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Scritto Martedì 09 dicembre 2014 alle 18:20

Rubrica natalizia: 9 dicembre

Cominciano ad arrivare testimonianze dai lettori della rubrica, oggi pubblico un brevissimo racconto di come un tempo si viveva il Natale. Il Signor Mario dal casatese mi scrive:

 

"Avvicinandosi il Santo Natale, mi torna in mente, che con i miei genitori si andava alla S. Messa di mezzanotte. Si tornava a casa e si mangiava la fetta di panettone, e si beveva il  vino bianco dolce" quell de pomm"; che mio padre andava a comperarne un "peston" dal "bottaio", il quale vedendomi assieme a mio padre, mi invitava a berne un mezzo bicchiere (erano gli anni '50), avevo circa 10 anni, che mi procurava giramenti di testa."

 

Una piccola "sbronza", insomma... Sicuramente qualche lettore si ritroverà in questo breve e intenso ricordo! Nei miei ricordi, invece, compare lo "Sciachetrà", chi se lo ricorda?

 

Passate le prime avvisaglie delle festività con il giorno dell'Immacolata, ci inoltriamo verso altri giorni importanti; la prossima tappa sarà il giorno di Santa Lucia, poi il Solstizio d'inverno, poi il Natale... ma cominciamo col parlare del lavoro...

Non per tutti natale, sarà NATALE! Immagino che per tanti sarà un giorno di amarezza per non aver potuto offrire alla famiglia quello che si aspettava...

Sul giornale Terra Nuova, trovo questo articolo di Gabriele Bindi che sfiora l'argomento Natale per parlare di "lavoro".

 

LAVORO: TRA FAME E INDIGESTIONE

Natale, tempo di abbuffate, sprechi e celebrazioni culinarie. Bambini e bambine di tutta Italia avranno messo sotto l'albero una letterina con scritto: "Babbo Natale vorrei un lavoro per mamma e papà". Ne parleranno i telegiornali, ci lasceremo un po' commuovere e poi torneremo al meritato dessert.

Non voglio distruggere il Natale per carità, mi interessa mettere a fuoco un altro aspetto. Cibo e lavoro sono le preoccupazioni principali degli italiani. Due concetti che voglio provare per qualche minuto a sovrapporre.

La mia teoria è che verso il lavoro si sviluppano le stesse avversioni, allergie o addirittura ossessioni legate al cibo; l'anoressia di chi rifiuta a priori di lavorare e la bulimia di chi vi ricorre incessantemente e non riesce a far senza; l'allergia di chi non riesce a digerire i ritmi, l'inefficienza o l'arrivismo dei colleghi e la voglia di rimpinzarsi, anche fuori dagli orari-pasti, di e-mail, sms, Facebook e via dicendo. Ma il problema più grave, almeno nella percezione comune, è quello legato alla sua mancanza. In Italia, nel vecchio continente, in tutto il mondo ricco c'è, letteralmente, fame di lavoro.

A questo punto però lavoro e cibo tornano a dividersi. Mettiamo i puntini sulle "i" per spiegare il nostro ragionamento: se il cibo è un bisogno, un bisogno primario, il lavoro non lo è affatto. Il lavoro è solo uno strumento, uno dei tanti per di più, per soddisfare altri bisogni. Il problema è che sembra diventato l'unico, e sempre più raro, strumento di cui disponiamo per avere la possibilità di nutrirci, vestirci, studiare, divertirci.

Al di là delle favole che raccontiamo ai bimbi, dovremmo cominciare a fare i conti con la realtà: il lavoro sta diventando una merce rara, anzi, sta proprio per finire, come scrisse con lungimiranza Jeremy Rifkin già vent'anni fa. Non è solo la crisi, o la miopia dei nostri politici, ma è la crescente automazione a mettere in esubero un crescente numero di lavoratori. Invece di rincorrere un lavoro che non c'è più, dovremmo allargare le tutele a tutti quelli che un reddito sufficiente non ce l'hanno, perché questo è il vero problema da rivendicare, prima ancora dell'occupazione. A dirla tutta, ho grande ammirazione per chi lavora con passione, non sono contrario al lavoro in sé. Il lavoro è uno strumento che può consentire di realizzare anche tanti altri bisogni, come quello di realizzarsi, sentirsi utili, esprimere le proprie capacità. Bisogni che spesso trovano poca soddisfazione.

Chi rifiuma un lavoro perché non ne può più, oggi può sembrare un pazzo. Ma il lavoro, per umile che sia, deve anche nutrire anima e corpo. C'è ancora troppa gente che consuma il lavoro, come un cibo precotto e confezionato nella vaschetta di plastica. C'è un lavoro che rimane indigesto, che non nutre. Che ci fa sentire inutili, e finisce per divorare la nostra anima, i nostri istinti, le passioni, i valori che condividiamo. Per uscire vivo da questo difficile confronto tra cibo e lavoro preferisco alleggerire con una semplice ricetta: il telelavoro.

Proprio così: prima ancora di concepire l'ozio creativo, o una liberazione dal lavoro, su cui insistono autorevoli studiosi contemporanei, conviene occuparci di un traguardo molto più vicino: la liberazione dall'ufficio e dai tempi imposti.

Sono davvero tantissime le mansioni che oggi potremmo compiere da casa, con orari più consoni al bioritmo e alle esigenze familiari, apportando una notevole riduzione di spesa e dei flussi di traffico.

Nel ventunesimo secolo siamo ancora legati a un modello produttivo cosiddetto fordista, quello della prima industrializzazione, basato sul controllo dei lavoratori, attraverso orari definiti, uffici e luoghi predisposti.

Ma è un modello che non ci rende affatto più efficienti e produttivi, e che finisce per uccidere la nostra creatività. Immaginatevi invece una società dove gli artigiani si organizzano con il "coworking", condividendo luoghi vicino a casa; avvocati che scrivono le loro pratiche in pigiama; giornalisti che tra una mansione e l'altra portano i figli al parco, trovando magari più ispirazione lì che in un ufficio pieno di vecchie scartoffie.

Ma soprattutto immaginatevi che si possa lavorare tutti meno. E che dopo il pranzo, ci sia pure la siesta:

 

Sembrerebbe pura fantasia, ma rileggendo con mente più aperta, trovo che questa ipotesi di Gabriele Bindi non sia per nulla da scartare! Facendo un elenco dei benefici che si otterrebbero, a partire dall'inquinamento che diminuirebbe, così come il traffico sulle strade che ormai sta collassando, forse andrebbe presa in considerazione questa idea, rivoluzionaria, ma utile e a misura d'uomo.

E allora sarebbe di nuovo Natale, quello con la maiuscola.

 

Madre Teresa di Calcutta ci ricordava così il Natale

 

E' Natale !

 

E' Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
E' Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l'altro.
E' Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
E' Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
E' Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.
E' Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.

 

E ora una dolcissima ricetta, espressa per vegani, ma anche per chi non lo è:

 

TORTA AL CIOCCOLATO, una sorta di Sackertorte

Ingredienti: 2 tazze di farina (300 gr circa), 1 tazza di sciroppo d'acero (150 gr di zucchero circa), 1 tazza di cacao amaro in polvere (150 gr circa), 1 bustina di cremortartaro (lievito x dolci), mezzo cucchiaino di cannella, un pizzico di sale, 1 tazza di latte (o di latte di avena o mandorla), mezza tazza di olio di semi (mais o girasole), mezza tazza di succo d'arancia + più la buccia grattugiata di un'arancia intera. Per la frcitura: marmellata di arance o di albicocche. Per la copertura: glassa al cioccolato (cioccolato fondente con poco latte per scioglierlo).

Mescolare tutte le polveri in una ciotola e tutte le parti liquide in un'altra, unire i liquidi alle polveri e amalgamare bene. Ungere una teglia e versarvi il composto, infornare a 180° per 40 minuti. Fare la prova dello stecchino per essere sicuri che sia cotta e asciutta, prima di togliere dal forno. Lasciar raffreddare, quindi tagliare a metà e farcire con la marmellata. Richiudere e coprire con la glassa sciolta, oppure col cioccolato fuso al caldo con il latte.

 

In una macedonia variopinta si possono mettere delle bacche di goji, uvetta sultanina, mandorle tritate grossolanamente e un cucchiaino di zenzero, oltre tutta la frutta di stagione....

 

Buon appetito e buona giornata!

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Rubrica a cura di Franca Oberti
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