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Scritto Lunedì 22 luglio 2013 alle 09:49

DOLCE E GABBANA, DAL PROCESSO FISCALE A QUELLO DELLE INTENZIONI



Uno sfogo esagerato e una spesa superflua ma - occhio ! - fiscalmente indeducibile. Ditelo voi al commercialista, prima che ve la scarichi in contabilità tra i costi.

Persino Aldo Grasso, che è une bella mente, ha scritto sul Corsera che hanno esagerato. Io vado oltre. Dolce e Gabbana incazzatissimi per una maldestra frase pronunciata dall'assessore al commercio del Comune di Milano sull'opportunità che Giunta e Consiglio comunale si dimostrino in futuro meno disponibili a favorire persone sospettate di pesante evasione fiscale e condannate in primo grado al carcere hanno replicato con l'insulto, l'acquisto di due intere pagine del Corriere della Sera per fare conoscere al mondo le loro ragioni e la chiusura per tre giorni dei loro negozi al dettaglio in Milano. Però gli stipendi ai 250 dipendenti li paghiamo comunque hanno voluto precisare. Bravi, ma non è espressione della vostra generosità. Lo impongono al datore di lavoro la legge e il contratto di lavoro in caso di serrata. E questa è una serrata, stupida per giunta.

Quattro parole di semplice spiegazioni al di fuori della solita enfasi acritica della stampa nazionale che ci tiene alla pubblicità della famosissima casa di moda. Così tanto per capire e non solo leggere.
Domenico Dolce, palermitano e Stefano Gabbana, milanese sono due signori in gamba. Fortunati, ma geniali. Hanno creato un impero della moda dentro e fuori l'Italia. Possono permettersi quello che voglio e certamente se lo permettono. Di italiani così, sotto il profilo dell'economia e del lavoro, non si può che essere fieri. Il mercato li premia e loro cercano di conservarsi il premio il più a lungo possibile. Ineccepibile, legittimo, apprezzabile. Niente da dire. Milano li ha premiati con l'Ambrogino d'oro. Pare si siano lamentati perché ne hanno ricevuto uno anziché due. L'Ambrogino è andato alla D&G. Senza quella appicicosissima E commerciale sarebbero stati due.


I due bravissimi stilisti vivono però un brutto momento che non si sarebbero mai aspettato e che - questo è il punto - ritengono di non meritare. Hanno i nervi a fior di pelle perché per la prima volta nella vita della loro società, che è tentacolare in tutto il mondo, sono stati presi di mira dal Fisco Italiano che imputa loro di avere deviato e sottratto all'imposizione in Italia una serie di proventi e profitti. I giudici tributari di primo e secondo grado hanno dato loro torto. Ora deve pronunciarsi la Cassazione. Nel frattempo, in sede penale, il giudice monocratico meneghino Antonella Brambilla li ha condannati a 1 anno e 8 mesi di reclusione, pena sospesa. Medesima pena per il commercialista considerato il suggeritore dell'intero piano elusivo.
Tutto questo è accaduto tra il maggio 2009 e il giugno 2013. E' pasticceria fresca. Dolce & Gabbana sono chiamati a versare all'Erario a titolo provvisorio centinaia di milioni di euro. Dicono di non averli in liquidi. Ed è certamente vero. C'è il rischio di dover cedere partecipazioni o asset. Dal momento che sono convinti di essere nel giusto e vittime di una visione distorta dei fatti, la loro tensione è legittima e giustificata.
Ed ecco che nel mezzo di questa tensione si piazza l'improvvida frase dell'assessore al commercio del Comune di Milano che i due stilisti prendono come l'ennesima provocazione gratuita dell'amministratore di una città - Milano - cui hanno dato lustro e prestigio nel mondo e che si aggiunge alle "persecuzioni" dell'Agenzia delle Entrate della magistratura penale.


Bene, ditegli che è un pirla e finiamola lì. Quante fesserie escono ogni giorno dalla bocca di politici e amministratori pubblici che non hanno capito cosa significa esserlo? L'assessore non ha alcun motivo di augurarsi che alla "punizione" fiscale e penale - uso il virgolettato perché è ancora tutto a uno stadio non definitivo - si aggiunga anche quella civica. Di questo passo chi dovesse avere sbagliato e pagato la pena che la legge prevede non ne viene fuori più. Cosa deve attendersi, la ripetizione della punizione sotto ogni profilo possibile e immaginabile per tutti i giorni della vita? L'assessore ha parlato a vanvera, ma vivaddio, ha espresso un opinione, non ordinato una fucilazione. Il suo augurio chissà se si sarebbe mai concretizzato in un'azione preconcetta a firma dell'intera amministrazione comunale. Per fare un esempio: Calisto Tanzi è finito in carcere, ma i prodotti Parmalat si continuano a vendere eccome!
Dolce e Gabbana, indignati, hanno chiuso i loro 9 negozi di Milano e fatto apporre un manifesto bilingue che recita "Chiusi per indignazione". Si sono sentiti più indignati per la frase di un assessore che nello stadio attuale di totale liberalizzazione del commercio conta come il due di picche che per le condanne di due categorie di giudici. Avessero chiuso per indignazione dopo le tre sentenze provvisorie di condanna avrei forse capito, ma chiudere dopo una battuta che può fare male solo per il sonoro e non per il portafogli non lo capisco proprio.
Su due intere pagine del Corriere i due e i loro tre legali hanno spiegato in corretto e lineare italiano i motivi della loro esasperazione. C'è un ragionamento logico in quelle esposizioni e io auguro loro di ottenere la giustizia che si attendono in Cassazione sotto il profilo fiscale e in Appello sotto quello penale. So, per esperienza diretta, che i giudici sono fallibili e che nei loro poteri costituzionali vi è anche quello di troncare una carriera e distruggere un patrimonio. Ma che c'entra il Comune di Milano con tutto questo?


Alla metà degli anni ‘70 in una seduta del Consiglio comunale di Merate Battista Albani, allora capogruppo di maggioranza della Dc, in sede di approvazione del primo Piano del Commercio uscì con una battuta infelice. Lasciò intendere di considerare i commercianti locali tendenziali evasori fiscali. Ero allora giovane cronista e sentii con le mie orecchie. Non è che la città rimase tre giorni senza pane, latte, giornali, sigarette e carta igienica. I commercianti, sempre che ne fossero venuti a conoscenza, incassarono e portarono a casa nel rispetto del diritto di opinione. I loro affari non subirono alcun danno e anni dopo Battista Albani divenne sindaco.
Diciamo allora che D&G hanno colto al balzo l'occasione per farsi pubblicità e che pubblicità! Gratis e su tutti i giornali. I turisti non solo giapponesi passano, gettano uno sguardo e scattano una foto. I due sono passati dal processo tributario a quello delle intenzioni e trasformato una tardiva indignazione in produttiva propaganda. Il giornale di Confindustria si è schierato immediatamente al loro fianco. Ha parlato di attacco del Comune alla creatività. Non ho capito se si riferiva anche a quella fiscale.
Termino con un suggerimento. Se quello che hanno speso per acquistare le due pagine del Corriere è pubblicità aziendale - e allora lo sono anche l'insulto al Comune e i manifesti bilingue - portino le fatture in contabilità. Se è stato uno sfogo personale nato dal loro cuore e non da un progetto di attrazione commerciale considerino la non indifferente spesa tra quelle private e non la portino in deduzione dalla imposte sul reddito. Se il fisco volesse vederci chiaro posso assicurare loro che non sarà l'assessore al commercio di Milano a presentarsi con il tesserino della Guardia di Finanza. Domenico Dolce e Stefano Gabbana con questa loro esagerata messa in scena di fine settimana hanno già invertito i ruoli una volta. Ottenuto il risultato evitino di ripetersi nei libri della contabilità.

Alberico Fumagalli
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