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Scritto Lunedì 07 ottobre 2013 alle 15:53

Vergogna

Sulle onde non ci sono sentieri
Solo le scie, che disegnano il mare.
Qui non c'è terra da arare, né utensile da costruire, né paga da guadagnare, né famiglia da accudire. Solo il tempo e l'attesa, e il rimescolarsi dei visceri, e nella stiva fiato puzzolente, e caldo cocente. Grida sofferenti impastate di sudore e gasolio.

Meglio stare in coperta, e ascoltare la carezza dell'aria sul viso, e lo sciabordare d'acqua e di schiuma. Il motore sputa lontani rumori dalla coda di questo qualcosa che ostinato galleggia, che non può chiamarsi nave né barca, e che barcolla fendendo una notte inquieta che non sembra volere aver fine.
Meglio starsene qui, anche se tutto è freddo e bagnato: meglio stare seduti col mare nel cuore che in ginocchio col futuro alle spalle. E intanto piangono sale i miei occhi.

Siamo in tanti qui sopra. Sporchi e stremati, abbattuti e sfruttati, spremuti fino all'ultima goccia per salire qui sopra come tra i rovi contorti che al villaggio sono barriera per le bestie magre che stillano un latte che mai basta alla fame dei figli.
Io non lo so dove vado. Io so solo che sogno. Gente che apra le mani, che carezzi le piaghe palesi nel corpo e nascoste di dentro. Ma mia madre non ha partorito uno sciocco, e so che i sogni muoiono all'alba. E so che, insh'allah, dovrò ancora sudare e patire, e chiudere le orecchie agli insulti di chi ha paura che io gli rubi il suo troppo.
Solo che tutto è meglio che casa, quella che in un tempo lontano chiamavo casa.
E poi seppellito laggiù, o seppellito straniero, o inabissato sotto l'acqua del mare, che differenza può fare? Tanto il morto giace comunque sepolto. Mentre io voglio vivere, se più non c'è un posto che io chiami casa, e se solo mi aggrappo alla meta.

Ma ancora lontana è la riva. Avanza lento questo qualcosa stracolmo, non c'è stella a guidarlo dal cielo, e naviga senza sapere se verso il rinascere o verso un morire.
Labbra secche mi danno sangue da bere, il cuore pompa una muta speranza, tutto quello che ho sta dentro una tasca, è una foto che pareva così limpida appena scattata, e sembra così inutile adesso.
E quando succede, era tutto previsto. Il tonfo improvviso, il vociare confuso, il barcollare e il cadere mentre la rotta svanisce, e si spezza l'approdo, e affonda la troppa speranza. Quando le lacrime aggiungono sale alle infinite acque che non lo avevano chiesto.

Non serve guardare il cielo, non serve invocare il Padrone di tutte le cose, né bussare al cuore amato del Profeta, benedetto sia comunque il suo nome.
E mentre affondo non sento il soffio d'amore di Dio, ma solo umana brevità, fasulla speranza, sibilo di vento e raschiare di fasciami distrutti. E sopra si chiudono cerchi di acque mentre s'inabissano queste povere ossa.
Una foglia che era verde e viva e ora è strappata e morente, e sprofonda lontano, errante, perduta. Il mare non unisce, il mare divide.

Senza luce e senza testimone. Senza fede e senza coscienza. Senza vita e senza calore. Senza speranza e senza terrore. Mi adagio sul fondo, fissando da occhi che resteranno aperti in eterno questo nero che avvolge.
Senza dolore, senza accusa, senza bisogno, senza rivalsa, senza desiderio e senza vendetta: lascio queste cose ai viventi.
E giaccio.

Benvenuto Perego
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