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Scritto Martedì 15 marzo 2011 alle 14:14

Viganò: un lettore spiega l'origine e la storia delle 'colonne' sparse in tutta la Brianza

A seguito del "botta e risposta" tra Sindaco e minoranza di Viganò sull'origine della "Candela" della chiesa parrocchiale di San Vincenzo, un nostro lettore ci ha fornito questa interessante ricerca relativa alle funzioni e alla storia di alcune colonne sparse sul territorio della Brianza, utile per dipanare ogni dubbio circa l'origine e la funzione di questi caratteristici monumenti spesso poco considerati dalle cronache locali e dagli archivi storici.
Di seguito il risultato della ricerca condotta da Bruno Iacovone, del Gruppo di Ricerche Storiche dell'Associazione Carabinieri di Seregno.


A proposito dell'articolo Viganò: le tradizioni del paese al centro di una ''polemica'' tra il sindaco e la minoranza

Ho fatto una ricerca su queste colonne con le croci che vi potrebbe essere utile anche per spiegare quella di Viganò, situate anche a Renate, Verano e Milano presso la colonna del Verziere in Largo Augusto.
Una cosa che mi ha sempre incuriosito molto è che, girando per le strade dei nostri paesi, è facile trovare agli incroci o davanti alle chiese delle colonne di varie dimensioni sopra le quali solitamente sono collocate delle croci o in alcuni casi le statue del Redentore. 

Per risolvere questo mistero, e cercare di dare così una risposta sul chi mai le abbia erette e il perché, sono partito da Renate, il paese dove abito, visto che anche qui c’è una bella colonna sormontata da una croce, proprio nella piazza della chiesa e con una data incisa nel suo piedistallo il 1736.



La chiesa di Renate

Sull’origine di queste colonne un primo indizio ci viene suggerito dalla tradizione popolare che le vorrebbe  erette da S.Carlo Borromeo  in occasione dell’ epidemia di peste del 1576 surrogandole come altari per potervi celebrare la messa per comodità dei cittadini sequestrati nelle case per via del morbo.



La colonna a fianco della chiesa

Nel caso della colonna di Renate, come del resto anche in altri casi, la data scolpita sul basamento non corrisponderebbe però a nessuno dei periodi storici in cui si sono manifestate queste epidemie, per cui potremmo senzaltro escludere che sia stata eretta in quelle occasioni, per di più sui monumenti della peste, che potevano non essere necessariamente delle colonne, come ad esempio quelli molto belli di Missaglia, solitamente vi era effigiata quasi sempre una simbologia  decorativa che ricordava la morte, come dei teschi o delle ossa incrociate.
Osservando poi attentamente queste colonne, a differenza di quelle della peste che paiono lasciate alla creatività ed all’estro dell’artista di turno, oltre ad essere più imponenti, sembrano assomigliarsi tutte, come per esempio quella davanti alla chiesa di Costa Masnaga e quella di Renate, e  questo ci potrebbe far ipotizzare che queste similitudini possano anche non essere un fatto puramente casuale, ma trattandosi di particolari costruzioni di tipo religioso, siano dovute ad una precisa regola.



La colonna di Costa Masnaga

Per fortuna a questo punto ci viene in aiuto Pietro Ghinzoni della “Società Storica Lombarda” che nel 1887 pubblicava su quella rivista un interessantissima monografia sulla colonna di Porta Vittoria a Milano (quella del Verziere) e dal quale ho potuto, durante la mia ricerca, attingere a piene mani.
 Il mistero ci viene svelato  subito da un documento dell’archivio di stato (Supplica dei confratelli della croce di Porta Tosa, inserita nella Patente del Senato 15 maggio 1604, e nel privilegio reale 22 novembre 1607, conservati nell’archivio di stato: fondo di religione, e registro dei privilegi ducali 1609-1612 a foglio 113).
I confratelli esponendo al senato la loro domanda cosi si esprimono:
 “Il cardinale Carlo Borromeo visitando, nel corso delle apostoliche sue peregrinazioni, gli angoli più reconditi della sua diocesi, aveva più volte osservato nei quadrivii e nei trivii dei municipi i e delle ville della nostra provincia, colonne di pietra con sovrappostavi la croce a piè delle quali andavano i devoti a pregare in certe ore della giornata. Preoccupato dal costante pensiero di diffondere nei fedeli lo spirito di pietà e devozione, compreso tostol’utile che ne poteva trarre per il suo gregge.
E perciò, appena ottenuta la liberazione della peste, mostrò desiderio che fosse estesa alla citta di Milano e agli altri luoghi, dove ancora non v’era, la consuetudine di innalzare sulle piazze e nei crocevia, alte colonne di pietra capaci di sostenere sulla cima una croce, onde i devoti potessero accorrervi a pregare, e ottenere i copiosi benefici spirituali e temporali promessi da questa devozione…”


Da qui la genesi della consuetudine di erigere le colonne e “come per incanto molte compagnie o società di pie persone si affratellarono nelle diverse parrocchie, prendendo il nome di compagnie o confraternite della santissima croce”.
“Scopo di questo era di mantenere vivo in ogni tempo il culto delle colonne e croci da innalzarsi nei piazzali e nei crocevia delle citta e dei corpi santi.Conformemente alle regole stabilite, i confratelli dovevano innanzi tutto erigere la colonna e la crocve, onde recarvisi ogni sera a recitare le prescritte orazioni”.
Si formarono cosi varie confraternite e furono perciò stabilite delle regole  per un uniforme indirizzo (quindi anche per la costruzione e l’aspetto delle colonne ?) e per la disciplina e ne fu dato il governo agli Oblati di S. Sepolcro uno dei quali con con il titolo di priore ne ebbe la suprema direzione formando così con gli altri secolari e cavalieri la “Congregazione della Santissima Croce”.
Interessanti a questo proposito sono le colonne di Lonate. Qui si trovavano alcuni di questi monumenti, dove i riferimenti alla Santa Croce sono piuttosto evidenti, si chiamavano "crocette", tanto che attorno all'anno 1740 ce n'erano almeno quattro. Tra quelli rimasti ci sono  la colonna con la statua di San Dionigi e la cosiddetta colonna di San Nazaro, con in cima la statua di San Giovanni Battista bambino. Identiche  quanto al supporto parallelepipedo di base, massiccio e ben squadrato in granito rosa di Baveno, circondato da gradini di sarizzo e decorato su ogni lato da una croce in rilievo. Da notare che entrambe le statue impugnano una croce di ferro. Inoltre, il cuscino quadrilatero che sta sotto alla statua di San Dionigi reca incisi, uno per lato, motti in onore della Santa Croce,ecco il loro testo:
"O crux, ave, spes unica; In hoc signo vinces; Cruci Christi..."
Sul lato anteriore vi è invece la dedica Divo Dionisio.



Una delle colonne di Lonate

Erette le Compagnie, si creò insomma per ciascuna una realtà di riferimento. Come a Busto, cosi a Lonate ma anche altrove: non entro le chiese ma nelle contrade e sulle piazze, come desiderava san Carlo. Viene in mente, favorita dall'omonimia, la croce di San Dionigi di Milano, ai piedi della quale il Renzo manzoniano che entra guardingo nella città deserta per via della rivolta del pane, trova sorprendentemente un pane tondo e bianco. Ecco il testo in questione:
« … La strada che s'apriva dinanzi a chi entrava per quella porta, non si paragonerebbe male a quella che ora si presenta a chi entri da porta Tosa. Un fossatello le scorreva nel mezzo, fino a poca distanza dalla porta, e la divideva così in due stradette tortuose, ricoperte di polvere o di fango, secondo la stagione. Al punto dov'era, e dov'è tuttora quella viuzza chiamata di Borghetto, il fossatello si perdeva in una fogna. Lì c'era una colonna, con sopra una croce, detta di san Dionigi: a destra e a sinistra, erano orti cinti di siepe e, ad intervalli, casucce, abitate per lo piú da lavandai. » (capitolo XI) .

In alcuni passi di una cronaca bustese del Settecento si racconta di soste durante le litanie triduane o rogazioni, nelle chiese e in corrispondenza delle “crocette”. Nell'archivio di San Giovanni si può leggere un documento in apparenza secondario, ma in realtà illuminante nella sostanza. Si tratta di un bifoglio a stampa del 1728, molto slavato, che nella prima parte insegna che cosa fossero le compagnie della Santa Croce, e nella seconda dove esse, sotto il nome di croci, erano localizzate entro la diocesi di Milano. Queste compagnie o croci le aveva istituite san Carlo, il quale ne precisò lo spirito e dettò le regole. Egli, individuata nella Croce di Cristo "la nostra salute, virtù e gloria", dedusse la necessità di "onorarla e spesso rimirarla con divozione". Volle sodalizi strutturalmente simili alle confraternite; visitatori per la città e per le pievi forensi, che visitassero spesso le compagnie e dessero all'occorrenza le istruzioni opportune; la Congregazione Generale, come organo supremo di vigilanza sulle compagnie; e naturalmente la figura del Priore Generale. Previde e disciplinò l'erezione di nuove compagnie: "Non s'intenda esser legitimamente eretta alcuna Compagnia o Congregazione, né esser partecipe delle Indulgenze e Privilegi concessi alli Fratelli della Compagnia della Santa Croce, se non sarà eretta o confirmata per Lettere o Patenti dell'Illustrissimo Arcivescovo e scritta nel Libro della Congregazione Generale, ed ordinata sotto il governo particolare d'essa".



La colonna del Verziere a Milano
 
Gli arcivescovi di Milano successori del Borromeo ebbero a cuore e raccomandarono queste compagnie e, impossibilitati a visitarle personalmente, diedero ad alcuni "operarii" la facolta di visitarle e di erigerne di nuove. Nell'anno 1728 le compagnie di Santa Croce presenti in diocesi di Milano erano 80. Allora il priore generale diocesano, l'oblato Carlo Maria Facino residente a Milano nel collegio del Santo Sepolcro, diffuse una lettera circolare ai sacerdoti assistenti delle compagnie, che in genere erano una per parrocchia, chiedendo ragguagli sulla condotta degli iscritti, confratelli e consorelle, attraverso una serie di quesiti: "frequentano l'orazione della sera? Si comunicano una volta al mese? Vanno processionalmente ogni venerdì alla visita della chiesa parrocchiale? Attendono alla correzione delle parole sporche e disoneste? Portano al collo la crocetta benedetta che consente di fruire di speciali indulgenze? eleggono ogni anno i loro ufficiali segnalandone i nomi nativi alla congregazione generale per l'aggiornamento del catalogo?" Nell'elenco delle compagnie forensi del 1728, riportato nella circolare, tra le località della "terza regione" (pievi di Busto Arsizio, Dairago, Nerviano), subito dopo Busto Arsizio si trova inaspettatamente Lonate Pozzolo: "le due Croci di Lonate Pozzolo, erette l'anno 1721". Naturalmente nell'elenco la parola Croce vale per "Compagnia della Santa Croce".

Tutto questo ebbe poi termine qualche secolo dopo con l’arrivo dell'imperatore austriaco Giuseppe II, successo nel 1780 a Maria Teresa. Egli mise mano in tutte le parti della pubblica amministrazione e principalmente in quella del culto. E fra le istituzioni ch'egli volle togliere dalle chiese ci furono proprio le confraternite o scuole. Nella lombardia austriaca la soppressione generale delle confraternite era già stata incominciata dalla Giunta economale, e poi sospesa, sino a che da Giuseppe II fu incaricato il segretario abate Bovara di sopprimere dapprima quelle d'una parte delle città  provinciali, poi delle altre. In conseguenza dunque della soppressione ordinata col sovrano dispaccio 30 marzo 1784 tutte le scuole, consorzi, confraternite e pie adunanze, eccettuate quelle del SS. Sacramento erette nelle chiese parrocchiali e quelle che avevano per oggetto primario il bene dell' umanità, cessarono di esistere legalmente e invitate o meglio obbligate a notificare le rispettive proprietà, e rendite disponibili.
A questo punto con la soppressione delle numerose Confraternite della Croce, cessava ogni ragione d'essere delle rispettive colonne, croci, crocette, cappelle e altarini esposti al pubblico, i quali, come abbiamo detto, erano stati eretti appunto perché i confratelli vi si radunassero a recitare le orazioni serali. Il Ghinzoni afferma poi che “siccome pare che la maggior parte di queste colonne, o monumenti, nulla avevano di decoroso, essendo generalmente di cattivissimo gusto, ed essendo quasi tutti collocati, o in mezzo alle vie più frequentate, o sui trivi o nelgli incroci, onde, per l'accresciuta popolazione e circolazione, riescivano di molto impedimento ai carri e alle carrozze, producendo notabile imbarazzo e anche pericolo ai passeggieri. Per cui per queste ed altre ragioni il Supremo Consiglio di Governo decretò la demolizione di quelli che imbarazzavano le vie e le piazze, e la conservazione o il trasporto in luogo più conveniente di qualche altro meritevole d'essere conservato” .

Per tornare invece alla data del 1736 incisa sulla colonna di Renate vorrei azzardare qui un ipotesi.
Sul bel libro edito dalla biblioteca di Renate “Renate attraverso i secoli” di Umberto Sironi a pagina 111 è pubblicata l’immagine di un arazzo conservato presso l’archivio parrocchiale e raffigurante Maria Addolorata ai piedi della croce.
Questo arazzo scrive il Sironi un tempo era di proprietà della “Scuola del Santissimo Sacramento” e veniva portato in processione ogni anno nella ricorrenza della festa dell’Addolorata.
Nel 1759, durante la visita dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella pieve di Agliate, nella chiesa parrocchiale dei Santi Donato e Carpoforo, fu censita la confraternita, o sodalizio, del Santissimo Sacramento. Nella chiesa prepositurale dei Santi Pietro e Paolo di Agliate dalla quale dipendeva la parrocchia di Renate il sodalizio del Santissimo Sacramento fu eretto il 12 giugno 1736 e unito il 17 novembre 1736 alla confraternita della Santissima Trinità, quindi possiamo supporre che anche a Renate questa confraternita possa essersi costituita nello stesso anno e come ad uso della Santissima Croce aver eretto la propria colonna,va tenuto presente che la confraternita del Santissimo Sacramento era una di quelle congragazioni religiose presenti in pressocche quasi tutte le parrocchie della pieve di Agliate e non solo.



Colonna eretta ad Agliate

E  Verano?
Per quanto riguarda Verano dobbiamo tornare alla colonna del Verziere.
E più precisamente alla Confraternita istituita nel settembre dell'anno 1579, nella parrocchia di S. Stefano in Brolio, in Porta Tosa ora Vittoria, la quale, pochi mesi dopo la sua istituzione, cioè nel giugno 1580, annoverava già più di 1500 confratelli (Archivio di Stato - Fondo di Religione Confraternite –Milano ecc. - Croci - Porta Tosa. - Istanza dei Confratelli all'Arcivescovo del 1582). Primo pensiero di questi fu quello della colonna da erigersi colla croce, com'era prescritto dalla regola (Come nota sopra. -Diario della Confraternita).Come luogo più opportuno all' erezione della colonna, scelsero quel  largo che trovasi un po' prima di arrivare al ponte di Porta Tosa.
La Confraternita stipulava, nel giorno 22 dicembre 1580 una convenzione coi fratelli Domenico e Michele Dalle Scale negozianti di sassi per la somministrazione della colonna. Per la Confraternita convebbero Gabriele Rho, Baldassare Pellarati e Melchiorre Scaccabarozzi. Al termine della convenzione la colonna doveva essere di miarolo bianco di determinata lunghezza e larghezza, da scavarsi nel monte di Baveno. Invece imarmi e le pietre per il basamento e per il capitello, da cavarsi nei colli di Verano presso Carate di Brianza, dovevano somministrarsi da Giovanni Maria Giorgiola e Antonio Fratino (Archivio di Stato -Fondo di Religione -c. s. -Diario della Confraternita del 1611).
Nel 1581 fu iniziata la costruzione del monumento, e dopo diverse traversie che portarono alla anche alla distruzione del suo basamento a martellate da parte del gran cancelliere pare  per dei contrasti avuti  con il Borromeo i lavori vennero interrotti e la colonna venne sepolta dalla confraternita in attesa di tempi migliori.
Passo ancora del tempo e finalmente a seguito di  innumerevoli trattative il Senato, letta ed esaminata l’ennesima  supplica, dichiarò essere l'implorata erezione della colonna, opera assai gloriosa; onde giudicò doversi esaudire la domanda degli scolari. E quindi con lettere patenti del giorno 15 maggio 1604 concedette la desiderata licenza di poter erigere la colonna della croce. (Archivio di Stato: Fondo di Religione. - c. s-Patente del Senato, 15 maggio 1604).
Ma ancora una volta gli impedimenti politici impedirono l’inizio dei lavori. Dall'istituzione della Confraternita della Croce di Porta Tosa erano dunque trascorsi 32 anni quando finalmente nel 1611 dopo la morte del governatore Fuentes torno a Milano il Velasco, che gia a suo tempo favorevole all’opera, infine dette il permesso per l’inizio dei lavori.

E veniamo cosi a Verano.
“Eretta la colonna taluni rammentarono come 30 anni prima, allorché si fece cavare la colonna e i sassi pel basamento, erasi data commissione anche per il capitello, senza sapere più dove fosse andato a finire. E avendo altro degli scolari fatto osservare che il capitello erasi fatto cavare in un monte della Brianza, vicino a Carate, in una località che non poteva precisare, tale notizia incoraggiò gli scolari a cercarne subito conto, e di ciò incaricarono il tesoriere. Nel mattino del giorno 11 giugno 1611 (sabato), il tesoriere monta a cavallo e si avvia a Carate. Mentre stava ivi rifocillandosi in un' osteria, essendo capitati alcuni del paese, domando loro se sapessero dare qualche notizia di un certo capitello cosi e cosi. Ma nulla se ne sapeva. Se non che corsa subito la voce in paese di quanto domandava il milanese, vi fu chi disse come nella vigna di un certo Francesco Bernardino Cantoni esistesse infatti un sasso della medesima qualità e colore di quello descritto dal tesoriere e opportunissimo per un capitello. Riferita la cosa al nostro scolaro, questi, senza perder tempo, si fa accompagnare nel luogo designato, e vi trova infatti un sasso grossissimo, sufficiente per fare il capitello e della medesima qualità della colonna. Di tali sassi molti se ne trovavano allora in quei luoghi e chiamavansi bissoni per essere di colore verde.”
Alla richiesta del tesoriere di poter donare la pietra alla congragazione per poterla usare per la colonna, il Cantoni di Carate accetto di buon grado ricevendo in contraccambio un infinità di ringraziamenti e benedizioni.

Tornato a Milano il tesoriere comunica ai confratelli l’esito della missione.
A questo punto il priore dopo essersi consultato con i piu saggi della scuola fa chiamare lo scalpellino Pietro Bianchi che aveva già lavorato intorno ai cherubini del piedistallo e gli commissiona di andare a Carate col tesoriere.
Arrivati in loco e visto il sasso lo scalpellino prese le sue misure e dopo aver considerato il tutto fece ritorno  dal priore per comunicargli la fattibilita dell’operazione.
Dopo aver stabilito il prezzo della sua opera il 17 giugno il Bianchi torna a Carate con due operai e si mette al lavoro.
Dopo tre giorni e parecchie prove però si accorge che il sasso non poteva riuscire bene in quanto nel lavorarlo erano emerse delle vene scagliose che producevano un bruttissimo effetto. In più gli scalpellini fecero notare che dovendo il sasso essere messo in opera allo scoperto in poco tempo si sarebbe tutto sghiandato per via degli agenti atmosferici.
A questo punto il tesoriere fece subito sospendere i lavori e torno a Milano a riferire il tutto.
Intanto, sparsasi la voce che dei milanesi erano alla ricerca di una pietra per formare il capitello ad una loro colonna, ad un vecchio contadino tornò alla mente di un sito dove una volta ne era stato iniziato uno e poi era stato abbandonato quindi,  portatosi al cospetto del tesoriere, si offri di accompagnarlo sul luogo e anche di vendergli il sasso per 25 scudi.
 Il tesoriere, verificato che si trattava proprio del sasso  color verdone di cui piu volte si era parlato alla confraternita, scrisse a milano e prego i confratelli di mandare qualcuno a verificare con i propri occhi e a combinare l’affare non volendosi assumere la responsabilità dell’impresa visti anche i precedenti.

Arrivati cosi da Milano il 24 giugno, il priore il vice priore il sindaco e il cancelliere, poterono subito verificare che sarebbero stati sicuramente soldi buttati via, l’aver insistito nel continuare la lavorazione del sasso di Carate, quindi dopo essersi portati a Verano ed aver scavato con  zappe e badili nella vigna del contadino, portarono allo scoperto un sasso  che si presentava smussato  e corrispondente perfettamente per misure e  colore al modello eseguito al tempo in cui si fece cavare la colonna.
Cosi dopo altre estenuanti trattative con i scalpellini finalmente ad ottobre del 1611 il capitello fu portato e messo al suo posto. Passarono molti altri travagliati anni dove ristorate le finanze della Confraternita e rimossa ogni difficolta, gli scolari poterono finalmente nel 1672 pensare a dar compimento alla colonna rimasta là, dopo il 1611, senza statua del Redentore e senza Croce.
Quando nel 1673 fu  collocata a posto anche la statua del Redentore colla croce, erano gia passati 93 anni dall'acquisto della colonna e 61 anni dalla sua erezione, e possiamo immaginare la premura che si diedero i confratelli perché la cerimonia della sua benedizione avesse a seguire con grande pompa e colla massima solennità.
Passò il tempo e come abbiamo già detto dal governo austriaco, col sovrano dispaccio 30 marzo 1784, fu ordinata la soppressione tutte le scuole, consorzi, e confraternite che cessarono quindi di esistere e cosi anche la nostra colonna cessò di parlare alla mente e al cuore dei divoti confratelli e dei pii credenti e di eccitare nei passeggieri quei sentimenti, pei quali quelle colonne e quelle croci  erano state erette.  Perduto cosi ogni carattere religioso la colonna  divenne proprietà del comune, rimase dunque nudo sasso e muta spettatrice dei politici avvenimenti che sconvolsero Milano negli ultimi anni dello scorso secolo e nella prima metà del corrente (1800).
In epoca risorgimentale la colonna tornò ad essere al centro dell’attenzione e divenne anche un simbolo della ritrovata liberta dei milanesi.
Questo fu il discorso per la commemorazione della cinque giornate che fece il parroco di santo Stefano

Cittadini!
La festa che il vostro Municipio apparecchia, non eccede in pompe superflue, ma s'impronta di quello schietto patriottismo e di quella austerità militare, che hanno a presiedere ai novelli nostri destini. Aprirà la giornata la consacrazione della Colonna di Porta Vittoria ai martiri della Rivoluzione  ribattezzandosi col meritato nome la Porta che vide prima il trionfo della virtù cittadina. Seguirà la solenne benedizione e distribuzione delle bandiere ai militi cittadini, convocati a generale rassegna in Piazza d'Armi. L'Arco del Sempione e l'Arco di Porta Comasina, cancellate le impronte servili, saranno riconsacrati alle pagine più splendide del nostro riscatto. I più necessitosi tra i feriti nei patrii cimenti saranno confortati di sussidio, e chiamati a partecipare alla pubblica solennità. Alla sera, una Cantata espressamente composta sarà eseguita nel Maggior Teatro. In pari tempo i Giardini Pubblici illuminati s' apriranno a festoso convegno. Riserbato infine al Consiglio Comunale il deliberare sulla proposta di più insigne monumento, una medaglia sarà intanto coniata a commemorare revento felicissimo, che apre nuova era di salute all'Italia.
« Viva l'Italia! Viva il Re! Viva il nostro Alleato!»
Milano, dal Palazzo del Comune, 16 marzo 1860 (Archivio di Stato -Raccolta delle Gride).


Ma il voto fatto nel 1848 dai milanesi di erigere un monumento su cui scolpire i nomi dei martiri della patria, onde serbarne in perpetuo la memoria, non poteva compiersi subito, poiché si voleva un monumento che fosse veramente degno del gran fatto. In attesa di questo ed essendo tutti impazienti d'indugio, si pensò di servir i per intanto della nostra colonna, sulla quale infalti, in occasione del econdo anniversario delle cinque giornate, sì poterono leggere quei nomi incisi in tavole di bronzo.

Ecco come il Sindaco  Beretta annunziava il fatto ai cittadini.

Cittadini!
 Raccogliendoci domani a pietoso rito, nella chiosa ove riposano i nostri martiri, ergeromo il pensiero a tutta quanta la progenie dei forti che ha germinato dal loro sangue, e quei primi tra i generosi saranno benedetti così nella ,virtù dell opere come nella efficacia dell' esempio.
Voi leggerete domani i loro nomi incisi in tavole di bronzo sulla Colonna di Porta Vittoria, e più perenne del bronzo, durerà la memoria del sacrificio. Ma tutti non caddero i combattenti delle cinque giornate. Abbiamo provvisto perché i più offesi da gloriose ferite e le vedove dei prodi ricevano conforto di fraterni sussidii. Dopo la commemorazione e l'assistenza, sarà pensosa e feconda anche la gioia. Alla sera di un tanto giorno, percorrendo le vie imbandierate e lucenti, vi dirà il cuore come da Porta Vittoria si vada non indarno a Porta Venezia.
 Milano, dal Palazzo del Comune, il 17 Marzo 1861 ( Archiuvio municipale)


Per questo motivo dunque dal 1860 al 1895 la Colonna riattezzata della “Vittoria” costituì conclusione e luogo di raccoglimento ufficiale del corteo commemorativo per la ricorrenza annuale delle Cinque Giornate di Milano. Poi il 18 marzo del 1895 venne finalmente sciolto il voto ed inaugurato il monumento a “Le Cinque Giornate” di Grandi e i resti dei patrioti vennero tumulati definitivamente nella cripta sottostante,  la “Colonna della Vittoria” perse così dopo 35 anni  la propria funzione civile e torno ad essere la colonna del mercato del verziere.

Distinti saluti
Bruno Iacovone - Gruppo di Ricerche Storiche dell'Associazione Carabinieri di Seregno
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