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Scritto Martedì 27 marzo 2012 alle 19:42

Olginate: lettera aperta sui ''moderni ragazzi della Via Pal'' che giocano a fare la guerra

I RAGAZZI DELLA VIA PAL

Se vi dovesse capitare di fare una passeggiata nel nostro bel bosco che porta a Consonno non allarmatevi, dicono i cartelli, ma fatevi riconoscere, alzate le mani al cielo e sventolate una bandiera bianca.
No, non preoccupatevi, non siete in Afghanistan e nemmeno all'interno di un set cinematografico. Si tratta solo, dicono gli organizzatori, di una simulazione di guerra, ma guerra per gioco, sia chiaro.
I moderni Ragazzi della Via Pal, impiegati, carrozzieri, commercialisti, padri e madri di famiglia, stanno solo giocando a FARE LA GUERRA, con mimetiche, fucili, pistole ed elmetti.
Scopo del gioco, perché, sia chiaro, è un gioco, riconosciuto persino dal Coni nel 1996, è quello di impadronirsi della bandiera avversaria, conquistare e mantenere le postazioni, liberare i prigionieri.
Forse a qualcuno potranno tornare in mente le esercitazioni che si facevano quando c'era ancora la naja.
Quello che non capisco è perché lo facciano, perché gli adulti giochino a fare la guerra. Allora mi sono posto delle domande, per cercare delle risposte, ovviamente...magari sono io che non RIESCO a capire.
Dal punto di vista sociologico, il "gioco della guerra" si potrebbe definire "infantilizzazione dell'essere adulto". Però loro, le persone che praticano il SOFTAIR intendo, dicono che è uno sport completo, anzi c'è anche chi lo definisce lo sport del XXI secolo. Alcuni dei suoi ingredienti: il rispetto delle regole e l'onestà, esemplificata nel dichiararsi "morto" se colpito".
Ma ancora non capisco, allora continuo a chiedermi.
Si dice anche che, se progettato e organizzato adeguatamente, il softair possa essere sfruttato, per le sue potenzialità formative, all'interno delle aziende, per EDUCARE e ISTRUIRE impiegati, manager, dirigenti. Anche in questo caso, non capisco, non riesco ad immaginare con quali scopi...forse per gli speculatori finanziari potrebbe servire per compensare il proprio senso di colpa...tanto è un gioco.
Il mio non riuscire a capire si traduce, a questo punto, in ricerca di risposte altre, meno convenzionali e confezionate, più personali forse, le risposte che qualsiasi persona libera dovrebbe inseguire per mettere in dubbio, per cercare, forse per costruire un punto dal quale partire per tornare al principio e porsi altre domande.
Per cui inizio a pensare. E scrivo.
Secondo il mio parere, dato che uno degli scopi del gioco è quello di far emergere l'onestà delle persone, basterebbe giocare a nascondino, un-due-tre stella. Così come, se lo scopo è quello di creare uno spirito di squadra, tanti sono i giochi che possono raggiungere l'obiettivo e qui mi viene in mente un gioco molto educativo, "lo sparviero" praticato negli allenamenti dei bambini che giocano a rugby, ma anche nelle scuole.
Ecco, il rugby. Forse posso iniziare da qui. Se chi gioca a softair volesse proprio praticare uno sport da "vero duro" io consiglierei il rugby, sport violento sì, ma fatto sempre nel rispetto degli AVVERSARI e non dei NEMICI, permeato dal rispetto delle regole e dallo spirito di squadra.
Il rugby, se si volesse sintetizzare, potrebbe essere definito uno sport da gentleman. Prima di lanciare il pallone indietro al mio compagno, io devo controllare che lui stia bene, che sia ben disposto, aperto, disponibile, ottimista. Non posso tirare un pallone vigliacco, che gli arriva addosso insieme a due energumeni che gli fanno male. Ma mentre io faccio tutto questo bel ragionamento etico, ci sono ventinove giocatori che mi guardano, ventinove dei quali quattordici sono della mia squadra, ma altri quindici no, e di questi quindici tre mi corrono incontro, due grossi e uno piccolo ma cattivo. La prima tentazione che ho è quella di dare il pallone al mio compagno, ma non posso perché nel gioco del rugby io sono il mio compagno, e l'altro diventa me.
Si dice spesso che il rugby sia una scuola di vita, e secondo me è vero.
E' per questo che porto mio figlio a giocare a rugby. Quando lo vedo scendere in campo fiero e sicuro di sé, quando lo vedo placcare un avversario più grande di lui, quando lo vedo gioire insieme ai suoi compagni, sempre nel rispetto dell'avversario, ma anche quando non vince, perché nella vita, si sa, non si può sempre vincere, allora penso che tutti gli sforzi per dare ai nostri figli una buona e sana educazione stiano andando verso la strada giusta.
Poi, invece, prendo la strada che porta alla Biblioteca di Olginate e vedo in vetrina un manichino in assetto da guerra, con fucile in bella mostra. Le domande di mio figlio si fanno pressanti: "Papà, perché qui vendono i fucili? Perché tu non vuoi farmi giocare alla guerra?".
In quel momento guardo mio figlio e penso che forse mi sono sbagliato, che i nostri sforzi, quelli dei genitori, degli educatori, degli insegnanti, andando poi indietro fino ai nostri padri costituenti che con l'articolo 11 della Costituzione Italiana hanno ribadito il NO alla guerra, beh allora penso che i nostri sforzi stiano sbattendo contro un muro di gomma e contro un'etica incoerente.
Eppure, anche in questi momenti di dubbio ed esitazione, una è la certezza che ho ed è che, come ha detto una volta Dostoevskij, "il segreto dell'esistenza non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per cosa si vive".
E' per questo motivo che continuerò a guardare le cose e a pormi domande. Pormi domande e inseguire risposte, confidando nel fatto che, come me, siano in molti altri a cercare.

Paolo Casu - CCCPassi
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