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Scritto Martedì 28 gennaio 2014 alle 15:31

Che Luce a Cassago!

Domenica 26 gennaio Cassago ha vissuto un vero "avvenimento di Grazia" quando, nella chiesa parrocchiale, il nostro Arcivescovo Card. Angelo Scola ha benedetto i nuovi ambone e battistero e ha dedicato il nostro nuovo altare. E io, mentre leggevo sul viso dei miei compaesani autentica gioia per questo momento, ho pensato "finalmente".
Sì, "finalmente". Perché il mio pensiero è corso indietro di molti decenni verso un'emozione analoga - forse persino più grande grazie alla lente del ricordo - perché io c'ero quando l'allora Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini consacrò la nostra parrocchiale: orgoglioso chierichetto, gli reggevo il pastorale. È passato molto tempo, certo, ma davvero il coinvolgimento della comunità mi sembra essere lo stesso davanti a un Pastore che viene a incontrare, conoscere, ascoltare e benedire per la prima volta i fedeli della parrocchia dei Santi Giacomo e Brigida. "Finalmente", perché in questa domenica è come se si fosse conclusa un'attesa.

Sinora l'inverno era stato così ricco di giorni piovosi che il sole splendente con cui la Brianza ha accolto il suo Vescovo ha richiamato a molti la luce della Fede e della Parola, della memoria e del corpo glorioso del Risorto, e in questo ha aiutato certamente anche la bella settimana di preghiera e riflessione che grazie all'aiuto dei Padri Oblati di Rho ha preceduto - con la liturgia, l'adorazione eucaristica e la via Crucis - l'evento di domenica.
Infatti è stata profonda la commozione dei cassaghesi mentre lo sguardo si posava sul nuovo altare, sul nuovo ambone e sul battistero, perché questi "luoghi" che per lungo tempo ci accompagneranno nella vita cristiana sono stati pensati, voluti e costruiti nella consapevolezza della centralità di fede, speranza e carità per ciascuno di noi. Perché queste "pietre" sono tutt'altro che ordinarie, non sono cioè semplici materiali ben levigati, per quanto lavorati con sapienza e arte. Non sono solo freddi marmi per quanto ben visibili nel tempio in cui ci ritroviamo. Sono invece luoghi per la nostra preghiera e per quel culto che mitiga l'impotenza del nostro essere e che ci protegge quando ci accaniamo nello sbagliare e nell'agitarci, quando ci sentiamo disarmati e lontani dall'aiuto prezioso della misericordia del Padre.

Quindi, mentre i riti della dedicazione proseguivano con l'unzione del tavolo eucaristico col sacro crisma e subito dopo con l'incensazione, è stato come se anche noi - tutti noi - lo stessimo carezzando quell'altare su cui si celebrerà il memoriale pasquale, fonte e radice quotidianamente viva e presente. Sarà infatti su quel marmo che si consacreranno il vino dell'alleanza e il pane del sacrificio, materie umane che diverranno - con l'azione di Dio attraverso i suoi ministri - il tesoro vivente del "Bell'Amore" di cui ci ha parlato il nostro Arcivescovo nella sua bella omelia: "che prende dimora in ciascuno di noi attraverso il sacramento dell'Eucaristia e vuole agire in noi a partire dai rapporti costitutivi come il rapporto tra lo sposo e la sposa, il papà, la mamma e i figli", per poi "arricchire il popolo dei cristiani" proprio sulla "Mensa del convito festivo, luogo di intima unione e centro della nostra lode e del comune rendimento di grazie".

Alle parole e alle preghiere della dedicazione abbiamo risposto come già risposero altre generazioni di cassaghesi davanti a un analogo mistero; il libro del Qoelet ci parla con parole ispirate di questa azione di grazie che permane lungo le umane generazioni di carne e di sangue paragonandole alle "foglie spuntate su di un albero verdeggiante di cui l'una cade e l'altra viene all'esistenza": proprio come i nostri concittadini vissuti nel passato abbiamo quindi lodato l'iniziativa amorosa di Dio.
E abbiamo anche ascoltato un annuncio, quello della Parola che incita al bene e aiuta a dipanare il groviglio delle angosce che la vita di ogni giorno semina nei nostri cuori: l'ambizione della frammentaria dimensione umana che ci porta a dubitare, a non credere possibile che esista una Salvezza che va oltre il presente, a non trovare in noi quella pazienza che genera, rigenera e irrobustisce la speranza, a non vedere il "disegno" che va oltre un oggi in cui l'eterno agitarsi di linee assurdamente storte e inspiegabilmente spezzate ci precipita nel torpore del dubbio e della solitudine.
Ecco, abbiamo avuto una nuova occasione di riscoprire il canto gioioso e la danza irrefrenabile e insieme liberatoria dell'ascolto e dell'accoglienza, aiutati in questo non solo dalla presenza dell'Arcivescovo ma anche dalla dedizione con cui in tanti si sono spesi per rendere memorabile questa giornata: il nostro stupendo coro diretto dal Maestro Yutaka Tabata, i nostri bravi giovani impeccabili nel loro servizio d'ordine, la Protezione Civile e gli Alpini sempre pronti ad occuparsi anche dei dettagli più invisibili eppure importanti della sicurezza, la nostra Amministrazione comunale in cui maggioranza e opposizione hanno accolto insieme il dono di questa giornata. Senza dimenticare poi chi ha progettato e costruito questi bellissimi monumenti, chi ha lavorato alla magnifica tovaglia dell'altare, chi ha magistralmente diretto la liturgia, chi ha provveduto a tutti i contatti necessari per organizzare un simile appuntamento, e poi tutti coloro che hanno reso la chiesa pulita, accogliente, pronta ad accogliere degnamente il suo Vescovo, successore degli Apostoli.

Una cerimonia iniziata dunque davanti al nuovo battistero, luogo della santità aperto al soffio gioioso e sottile dello Spirito che discese sul Giordano sopra Gesù di Nazareth, inviato dal Padre per riconciliare la vittima e l'altare. Una cerimonia che poi è proseguita verso la benedizione dell'ambone, luogo da cui la Parola si dipana come il sussurro della brezza leggera di cui parla il profeta Elia. Una cerimonia che è culminata con la dedicazione dell'altare attraverso una ritualità antica che simboleggia in un certo qual modo l'azione di Gesù che si sottomise alla legge, che poi avrebbe rinnovato nella continuità, per viverla e trasmetterla a tutti noi sino all'ignominia del Golgota e della croce - altare per eccellenza - "dalla quale allontanarsi è cadere, rimanere è sicurezza, abitare è vivere, uscire è morire", come ci ha insegnato il nostro compatrono (e, possiamo dirlo, concittadino) Sant'Agostino d'Ippona.

Grazie davvero, allora, per questa festa e per la settimana di preparazione: grazie al nostro Parroco don Adriano Valagussa che ha messo mano con successo a un lavoro tanto impegnativo, grazie al nostro Arcivescovo per il dono che ci ha fatto incontrandoci e stando in mezzo a noi come Pastore, grazie per il "fatto storico che per molti sarà irripetibile" di cui è stato protagonista a Cassago in un'azione che "viene prima, che convoca e converge qui all'opera della partecipazione diretta e che ci incorpora come sue membra vive".
Da qui, da questo luogo, potremo una volta di più esprimere il nostro amore, fedeli alla scuola di quel Gesù di Nazareth, il Signore che era, che è e che viene.

Benvenuto Perego
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