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Scritto Lunedì 31 gennaio 2011 alle 18:18

Monticello: Hanna Kugler Weiss racconta il dramma della sua deportazione a Birkenau, dove fu sterminata tutta la sua famiglia

E' stato un incontro partecipato ed emozionante quello di domenica 30 gennaio nel granaio di Villa Greppi, con la deportata di origini italiane Hanna Kugler Weiss. Un appuntamento inserito nel programma di eventi ed iniziative proposto dai comuni del casatese per ricordare attraverso mostre, film, spettacoli, testimonianze ed approfondimenti il dramma dell'Olocausto.
Il pomeriggio è stato aperto dalle parole di Paolo Negri, Assessore alla Cultura e Vicesindaco di Sirtori che, dopo aver ringraziato i presenti, ha illustrato le ultime due iniziative dei "Percorsi della Memoria 2011": il viaggio primaverile ai lager di Sachsenhausen e Ravensbruck ed alla città di Berlino e il concorso artistico Per Non Dimenticare, aperto a chiunque volesse interpretare con un'opera, attraverso qualsiasi forma artistica (dalla musica alla pittura, dalla scultura al cinema, dalla fotografia alla letteratura), la dramma delle deportazioni naziste.

Ernesto Corti e Hanna Kugler Weiss

Hanna Kugler Weiss ha esordito ripercorrendo la sua vita prima delle Leggi Razziali varate nel 1938. "Alle scuole elementari" ha spiegato la donna "ero in classe l'unica ebrea, ma non esisteva la minima discriminazione, tanto che io e la mia famiglia eravamo addirittura iscritti al Partito Nazionale Fascista. La popolazione ebrea di Fiume contava circa 2000 anime, che convivevano in tranquillità. Poi, all'improvviso, medici, insegnanti, impiegati, militari, studenti, avvocati persero le loro occupazioni a livello "statale" e si costituirono dei "ghetti". Proprio in uno di questi io continuai il mio percorso di istruzione privata fino al 1940, quando scoppiò la guerra". Il 10 giugno 1940, infatti, Mussolini dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.



"Mio fratello Moshe" ha continuato "decise di andare in Palestina, mentre mio padre fu trasferito nel sud Italia in qualità di deportato politico: io e le mie sorelle restammo sole con nostra madre in città. Di lì a pochi mesi, nell'estate del 1943, Mussolini, liberatosi dopo la cattura, avrebbe dato vita alla Repubblica di Salò e gli alleati avrebbero liberato il meridione. Paradossalmente, mio padre era dunque libero, a differenza di noi, che dovevamo continuare a nasconderci e a vivere in condizioni tremende".
Negli ultimi mesi del 1943, Mussolini donò a Hitler la zona del Litorale Tirrenico (di cui Fiume faceva fisicamente e politicamente parte), presto conquistata senza battaglia dai nazisti. "La maggior parte delle famiglie come noi, in pericolo" ha proseguito "si prepararono a fuggire in varie zone, secondo la disponibilità delle tante persone che all'epoca andavano contro il regime".



Nel maggio del 1944, insieme ad altri ebrei e a quello che resta la famiglia, Hanna tentò di riparare in Svizzera, valicando le Alpi in un viaggio estremo; tuttavia, proprio sul confine, il gruppo venne catturato dalla Guardia di Finanza di Cremenaga, in provincia di Varese. I "passatori" italiani, cui il gruppo si era affidato, infatti, aveva venduto lo stesso ai nazi-fascisti in cambio di denaro. Hanna - con le sorelle, la madre e i nonni materni - venne internata a San Vittore ed in seguito tradotta nel campo di Fossoli, presso Carpi. "Da qui" ha proseguito "fummo deportati su uno di quei tragicamente noti treni merci a poche ore dal nostro arrivo, il 16 maggio del 1944. Si trattava del trasporto 46, che sarebbe arrivato nel campo di Auschwitz II Birkenau solamente una settimana più tardi. Durante il viaggio, le condizioni furono disumane: non si mangiava né beveva, non ci si poteva muovere né cambiare, l'aria era pesante, poiché il carro doveva spesso fermarsi per dare la priorità ai mezzi militari tedeschi".

Hanna Kugler Weiss con l'assessore Paolo Negri

L'arrivo al campo e la successiva vita all'interno del lager furono da subito terribili. "Quando si aprirono i portelloni del vagone" ha concluso "lo scenario fu infernale: i cani delle SS abbaiavano, i detenuti e i militari ci gridavano di scendere velocemente in tedesco, i parenti urlavano cercandosi. Mentre scendevo dal convoglio, davanti a me erano già iniziate le selezioni: a destra si poteva continuare a vivere, a sinistra attendeva la morte immediata". Tutti i suoi parenti, ad esclusione della sorella maggiore Ghisi, non erano ritenuti abili al lavoro. Persero dunque la vita e furono cremati solo pochi istanti dopo essere giunti a Birkenau. Alla donna, superstite, vennero tagliati "a zero" i capelli e, mentre era costretta a privarsi dei suoi abiti per indossare una logora casacca a righe e delle scarpe spaiate, una donna le tatuò sul braccio il numero identificativo, da quel momento sostitutivo di un nome di lì in poi inesistente.

Hanna Kugler Weiss nasce a Fiume (città che oggi si chiama Rieca e si trova in Croazia, ma era all’epoca italiana) nel 1928, da Sigismondo Kugler e da Carlotta Kurtz, ebrei osservanti. Arriva ad Auschwitz II Birkenau il 16 maggio 1944 e ne sarà liberata solo il 27 gennaio 1945 dall’esercito russo. Tornata in Italia, ritrova il padre, fortunosamente scampato alla deportazione, si diploma infermiera a Merano e nel 1949 parte per Israele, dove lavora nel servizio sanitario e ritrova il fratello Moshe. Lì, ben presto, si accorge che non può raccontare il miracolo per il quale lei e Ghisi sono rimaste in vita; decide, quindi, di chiudere le pagine del libro del passato, aprendo quelle del presente e sfogliando quelle del futuro. Si sposa, ha tre figli e solo nel 1968 racconta per la prima volta in una scuola la sua storia di ragazza nella Shoah. Solo dopo quarantasei anni, durante il viaggio di una delegazione israeliana in Polonia, ritrova il legame con la mamma; è quando, nel Block 27 di Auschwitz I, che è ora la Camera della Memoria, la voce di un cantore intona una preghiera. Tra i relitti del Crematorio II di Birkenau, sceglie un punto come pietra tombale per la sua famiglia. Da quel momento, ogni volta che torna, accende una candela per mantener viva la presenza in un gesto concreto di ricordo. A partire dal 1990 inizia a guidare gruppi di giovani israeliani nei viaggi della memoria in Polonia. Vive attualmente a Nazaret Ilit, dove dirige il Museo della Shoah. Scrive in ebraico un libro in cui raccoglie i fili della sua vita spezzata, lo traduce in italiano, per ritrovare le sonorità dell’infanzia e della lingua materna. Nel gennaio del 2006 viene pubblicata la sua storia: Racconta! Fiume-Birkenau-Israele.
Alberto Molteni
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