitero e di luoghi di devozione a favore di coloro che scomparvero a causa delle diverse epidemie. Un emblematico simbolo di questa devozione è riportato in un documento del Cardinal Pozzobonelli del 1757 in cui si cita un vero proprio cimitero recintato dedicato per seppellirvi gli appestati del 1630. Non si trattava di un semplice sagrato-cimitero, ma di un vero e proprio camposanto per seppellirvi solo coloro scomparsi a causa dell'epidemia di manzoniana memoria. Questa pietà popolare per i morti di peste si è manifestata in particolare sulla collina di Verdegò, anche perché l'antico oratorio aveva svolto il ruolo di ricovero per gli ammalati.
Il drammatico ripetersi di epidemie, contro le quali nessun rimedio umano sembrava possibile, rafforzò il bisognosi rivolgersi alla chiesa per chiedere protezione, assistenza ed una dignitosa sepoltura. Tutto questo favorì la nascita della confraternita e spinse il Viganò a costruire il nuovo oratorio.
Per la creazione della confraternita, nel 1733, venne inviata all'allora Arcivescovo di Milano, Cardinale Benedetto Erba Odescalchi, una richiesta a nome dell'intera popolazione parrocchiale, non semplicemente da alcune persone o dai soli abitanti di Verdegò: questa era una condizione informale indispensabile per l'assenso. L'arcivescovo di Milano rispose approvando le pie intenzioni dei fedeli di Barzago con una lettera il 21 novembre 1733. A quel punto non rimaneva altro che aggregare la nuova confraternita di Verdegò con quella centrale a Roma, solo in questo modo sarebbe stato possibile ricevere i crismi dell'ufficialità e usufruire della protezione e soprattutto delle indulgenze, dei benefici, delle esenzioni che nel corso di centocinquant'anni la confraternita madre romana aveva accumulato. La filiazione avvenne il 17 maggio 1734 attraverso un attestato, oggi conservato presso l'archivio parrocchiale di Barzago, sul quale sono elencati la regola generale e le indulgenze ed i benefici ottenuti dalla confraternita dai vari pontefici a favore del loro operato.
La Confraternita di Verdegò, come previsto per ogni succursale della Confraternita della Buona Morte, veniva retta amministrativamente da un priore e spiritualmente da un sacerdote: quest'ultimo fu il Parroco di Viganò, Jacopo Bevania, quindi un soggetto esterno alla parrocchia, mentre come priore venne individuato don Alessandro Perego di Bevera, entrambi investiti di tali ruoli nel 1742.

Don Alessandro Perego apparteneva alla stessa nobile famiglia che aveva cercato di ottenere il patronato sull'oratorio la notte prima della sua benedizione. È quindi chiaro che vi sia stato un interesse comune tra la famiglia Perego e la confraternita in questa nomina: il Perego poté ulteriormente ribadire il suo ruolo di notabile locale e la confraternita ne ricevette autorità e si rafforzò.
Gli iscritti a questa confraternita non sono soltanto abitanti di Verdegò e Barzago, ma si ebbero adesioni da tutte le parrocchie e località del circondario: Cremella, Sirtori, Barzanò, San Feriolo; in tutto risultarono confratelli circa una cinquantina di persone. A questi soggetti venne totalmente affidato l'oratorio che, pur rimanendo formalmente di proprietà della parrocchia di Barzago, di fatto divenne un bene della confraternita perché questa ne possedeva le chiavi e vi si ritrovava periodicamente, assumendosi anche il compito di averne cura.
la confraternita della buona morte di Verdegò ebbe vita breve, perché, fondata nel 1734, venne soppressa nel 1787 con decreto del governo austriaco. Il fatto avvenne poichè che nella seconda metà del Sedicesimo secolo si era via via accentuata una politica di modernizzazione da parte del governo austriaco che guardava con sufficienza a tante forme di pietà, considerate inutili. Le soppressioni colpirono particolarmente le confraternite ritenute espressioni di una religiosità popolare medievale, superstiziosa e considerate incolte. Gli iscritti alle Confraternite della Buona Morte avevano l'abitudine di partecipare alle processioni a volto coperto destando preoccupazioni di ordine pubblico; erano fra quelli che esprimevano le loro devozioni con maggior estrosità penitenziale, portando corde al collo, teschi in mano, tibie incrociate, il tutto per sottolineare la vanità della vita.
Inoltre tutte le confraternite sfuggivano dal controllo dello Stato anche per motivi economici: erano proprietari di beni immobili, stipulavano contratti d'affitto, ereditano beni, avevano amministrazioni autonome. Per questi motivi l'imperatore Giuseppe II dispose la soppressione di tutte le confraternite di questo tipo nonostante le resistenze dei Cardinale di Milano Giuseppe Pozzobonelli.

VERDEGO' NEL NOVECENTO: AGRICOLTURA E COMMERCIO
A metà Novecento, Verdegò contava ancora un buon numero di contadini che coltivavano la campagna che attorniava il centro abitato. Muoversi all'interno dell'abitato significava passare da una stalla all'altra, con il muggito delle mucche che teneva compagnia. La parte superiore delle case era destinata perlopiù a fienile con le comuni scale di legno appoggiate all'esterno per salirvi. Carretti, attrezzi, animali da cortile costituivano un'immagine abituale.
Nel concreto tutte le famiglie lavoravano i campi in affitto e pagavano la locazione anche per le case in cui abitavano. Ogni anno a San Martino, ovvero l'11 di novembre, bisognava essere puntuali con il "dovuto", ovvero l'affitto; ma c'era da considerare che nel corso dell'anno sussistevano ancora ulteriori obblighi economici, i cosiddetti "appendizi" , come i capponi e polli da conferire ai proprietari delle case per Natale.
I proprietari di gran parte delle case di Verdegò e dei terreni circostanti erano i componenti della famiglia Paladini di Barzanò, i quali intrattenevano rapporti molto rigidi con i propri affittuari che prevedevano lo svolgimento di alcune giornate gratuite oltre che la cessione degli animali da cortile da consegnare alla proprietà. La gran parte delle famiglie contadine erano iscritte alla Società Mutua Bestiame di Barzago, un rapporto di solidarietà fra contadini che consentiva loro di avere un indennizzo in caso di morte per malattia di una mucca, evento che costituiva un grave danno per il contadino. Per parteciparvi si pagava una tassa sulla base del valore stimato delle mucche nella propria stalla, frutto di una valutazione svolta da una commissione di quattro contadini "esperti".

 

Con il passare dei decenni i singoli contadini iniziarono ad arricchirsi, i grandi possedimenti scomparirono ed cominciarono a fiorire delle attività commerciali, una su tutte la tessitura Besana a Bevera. I fratelli Giacomo, Gaudenzio e Luigi Besana avviarono una prima attività di tessitura con telai a mano di legno, pruducendo coperte per la ditta Boracchi. C'è chi si rense conto che non è possibile gravitare tutti attorno a quei pochi telai fu il giovane Redento, figlio di Francesco. Spirito intraprendente, all'età di diciannove anni abbandonò la collaborazione con gli zii e se ne andò a Verdegò per avviare una nuova autonoma attività tessile. Affittò due locali rustici, impiantò un paio di telai e cominciò a lavorare in proprio. Non avendo capitali alle spalle né risorse straordinarie alle quali attingere, tutto ciò che voleva raggiungere Redento doveva esse frutto del proprio lavoro. Il padre di Redento, Francesco Besana, riconobbe l'impegno del figlio e lo raggiunse a Verdegò.
L'azienda diviene sempre più importante all'inizio del Novecento, ma ciò che le permise di crescere fu un importante appalto per la produzione di coperte per l'esercito e le colonie libiche degli anni Trenta. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale vengono rinnovati i telai, introducendo una nuova tecnologia all'avanguardia rispetto a tutte le altre aziende della zona. Negli anni Cinquanta venne costruito un secondo stabilimento a Barzago, lungo la statale, la cui direzione venne assunta da Enrico Besana, figlio di Redento. Nell'immediato dopoguerra, poter lavorare alla Besana era un'aspirazione comune per tutti coloro che abitavano nella zona.
Dopo un periodo di grande successo dei proprie prodotti durante gli anni Sessanta e Settanta, la crisi dell'intero settore porta l'azienda verso un graduale ridimensionamento, fino alla conseguente sospensione di ogni attività produttiva.

Questo racconto sulla storia di Verdegò e la sua evoluzione svolto intorno all'oratorio di San Giovanni e San Paolo è stato un vero tuffo nel passato e nei ricordi di coloro che hanno vissuto in questa piccola frazione.
Vogliamo ringraziare il professor Natale Perego che ci ha indicato come fonte il suo libro "Verdegò - Sulla sommità della collina", preziosa bussola per orientarci tra le vicende della località barzaghese.

Rubrica a cura di Giovanni Pennati e Alessandro Vergani
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