Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 215.371.523
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
ozono
Valore limite: 180 µg/mc
indice del 15/11/19

Lecco: V.Sora: 74 µg/mc
Merate: 73 µg/mc
Valmadrera: 77 µg/mc
Colico: 68 µg/mc
Moggio: 96 µg/mc
Scritto Lunedì 13 dicembre 2010 alle 17:51

Cassago B.: Cavallari racconta storie di uomini e donne più forti della malattia

Nella serata di venerdì 10 dicembre, a partire dalle ore 21, presso il salone dell’oratorio San Giovanni Bosco di Cassago Brianza, ha avuto luogo l’incontro di presentazione del nuovo libro di Fabio Cavallari Vivi, storie di uomini e donne più forti della malattia (pubblicato dalla casa editrice Lindau). Giornalista e scrittore, dal 2002 Fabio Cavallari collabora con il settimanale Tempi. Oltre che dei volumi Fuori dalla metafora del volo e Volti e stupore. Uomini feriti dalla bellezza e Mendicanti di bellezza è, inoltre, autore della recente pubblicazione La forza del cambiamento.



Alla serata ha presenziato anche la famiglia Tresoldi: il padre Ernesto, la madre Lucrezia e Massimiliano, figlio fortemente invalido a causa di un gravissimo incidente in macchina avvenuto circa venti anni fa. La loro è, infatti, una delle otto toccanti storie raccontate dal libro in questione, dove le immense fatiche della quotidianità si fondono con la sofferenza e la grande fede. L’incontro, straordinaria testimonianza di lotta per la vita, è stato introdotto da don Adriano Valagussa, il quale ha descritto la serata come una grande possibilità per sapere di più su un momento così duro eppure imprescindibile per tutti noi quale è la sofferenza.



“Se apriamo gli occhi guardando alla realtà della vità”
ha detto il sacerdote cassaghese “scopriamo che morte e dolore sono parti integranti di essa. Stasera parleremo di questioni e casi che potrebbero destare stupore perché si assiste al cuore dell’ uomo che si apre alla realtà nella fede e nell’amore”.
La parola è dunque passata a Franco Pellizzoni, Presidente del Centro Culturale Charles Peguy, sodalizio che sta permettendo al libro Vivi, storie di uomini e donne più forti della malattia di lanciare il suo messaggio narrativo e di speranza attraverso serie di incontri nelle televisioni, nelle radio e nei comuni di tutta Italia. L’autore Fabio Cavallari ha esordito descrivendo il suo libro come una narrazione che ha l’obiettivo dichiarato di rappresentare la situazione reale e le fatiche quotidiane affrontate sotto ogni profilo da alcune famiglie in difficoltà.



Quando ci viene chiesto, come spesso accade, cosa faremmo se fossimo malati terminali” ha detto Cavallari “non è mefistofelico dire che non sapremmo se varrebbe la pena di vivere perché la nostra vita attuale, da sani, è troppo diversa da quella che ci viene prefigurata. La domanda è lecita, ma diventa deleteria nel caso la si utilizzasse allo scopo di legiferare, per esempio. Sarebbe un torto verso chi avesse deciso di lottare. Non è, infatti, possibile ipotizzarsi realisticamente in una situazione diversa dalla propria, soprattutto se il gap è relativo alla condizione fisica ed è così ampio".



Il relatore ha poi esposto alcune sue idee relative al carattere di astrattezza delle domande e delle polemiche relative a questi temi, connotato che si concretizza in tre casi: la libertà (del quale si tenta sempre di cercare una inutile definizione dialettica), il diritto alla morte (mentre la morte non è un diritto ma un momento, un dato di fatto) e il fine-vita (sempre considerato aprioristicamente migliore della vita stessa). “La proposizione che spesso sentiamo (“Così non si può vivere”)” ha detto Cavallari “crea solitudine, mette in moto un pensiero di massa dannoso e annulla ogni rete comunicativa per la famiglia. Per questo deve essere accantonata in favore di un interrogativo ben più giusto nella sua essenziale semplicità: “Possiamo forse uccidere?”.



È sbagliato immaginarsi un malato rinchiuso e sdraiato sempre e comunque in un letto di una buia camera d’ospedale: tanti invalidi colpiti da Locked-In Syndrome o SLA passano la loro giornata su una sedia a rotelle, davanti alla finestra. Infine, lo stesso autore ha riportato i dati di una recente scoperta scientifica relativa alla Locked-In Syndrome: i potenziali malati dotati del gene sono 1 ogni 100000 persone. Dopo le parole dell’autore, è stato proiettato un intenso filmato con la storia di Massimiliano, prima e dopo l’incidente, ricca di soddisfazioni nello sport e di momenti difficili, ma sempre in compagnia dei tanti amici e dei genitori. Proprio questi ultimi hanno concluso la serata raccontando in prima persona la loro esperienza.
“Quel giorno del 1991” hanno detto Ernesto e Lucrezia “Massimiliano, allora ventenne, stava tornando dalle vacanze estive; ricevemmo una telefonata e, alzando il ricevitore, ci fu detto che nostro figlio era gravissimo all’Ospedale di Melegnano. Da quel momento, iniziò un incubo: i medici continuavano a rimandare i termini, mentre nostro figlio si aggravava in terapia intensiva a causa della alta febbre e veniva spostato all’Ospedale di Garbagnate. Un giorno, qui, ci proposero di staccare i macchinari e il sondino che tenevano in vita Massimiliano, per lasciarlo così andare. Dopo l’incontro con una famiglia da tempo nelle stesse condizioni, decidemmo di portare Massimiliano a casa, dove sarebbe stato insieme a tutta la sua famiglia quando il Signore avesse deciso cosa fare di lui. Subito arrivarono le prime denunce dagli ospedali e dai medici curanti, ma, insieme ad esse, le condizioni di nostro figlio iniziarono a migliorare.



La nostra casa si adattò alle nuove esigenze: letto nuovo, tappeto per la ginnastica, attrezzi per la riabilitazione e macchinari sanitari. Il momento più toccante avvenne la sera di Natale del 2000, quando mettemmo a letto nostro figlio stanchi e forse un poco sfiduciati dopo 9 anni di duro lavoro quotidiano che non avevano purtroppo migliorato molto le sue condizioni. Egli, forse ravvisando il nostro cedimento, fece autonomamente quel rito che portavamo avanti come abitudine ogni sera prima di coricarci: il Segno della Croce. Massimiliano uscì così dallo stato vegetativo ed iniziarono le prime parole, i primi movimenti di gambe e braccia, i primi sorrisi e le prime frasi con l’alfabeto e il mimo''.
Alberto Molteni
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco