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Scritto Domenica 07 dicembre 2014 alle 08:17

Rubrica natalizia: 7 dicembre

Sant'Ambroes.... Per onorare questa grande festa patronale di Milano e Merate - tutti aspettano le fiere tradizionali - voglio parlarvi di Giuseppe Giusti, poeta toscano che venne a capitare nella basilica di Sant'Ambrogio in pieno risorgimento e durante una messa alla quale assistevano i soldati dell'impero austro-ungarico, tanto odiati e temuti. Sentite un po' come ve la racconta....

BIOGRAFIA
Giuseppe Giusti nato a Monsummano Terme il 12 maggio 1809, e morto a Firenze il 31 marzo 1850 fu un poeta italiano del XIX secolo, vissuto nel periodo risorgimentale. Appartenente ad una ricca famiglia di proprietari terrieri, era figlio di Domenico e di Ester Chiti. Trovandosi a visitare la basilica di Sant'Ambrogio a Milano, racconta, in questi versi, ciò che gli accadde, di seguito un breve riassunto e poi l'opera intera per gli estimatori della lingua italiana.

BREVE SINTESI
"Giusti immagina di rivolgersi ad un  funzionario della polizia . Il poeta esprime con ironia la sensazione di essere guardato in cagnesco da quel funzionario che lo prende per anti-tedesco, al quale racconta quel che gli era successo nella basilica.
Qui vi erano soldati dell'Impero Austro-Ungarico per controllare l'ordine; ironicamente accenna al fatto che si sta lì impalati ad obbedire.  Giusti non ha voglia di mischiarsi a quella "marmaglia" perché prova una sorta di repulsione.
Ma poi il poeta riporta l'attenzione sul luogo sacro.
Le note dei  canti  cambiano l'atmosfera: si parla di un popolo che soffre fra gli stenti e per il bene perduto. Il coro trasporta il poeta che si sente parte di quella gente come se non fosse più lui, viene preso dalla solidarietà.  Vorrebbe ritornare a quella repulsione iniziale, ma viene trascinato da un altro canto tedesco che gli rapisce per sempre l'anima.
Anche nel coro tedesco sente la rinascita di quel sentimento nostalgico di infanzia e di patria lontana. Il dolore per la lontananza dalla patria porta sensazioni che il poeta deve condividere con quei soldati  prima detestati.
Inizia qui la riflessione profonda di Giusti perché questi soldati sono vittime anch'essi.
Alla fine sottolinea la desolazione che caratterizza la vita dei soldati, incolpevoli del sovrano.  Costretti ad una condizione di vita difficile, soffrono in silenzio, subendo la derisione di chi li odia.
Poi la comprensione arriva alla pietà nei confronti di questa povera gente, lontana dalla patria e costretta a subire la derisione del paese che la ospita. Ma presto la pietà sfuma in umorismo: Giusti pensa all'imperatore che, forse, i soldati intimamente mandano a quel paese.
Ma l'immedesimazione qui si ferma per non correre il rischio di abbracciare uno di quei soldati, quindi l'autore, per spirito patriota, deve fuggire.
Così il caporale rimane lì insieme ai suoi compagni di sventura.


SANT'AMBROGIO di Giuseppe Giusti

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que' pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,

O senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant'Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

M'era compagno il figlio giovinetto
d'un di que' capi un po' pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d'un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi...

Che fa il nesci, Eccellenza? O non l'ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt'altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que' soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:

di fatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a' generali,
co' baffi di capecchio e con que' musi,
davanti a Dio, diritti come fusi.

Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d'aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell'impiego.

Sentiva un'afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell'altar maggiore.

Ma, in quella che s'appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,

di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l'altare, un suon di banda.

Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d'una gente che gema in duri stenti
e de' perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de' Lombardi miseri, assetati;
quello: "O Signore, dal tetto natio",
che tanti petti ha scossi e inebriati.

Qui cominciai a non esser più io
e come se que' cosi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll'arte di mezzo, e col cervello
dato all'arte, l'ubbie si buttan là.

Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
quand'eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l'aër sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d'un suono grave, flebile, solenne,

tal, che sempre nell'anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que' fantocci esotici di legno,
potesse l'armonia fino a quel segno.

Sentia, nell'inno, la dolcezza amara
de' canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl'impara,
ce li ripete i giorni del dolore:

un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d'amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
- Costor, - dicea tra me, - re pauroso
degl'italici moti e degli slavi,

strappa a' lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci chiavi;
li spinge di Croazia e di Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d'occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;

e quest'odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all'alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati 'insieme.

Povera gente! lontana da' suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all'anima po' poi,
non mandi a quel paese il principale!

Gioco che l'hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale
colla su' brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piòlo.

 

E dunque tutti a visitare gli "Oh bej, oh bej" oppure la fiera di Merate sempre ricca di novità, meglio dei mercatini di Bolzano e di Trento; infatti è tempo per pensare ai piccoli e grandi doni che solitamente ci si scambia. Siamo in piena crisi economica e le possibilità sono ridotte, ma un "segnino", un "pensierino" lo troveremo....

 


Fiera degli "Oh bej, Oh bej" a Milano - cos'hanno di diverso dai mercatini di Bolzano?
Dal giornale di "Frate Indovino":

NICOLA, "Creatore delle meraviglie"
L'origine dei regali in vista di una festa è antica. Già i Romani si scambiavano doni tra il 17 e 23 dicembre, durante la festa invernale dei Saturnalia, che si celebrava in onore di Saturno, il dio dell'abbondanza. Erano l'augurio al sole di un buon riposo invernale, perché nella primavera successiva desse prosperità ai campi. La tradizione narra poi di Romolo che, dopo la costruzione delle mura di Roma, ricevette in dono un fascio di ramoscelli, raccolto in un bosco sul colle Velia. Da qui, la decisione di introdurre lo scambio di doni fra gli usi dei Romani. Ancora tra i Romani, lo scambio dei regali deriva anche dal culto dei Lari, i protettori degli antenati che vegliavano sul buon andamento della famiglia. Infatti gli ultimi giorni dei Saturnalia erano detti Sigillaria (da sigillum, statuetta) dall'uso di donare statuette riproducenti figure umane o animali offerte a Saturno e ai Lari. I bambini dovevano mettere in ordine le statuette ed abbellirle con muschio o con ornamenti floreali. La famiglia romana si scambiava come dono le statuette e i bambini ricevevano dai genitori pupazzetti di pasta dolce o marzapane.
Nella storia dei doni natalizi bisogna ricordare, nel 300 dopo Cristo, Nicholas, vescovo di Myra, chiamato poi Santa Claus. Nicholas fece molti miracoli e per questo fu definito con un appellativo simile a "creatore delle meraviglie". Si racconta che ritrovò e riportò in vita cinque fanciulli, rapiti e uccisi da un oste, e che per questo era considerato il protettore dei bimbi. Da qui l'usanza di fare regali ai bimbi. Nicholas aveva un modo tutto suo di fare regali in segreto, come mettere una moneta nelle scarpe di quelli che le lasciavano fuori dalla sua porta. Le celebrazioni, soprattutto nordiche, di Nicholas hanno dato origine al mito ed al nome di Santa Claus, nelle sue diverse varianti, e vanno dal 6 dicembre, festa di San Nicola fino al 6 gennaio, giorno per noi dell'Epifania. Per molti invece i regali di Natale sono rievocazione di quelli che i pastori e i Re Magi portarono al Bambin Gesù, tanto che lo stesso Bambino è incaricato di portarli, come simbolo del nuovo messaggio nato con Lui.

Esaurito l'argomento regali, la prossima tappa, in fatto di doni, è Santa Lucia, ma c'è tempo fino al 13 di dicembre. Intanto.... Buona giornata!
Se volete contribuire a questa rubrica coi vostri racconti di Natale o con le vostre poesie, potete inviare direttamente alla redazione o alla mia mail ramamoon@inwind.it

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Rubrica a cura di Franca Oberti
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