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Scritto Venerdì 10 ottobre 2014 alle 09:14

Province, Robbiani: domenica va in scena un’indegna farsa. Sottratto al cittadino, il diritto di nomina passa a sindaci e consiglieri

Andrea Robbiani
Alcuni interventi pubblicati nei giorni scorsi sul tema delle Province mi danno lo spunto per confermare che, nonostante le parole di Renzi, le province non sono state abolite: il governo degli annunci, si è più prosaicamente e semplicemente limitato ad abolire il meccanismo dell'elezione diretta del Presidente e del Consiglio Provinciale.
La tanto sbandierata abolizione delle province se e quando avverrà, dovrà necessariamente passare attraverso la sostanziale modifica del titolo V della Costituzione, secondo quanto indicato nella Costituzione stessa, (art 138).
Nel frattempo, il prossimo 12 ottobre andrà in scena una indecorosa pantomima per la quale i sindaci e i consiglieri comunali della nostra Provincia si ritroveranno da qualche parte per eleggere o meglio nominare quale nuovo Presidente della Provincia di Lecco, l'attuale sindaco di Malgrate, nonché dirigente del comune di Lecco, il signor Flavio Polano, capolista di un raggruppamento targato Partito Democratico e sponsorizzato dai principali sindaci del territorio, con Lecco in prima fila.
In un territorio, dove la stragrande maggioranza dei sindaci e dei consiglieri comunali sono direttamente iscritti o fiancheggiatori più o meno mimetizzati del Partito Democratico, il risultato sarà proprio questo. Una farsa a cui i partiti di centrodestra dovrebbero sottrarsi, lasciando al PD di Renzi la piena potestà di questa pagliacciata. Del resto proprio per effetto della norma ben ingegnata da Renzi e compagni, al centrodestra rimarrà una risicatissima rappresentanza assolutamente ininfluente.
In pratica questa riforma, palesemente anticostituzionale perché con semplice legge ordinaria, si toglie ai cittadini il diritto costituzionalmente sancito di votare i propri rappresentanti in seno al consiglio provinciale, consegnerà nelle mani del PD, senza colpo ferire, non solo la provincia di Lecco, ma la quasi totalità delle province italiane.

Se una cosa del genere l'avesse fatta un Silvio Berlusconi a caso, ci sarebbero le barricate nelle piazze, le bandiere con il volto del Che Guevara sui balconi e i vari Santoro, Lerner, Travaglio e il girotondino Nanni Moretti, a reti unificate a denunciare il colpo di stato e a invocare l'intervento dei caschi blu dell'ONU.
Questa enorme porcheria l'ha invece malamente partorita Renzi e il suo PD e quindi nessuna voce si leva in senso contrario. Sia chiaro: anche i governi precedenti hanno operato una progressivo e sistematico depauperamento di competenze e di risorse agli enti locali e va detto con chiarezza che i consigli provinciali che si insedieranno avranno poteri operativi limitati, esprimendo una fumosa e dai contorni indefiniti, "funzione di coordinamento e di controllo".
La follia di questo contorsionismo amministrativo e proprio questa: anche abolendo in futuro le province, ovviamente non spariranno invece le innumerevoli competenze che dovrebbero passare, alcune ai comuni, altre alle Regioni.
Si dirà che è giusto così perché le province sono un inutile centro di costo e di sprechi e che quando spariranno ne guadagneremo tutti. Ma è davvero così?
Vediamo qualche numero: solo nelle regioni a statuto ordinario, risultano a busta paga oltre 47 mila dipendenti: un numero enorme, tra l'altro mal distribuito, con le province del sud sovradimensionate e quelle del nord con personale ridotto al lumicino. Sulla base del supposto trasferimento di competenze provinciali ad altri enti, secondo un calcolo certificato anche dal vice premier Graziano Delrio, fido scudiero di Renzi e padre (ig)nobile della riforma, ora ne basterebbero più o meno 27 mila (un dato a mio avviso assolutamente generoso ma comunque prendiamolo per buono).
Se la matematica non è una opinione, anche al lettore più disattento balza all'occhio che 47 mila meno 27 mila fa 20 mila cosiddetti "esuberi". Tranquilli: nessuno verrà licenziato o prepensionato: verranno tutti "ricollocati" nei comuni e nelle regioni. La spesa complessiva del personale quindi non è destinata a diminuire, anzi tenderà a crescere per effetto di quei fortunati che verranno "ricollocati" negli enti regionali, i quali godranno di un aumento della retribuzione dovuto ad una maggiorazione sulla indennità prevista per il passaggio ad ente superiore.
Esiste un parere della Corte dei Conti inviato a fine 2013 alla Commissione Affari Istituzionali della Camera dei Deputati e da essa ignorato, nel quale si possono leggere passaggi davvero illuminanti:
"Dal punto di vista finanziario il disegno di legge si basa sull'assunto della invarianza degli oneri in quanto si tratterebbe di un passaggio di risorse e funzioni dalla Provincia ad agli altri enti territoriali. Una costruzione, questa, il cui presupposto appare però tutto da dimostrare nella sua piena sostenibilità. Infatti, non appaiono convincenti anzitutto la contemporaneità tra la progressiva soppressione della Provincia (risparmi) e la istituzione della Città metropolitana (oneri) e in secondo luogo il relativo parallelismo quantitativo."
Di più, proprio per effetto dei tagli lineari che di anno in anno i governi hanno promosso nei confronti degli enti locali la Corte dei Conti scrive:
"Al di là dell'incertezza dei criteri di riparto dei tagli.....rimangono aperte delicate questioni nei rapporti finanziari conseguenti al passaggio delle funzioni delegate alle Città metropolitane e ai Comuni."
Insomma alla faccia della "spending review", i risparmi sono tutti da dimostrare, la burocrazia tenderà ad aumentare così come la spesa corrente. E' pressoché evidente che le città metropolitane e i comuni, qualora si prenderanno in carico competenze e relativo personale, non otterranno dal governo le risorse per far fronte al naturale aumento dei costi, i quali, dovranno necessariamente inasprire l'imposizione fiscale locale. Questa è la triste realtà che tuttavia si vuole nascondere ai cittadini che fanno sempre più fatica a seguire questi contorsionismi burocratici.
Un governo serio avrebbe dovuto agire valutando parametri oggettivi, come quantità e qualità dei servizi erogati, il personale in carico, spesa corrente storica, così da intervenire e correggere laddove si registrano inefficienze e sprechi. Invece come al solito si mette tutto insieme, virtuosi e non virtuosi, così i primi vengono puniti per le colpe degli altri, secondo la contorta ma comoda logica del tutti colpevoli, nessun colpevole.
Leggendo lo schema del decreto del Ministro dell'Interno di giugno scorso, concernente il rapporto dipendenti pubblici/popolazione, si scopre che per le province come Lecco, ovvero con popolazione inferiore a 500 mila abitanti, tale rapporto è stabilito in 1 dipendente ogni 676 abitanti.
La provincia di Lecco dovrebbe disporre di circa 500 dipendenti e invece ne ha meno di 300, mentre la provincia di Reggio Calabria, dispone di oltre 4.000 dipendenti quando dovrebbe averne poco meno di 800. Dove sta lo spreco? In un paese serio si commissaria la Provincia di Reggio Calabria e invece addirittura viene promossa a rango di città metropolitana, come Milano o Torino. Un paese che si dica civile questa cosa non dovrebbe consentirla.
L'assurdo è che una provincia come quella di Brescia, che conta una popolazione superiore al milione verrà abolita, mentre gli enti regionali del Molise e della Basilicata, per le quali la somma della popolazione è inferiore al milione, non vengono sfiorati, restando in piedi con il loro carico di sprechi e inefficienze.
Ci si lamentava di Berlusconi ma Renzi è anche peggio: oltre a disporre di profonda incompetenza a livello legislativo e amministrativo, dietro alla maschera di finto innovatore, si cela un attualissimo Principe di Salina, il personaggio de Il Gattopardo: nessuno come lui infatti rappresenta in chiave moderna il voler cambiare tutto affinché nulla cambi.

Cordiali saluti,

Andrea Robbiani
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