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Scritto Martedì 19 agosto 2014 alle 18:53

Il 12 ottobre la decapitata provincia di Lecco avrà il nuovo presidente. C’è poco da spartire. Ma i partiti si astengano da quel poco

Il 12 ottobre, il popolo degli amministratori lecchesi, sindaci in testa, eleggerà il nuovo presidente della Provincia dopo la decapitazione renziana. Nel marasma istituzionale di questa stagione, coltiviamo la certezza che l'inquilino di Villa Locatelli non troverà l'America, ma l'Italietta nella quale l'università ha fatto l'inchino a Schettino e il mondo del calcio, vecchio, stravecchio, Tavecchio è finito nel pallone.
Esclusi i cittadini dal voto, la partita si gioca nelle stanze dei partiti che osano ancora fare la voce grossa nonostante la loro credibilità sia minata dai Belsito, dai Lusi, dai Fiorito. Nell'indifferenza generale di un popolo che diserta le urne con crescente disinvoltura sarebbe commendevole se le forze politiche si mettessero di sguincio e evitassero di sventolare vessilli, quando in realtà il gioco si risolverà in una manifestazione di bandierine. Chi ne ha di più pretenderà di passare all'incasso, secondo le vecchie regole del manuale Cencelli.
Tra l'altro la nostra realtà ha sempre vissuto la Provincia come altro da sé, in virtù della minore età appena superata di un organismo che storicamente ci ha visto dipendenti da Como. Se mai vien da pensare con rammarico alle decennali battaglie condotte ad ogni livello istituzionale, da Morterone fino a Roma, passando per Milano, per ottenere con Biella, Rimini, Prato e Lodi la targa automobilistica. E con essa Prefettura, Questura, Motorizzazione e una pletorica macchina burocratica che ad ascoltare gli utenti non pare aver semplificato la loro vita e reso meno impervio il loro cammino nella giungla dei bolli e dei certificati. Tanto rumore per nulla, vien da dire, e il ricordo corre ai peana levati nei 90 comuni lecchesi, in Regione, in Parlamento per aver strappato un'autonomia istituzionale dalla quale si voleva far discendere il destino di oltre trecento mila abitanti.
Che i dipendenti dell'amministrazione provinciale non sappiano quale sarà il loro destino professionale rientra nello spirito italiota che tratta le persone come numeri e poi si impanca a censore quando i risultati sono aridi e inefficienti. Ma che gli stessi protagonisti non conoscano quale corpo ci sarà sotto il vestito (un manichino, un modello o una modella cariche di gioventù o di prospettive, una cariatide) fa cascare le braccia e pone almeno due interrogativi. Il primo riguarda i contenuti e i compiti del futuro ente, il secondo invece le risorse che gli saranno riconosciute se è vero che la Provincia di ieri minacciava di non riscaldare le scuole e di non garantire gli spazzaneve. Che poi ci fondano con Sondrio o Varese o, beffardamente, ci riconsegnino all'antico feudatario comasco è in fondo questione di basso profilo geografico.
A noi interessa che ci si batta in Regione perché riconoscendo le peculiarità lecchesi, venga allestita una rappresentazione che non faccia da comparsa sul palcoscenico lombardo. Di mezzo c'è lo sviluppo di una terra alla deriva e che da troppo tempo naviga a vista, per la miopia dei capitani e nonostante la pazienza della ciurma.
Si pensi alla sanità che corre il rischio di perdere pezzi e pazienti nonostante le riconosciute eccellenze di Lecco e Merate.
C'è tuttavia, in un quadro di inevitabile sconforto e sconcerto, una carta che, a nostro parere, potrebbe essere giocata con la valenza di un asso a scopa. Al Pirellone i lecchesi possono schierare una squadra variopinta di esponenti quale non può vantare, in rapporto alla popolazione, all'estensione nessun altra provincia nazionale. Basterebbe che la pattuglia, in nome degli interessi generali dei lecchesi, si costituisse in una sana lobby in grado di far valere le nostre legittime pretese e di valorizzare il "genius loci". In Giunta e Consiglio regionale non occorre picchiare i pugni e andar su di toni, ma semplicemente rappresentare la complessità di un territorio con la stessa dovizia di argomentazioni che ci valsero la promozione istituzionale negli anni '90. Da allora è trascorsa un'epoca, l'isola felice non c'è più e il benessere non è diffuso nonostante la parsimonia e la laboriosità della nostra gente. Alla ricerca di nuovi orizzonti e in presenza di sfide inedite, chiunque si insedi a Villa Locatelli sappia che il film che lo aspetta è un thriller che merita una regia e non la maschera dei cinema e soprattutto che gli toccherà un lavoro ingrato e gratuito.
Marco Calvetti
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