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Scritto Domenica 13 marzo 2022 alle 09:10

Il più grande dei crimini, il più distruttivo, il più contrario al fine della natura, è la guerra (Voltaire)

Essere qui a raccontare e confrontarsi con questa follia che sta accadendo nel cuore dell'Europa, è come ripiombare indietro nei secoli. Aveva ragione l'illuminista Voltaire: "Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia."

La storia ricompare drammaticamente dal sonno delle ceneri rimosse e come un vulcano spento ha cucinato un magma mortifero - pandemia/guerra - causando distruzione di corpi, città, ponti, amicizie, amori: tutto sembra uno strano gioco del destino.

L'abbinamento predato/predatore è terrificante, l'uno ingloba l'altro e lo divora in un famelico impulso sadico e orgiastico. Predatore/ predato si rincorrono, si scontrano, si attaccano e fuggono. Sul terreno, sul campo di battaglia i ruoli si invertono, si scambiano: bene/male, ragione/saggezza, giusto/sbagliato si annullano; prevale la logica pulsionale arcaica della sopravvivenza, che fa evolvere lo scontro titanico tra morte/vita.

Sono pulsioni primordiali che precedono ragione, emozione, immaginazione e immaginario. La lotta diventa materiale, corporea. Il freddo sudore ristagna i peli della pelle diventati ritti/rigidi, dilata le pupille, affanna il respiro, il cuore e tutti i visceri vengono inondati da neuro ormoni che sollecitano l'aggressività. Nel corpo si sprigiona una lotta compulsiva e feroce.

I corpi si sentono esiliati dall'umana somiglianza, prevale l'angoscia di morte prima ancora dell'orda, dell'appartenenza.

L'inconscio si impossessa del corpo del predato/predatore riportandolo in una posizione arcaica dello sviluppo tanto da far emergere fantasmi distruttivi: homo homini lupus.

L'appartenenza e l'identità sono condizioni introiettate e imposte dall'orda originaria che difende e protegge il proprio spazio sociale e territoriale dall'intrusione degli altri: è un meccanismo riscontrabile anche nel comportamento animale.

Niente di nuovo. Lo sappiamo, eppure la guerra ha la capacità di fare emergere pratiche disumane che squalificano la definizione di homo sapiens.

Il conflitto distruttivo mimetico tra entità sociali, nate da una mitologia originaria di fratellanza, incalza il dilemma della separazione. L'indipendenza e il distacco bollono e puzzano di un odore funereo, cimiteriale. Il distacco, l'autonomia individuale/gruppale portano sempre in sé il calore del sangue tradito.

La guerra ha la capacità di dissotterrare l'ascia della morte, della vendetta e di mettere in atto un comportamento apodittico, che viene espresso con mors tua vita mea.

Queste condotte spesso potenziano una mimesi eroica di popolo che rischia di degenerare in comportamenti collettivi di massa distruttivi che portano soltanto alla morte di questa civiltà.

La distruzione sullo sfondo annebbia luce della ragione e rischia di costruire un immaginario inopportuno di eroi.

I confini, i muri sono l'espressione antropologica della paura dell'altro, dell'amico nemico: ''La guerra moderna è, in una parola, al di là di ogni principio di legittimazione e di ogni procedimento di legalizzazione. La guerra dopo essere stata considerata un mezzo per realizzare il diritto, e un oggetto di regolamentazione giuridica, è tornata ad essere quello che era nella ricostruzione hobbesiana, l'antitesi del diritto'' Norberto Bobbio.

Dr.Enrico Magni
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