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Scritto Lunedì 22 ottobre 2012 alle 09:09

Il nespolo, le rose, le spine


Sono frutti strani, quelli del nespolo. Se si provasse ad assaggiarne uno appena colto se ne avrebbe disgusto: la buccia color marrone chiaro è troppo spessa, i tre o cinque semi sono durissimi, la polpa è tanto chiara quanto aspra. Per apprezzare un nespolo occorrono il tempo e la pazienza, come ammonisce l'antico detto ricordando che affinché maturi occorrono "tempo e paglia". Sarà solo più tardi - dopo - che si riuscirà a capire il motivo per cui vale la pena d'aspettarlo, questo frutto.
Non so se sia per questa ragione che l'Hospice di Airuno si chiama, appunto, "il Nespolo", però mi piace pensarlo.
Sono dieci anni da quando ha aperto i battenti, nel 2002, e anche da questa "pianta" fatta di cemento e mattoni nascono frutti strani, che non si possono toccare quando sono troppo freschi. Perché "il Nespolo" in questo caso è un luogo in cui si accolgono quelli che stanno per partire, e allora assomiglia di più a un porto su una rotta di mercanti, dove ci si appoggia per spiccare un ulteriore balzo del proprio viaggio. Davvero, anche alla morte va dato un sovrano rispetto, occorre osservarla sapendo bene che solo nel tempo si potrà trovare in essa una qualche forma di accettazione, o di comprensione, o di pacificazione. Anche la morte va lasciata maturare nella paglia perché si possa davvero parlarne senza sentirne tutta l'asprezza sulle labbra.
So che non sono discorsi facili, questi. So che l'istinto sarebbe di ritrarsi da essi, di pensare ad altro, di lasciarsi toccare dalla vita, dalla gioia, dalle mille cose belle che ci stanno attorno e di cui ci dimentichiamo tanto spesso. Eppure credo valga la pena fermarsi un istante e girare lo sguardo verso una casa che accoglie e che accompagna, e provare per essa qualcosa, una forma di gratitudine, ad esempio.

Dieci anni sono tanti, a modo loro. Dieci anni sono una sfida, perché non significano solo giorni che scorrono ma significano tanti ospiti (duecento ogni anno), e poi operatori, volontari e tantissime persone a vario titolo impegnate nel sostenere comunque la dignità della vita e la dignità - anche - del morire.
Come? Difficile da mettere in pratica, probabilmente, ma la ricetta in sé è semplice: non limitandosi a "sentire" ma ascoltando, non accontentandosi di "guardare" ma vedendo, non fermandosi a ciò che possono fare le mani ma mettendo in azione il cuore, non soltanto aprendo il portafogli ma donando una ricchezza ben più preziosa quale è il tempo. Non, infine, in modo estemporaneo ma con continuità, perché in una casa come questa "si vive la dignità del morente, che non è minore di quella di chi sopravvive".

Non sarebbe strano se un hospice fosse un luogo in cui si riassumono le tante debolezze senza sollievo e le molte preoccupazioni senza speranza. Eppure in un luogo del genere si ha un'occasione unica, quella di guardare a quanto si è fatto e... accettarlo. Nella bellezza delle cose grandi e nell'accettazione, fatta con umiltà, di ciò che invece non si è riusciti a fare. Certo che c'è sofferenza in un luogo simile, certo che c'è pena. Ma dove abitano vicinanza e attenzione possono abitare anche la forza e - incredibile a dirsi - la speranza.
I ricordi di una vita, quelli, non può cancellarli nessuno. Siano essi stati fragorosi o sommessi, chiassosi o pudichi, disordinati o accurati, quando si arriva quassù si ha l'occasione di essere aiutati a riaprire le persiane dal lato del sole, quando al mattino si alza la nebbia. Allora può tornare una brezza che ristora, e un sempre più intenso taglio di luce può penetrare fin dentro la stanza. Perché fioriscono ancora i prati là fuori, crescono ancora i frutti dell'orto, e le colline verdeggiano sotto quel cielo di Brianza "così bello quando è bello".

Ci sono dei grazie da dire, qui. Ad appena un passo dall'Adda, ecco un altro porto cui si arriva e da cui, probabilmente, si ripartirà. Che si abbia una speranza sul prosieguo del viaggio o che invece non la si nutra, conta probabilmente, alla fine, poco: se c'è Qualcuno oltre la soglia, allora quel Qualcuno avrà una pazienza sovrabbondante anche verso chi la pazienza l'ha dovuta esaurire vivendo, o morendo.
Del resto, il nespolo è una pianta della famiglia delle "Rosaceae", dicono i libri. Esattamente come la rosa. E a ben guardare, il torto più grande che si possa fare alla bellezza di una rosa sarebbe proprio di fissare ogni attenzione solo su quanto siano acute le spine.
Grazie, amici del "Nespolo": continueremo a starvi vicini.

Benvenuto Perego
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