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Scritto Sabato 28 dicembre 2013 alle 09:50

Abolizione Province: per fare buone riforme istituzionali non basta piantare bandierine

La Camera ha approvato il disegno di legge che svuota le Province delle loro funzioni e ne impedisce l'elezione diretta degli
Italo Bruseghini
organi. Con il prossimo passaggio al Senato si avvia a conclusione la prima fase della tormentata vicenda delle Province, di cui si vedrà la conclusione con la loro probabile cancellazione dalla Costituzione e la possibile definitiva soppressione degli enti. Per ora le funzioni tolte alle province non si sa a chi saranno attribuite, mentre è fin troppo chiara la perdita della rappresentanza politica diretta, che impedisce ai cittadini di eleggere gli amministratori in nome del ridimensionamento della classe politica, guarda caso a partire da quella che costa di meno e da quella che i cittadini possono scegliersi, perché eletta con una legge elettorale diversa da quella con cui si forma il Parlamento, definita dal suo stesso autore una porcata.
Quanto è avvenuto in questi mesi nel silenzio dell'opinione pubblica, che senza fare sentire la protesta sembra accettare l'espropriazione del diritto fondamentale di votare, non induce all'ottimismo.
Sembra che la classe politica nazionale nel suo complesso, ben sapendo che non sono tutti uguali, stia riuscendo a fare passare l'idea di una sua rigenerazione, che dal punto di vista anagrafico e nominativo in parte c'è stata, ma dal punto di vista sostanziale e dell'approccio ai problemi e ai temi da affrontare è ancora tutta da dimostrare.
Il nuovo Parlamento, nel quale sono entrate numerose facce nuove e giovani, sembra deludere quando in perfetta continuità con quanto tentato dal Governo Monti insiste sul "diversivo" province, annunciando miliardi di risparmi dalla loro eliminazione che invece, mano a mano che si entra nel merito, si riducono a spiccioli. I compensi degli amministratori provinciali finora sono stati meno di cento milioni di euro e con la legge attuale sarebbero ridotti di oltre la metà nella prossima tornata amministrativa. I compensi dei parlamentari sono oltre 460 milioni di euro, mentre i Consiglieri regionali ne incassano circa 850 milioni e gli amministratori dei comuni 590 milioni. Basterebbe ridurre del 4-5% i compensi di parlamentari e consiglieri regionali e si avrebbe lo stesso risparmio che si ottiene eliminando il compenso agli amministratori provinciali.
Tanto per essere chiari, la categoria degli amministratori provinciali è quella che pesa di meno sul costo della politica, ma insieme a quella dei comuni è la più vicina ai cittadini. C'è dunque da domandarsi perché la politica nazionale invece gira alla larga dal tema del riordino della pubblica amministrazione e, soprattutto, dalla vera limitazione delle prebende alla politica, che passano dal costo dei parlamentari, dei consiglieri regionali e dalla miriade di società pubbliche, che hanno dirigenti e amministratori che costano centinaia di volte in più dei politici provinciali, i quali almeno sono stati eletti dai cittadini.
Il centrodestra, con Brunetta in testa, ha attaccato il lavoro pubblico, indicando i dipendenti come fannulloni e promuovendo norme che limitano la contrattazione togliendo diritti ai lavoratori. Non ha aggiunto nulla all'efficienza e alla qualità dei servizi ai cittadini, ma in questo modo ha portato una fetta dell'opinione pubblica, forse non maggioritaria ma comunque consistente e che vota, ad essere più propensa a chiedere la testa dei dipendenti pubblici, indistintamente.
Il centrosinistra, con in testa il Ministro Delrio, non ha il coraggio di riconoscere che l'attacco alle province non serve a risparmiare spesa pubblica e soprattutto non migliora l'efficienza della pubblica amministrazione locale; ma per il gusto di mettere una bandierina su una pseudo riforma, procede a testa bassa sfasciando le istituzioni delle comunità locali e privando di presidi territoriali democratici i cittadini. La riforma costituzionale del 2001 sembra avere insegnato poco, purtroppo, e la memoria è corta. Intanto da due anni aumentano i commissari, che sono l'emblema dell'espropriazione di democrazia, consumata in sfregio a ogni giustificazione, come prevede l'articolo 141 del Decreto legislativo 267/2000. Questo sembra scandalizzare poco anche i nuovi parlamentari, che invece si vantano del decisionismo gregario che sembrano essere capaci di esprimere, portandoli a fare il megafono dei veri detentori del potere e gli alfieri che attaccano bandierine con su scritto "fatto!", come se fosse una pubblicità. Nei loro ruoli di responsabilità, invece, dovrebbero porsi il problema di quale disegno istituzionale si costruisce per le nostre comunità, e con quali equilibri e garanzie di efficienza dei servizi per i cittadini.
Ma, nonostante tutto sembri congiurare contro e contro ogni "pessimismo della ragione", non tutto è ancora perduto. Il disegno di legge approvato alla Camera il 21 dicembre dovrà passare in Senato, dunque c'è da sperare in un ripensamento di quella parte del Parlamento e dopo c'è ancora un supplemento di speranza nella Corte costituzionale, alla quale si auspica che qualcuno voglia ricorrere per verificare se c'è stato pieno rispetto della Costituzione.
Con questa piccola riserva di speranza non si vuole affermare lo status quo e la rinuncia a fare le riforme, ma ribadire la necessità di avere rispetto delle istituzioni e doverosa prudenza, essendo beni di tutti che vivono della partecipazione diffusa e responsabile dei cittadini e non possono essere lasciati nella esclusiva disponibilità della classe politica, tanto meno se mostra di essere politicante e populistica.
Italo Bruseghini - Capogruppo PD in Consiglio Provinciale
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