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Scritto Giovedì 22 settembre 2011 alle 16:38

Dopo ''l'Editto di Milano'' la Lega Nord ha fatto dietrofront

L’Editto di Milano

Caro Direttore,

dopo aver letto l’articolo del collega Robbiani in merito alla mancata adesione allo sciopero/mobilitazione dei servizi comunali - relativo agli uffici di anagrafe e stato civile - esprimo anch’io qualche considerazione in merito. Lo stupore sul dietrofront dei sindaci leghisti rispetto allo sciopero è stato notevole, sotto molti versi inaspettato e mi permetto di aggiungere  incomprensibile.
Il 29 agosto 2011 a Milano eravamo in migliaia – a prescindere da qualsiasi appartenenza politica – il 7 settembre poi nel direttivo regionale ANCI all’unanimità abbiamo espresso l’intenzione – di fronte alla sordità del governo rispetto alle nostre richieste di rivedere i tagli agli enti locali e il patto di stabilità interno – di continuare nella mobilitazione contro la manovra economica. Eppure i mal di pancia della dirigenza leghista erano all’attenzione di tutti: chi non ha visto i titoli a nove colonne sulla quasi espulsione dalla Lega di uno dei sindaci più rappresentativi come Flavio Tosi di Verona! Non avendo nessun dubbio sulle capacità cognitive di altri sindaci, in primis Fontana, perché aderire al nuovo sciopero bipartisan e poi mandare una lettera di scuse/dissociazione? La risposta può essere una sola: la Lega Nord ha stupito se stessa compiendo un atto dal sapore antico e in voga nell’antico impero romano, un editto. E, come al solito, le copie non hanno mai il valore dell’originale, in quanto mentre l’Editto di Milano del 313 – mi perdonino gli storici per la semplificazione - ha consentito la fine delle persecuzioni dei cristiani e gli albori della libertà religiosa, il nuovo Editto di Milano (più precisamente di via Bellerio) ha fortemente leso la libertà degli Amministratori locali di scegliere come rappresentare le istanze e i diritti delle proprie comunità. Seppur in un momento di grave spaesamento, dove non esiste più il lume del federalismo – offuscato tra i mille decreti – e la carta delle autonomie è in un cassetto al Senato della Repubblica, confido che i sindaci leghisti facciano sentire la voce del territorio ai loro dirigenti, sempre più avvezzi alle pratiche romane.  
A scanso di pulpiti - avendo il sottoscritto anche un ruolo in un partito – ribadisco che noi amministratori locali dobbiamo essere innanzitutto i promotori e i garanti degli interessi e del bene delle nostre comunità senza se e senza ma.

Cordialmente,
Gian Mario Fragomeli
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