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Scritto Giovedì 11 dicembre 2014 alle 08:36

Rubrica natalizia: 11 dicembre

Giovannino Guareschi scrisse tanto sul Natale; anche lo scorso anno abbiamo pubblicato un suo racconto di guerra dedicato al Natale. Oggi propongo questo che si trova nella raccolta "Lo Zibaldino" e risale al 1947.



FU NATALE, NEL 1947 - Giovannino Guareschi,

Margherita è mite e arrendevole, ma in certe cose non transige. Margherita, per esempio, è convinta che coi figli bisogna usare la maniera forte e nessuno al mondo potrebbe farle cambiare indirizzo.

Quando la Pasionaria chiede, invece della minestra, caramelle di menta e gorgonzola con cacao, oppure pretende di andare al letto con la mia bicicletta o si impunta per qualche altra diavoleria del genere, ecco improvvisamente i lineamenti del mitissimo volto di Margherita farsi duri. Le vene del collo le si gonfiano, gli occhi acquistano strani barbagli metallici. Ed eccola, con uno scatto quasi felino, avventarsi contro la Pasionaria, ed eccola, giunta a pochi centimetri dalla bambina, emettere l'urlo disumano che, ogni volta, mi fa sobbalzare sulla sedia e mi inchioda le dita sui tasti della macchina da scrivere:

"Sì!".

Questa sarebbe, secondo Margherita, la maniera forte da usare con i figli: rispondere cioè "sì" a tutte le richieste, però con tale forza da far vibrare le pareti divisorie dell'appartamento.

"Margherita", le feci osservare un giorno, "non trovi che sarebbe meglio se tu, invece di urlare ogni volta che quelli ti chiedono le cose più strampalate, rispondessi loro no a bassa voce?".

"Quando ci incontrammo per la prima volta", sospirò Margherita, "ero in questo ordine di idee. E quando mi chiedesti se mi lasciavo accompagnare a spasso risposi no e a bassa voce. Poi mi lasciai accompagnare a spasso. No a bassa voce o ad alta voce è lo stesso. Coi bambini però è meglio dire ad alta voce. Tu non conosci la psicologia dei bambini".

Margherita forse non ha tutti i torti, ripensandoci.

Un giorno la Pasionaria cominciò a piangere in cucina: piangeva e urlava. Andai in cucina e la trovai sotto la tavola, in un lago di lacrime.

"Cosa c'è?".

"Voglio le caramelle nere col torrone dentro!" urlò in un impeto tale che mi preoccupò per la resistenza dei piccoli polmoni. La affidai ad Albertino e corsi giù e girai due rioni, ma alla fine tornai col sacchetto delle caramelle.

"Ecco", dissi ansimando quando rientrai in cucina, porgendole il sacchetto intero.

La Pasionaria smise di piangere. Aperse il sacchetto, svolse la carta di una caramella, controllò grattando con l'unghia che sotto la cioccolata ci fosse il torrone. Poi mise la caramella in bocca.

Tornai alla macchina e ripresi a battere sui tasti. Poco dopo la Pasionaria apparve. Mi venne davanti, si tolse di bocca la caramella, la riavvolse nella carta, la ficcò assieme alle altre nel sacchetto e mi consegnò il sacchetto.

"Mi piace di più piangere", spiegò.

Poi tornò sotto la tavola in cucina e ricominciò a piangere e a schiamazzare e continuò per un'ora e mezzo, fino a quando tornò Margherita. Sentii Margherita urlare . Poi non sentii più piangere.

Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo. La tonalità, anche nei più comuni scambi verbali, viene portata ad altezze vertiginose e non si parla più, si urla. Ciò è contrario allo stile del "vero signore", ma quando Margherita mi chiede dalla cucina che ore sono, c'è la comodità che io non debbo disturbarmi a rispondere perché l'inquilino del piano di sopra si affaccia alla finestra e urla che sono le sei o le dieci.

Margherita, una sera del mese scorso, stava ripassando la tavola pitagorica ad Albertino, e Albertino s'era impuntato sul sette per otto.

"Sette per otto?", cominciò a chiedere Margherita. E, dopo sei volte che Margherita aveva chiesto quanto faceva sette per otto, sentii suonare alla porta di casa. Andai ad aprire e mi trovai davanti il viso congestionato dell'inquilino del quinto piano (io sto al secondo).

"Cinquantasei!", esclamò con odio l'inquilino del quinto piano.

Rincasando, un giorno del dicembre scorso, la portinaia si sporse dall'uscio della portineria e mi disse sarcastica: "E' Natale, è Natale - è la festa dei bambini!...".

"E' la festa dei cretini", rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.

Sei giorni dopo, il salumaio quando mi vide passare mi fermò.

"Strano", disse, "una bambina così sveglia che non riesce a imparare una poesia così semplice. Lo sanno tutti, ormai, della casa, meno che lei".

"In fondo non ha torto se non la vuole imparare" osservò gravemente il lattaio sopravvenendo. "E' una poesia piuttosto leggerina. E' molto migliore quella del maschietto: "O Angeli del Cielo - che in questa notte santa - stendete d'oro un velo - sulla natura in festa..."."

"Non è così", interruppe il garzone del fruttivendolo, "O Angeli del Cielo - che in questa notte santa - stendete d'oro un velo - sul popolo che canta...".

Nacque una discussione alla quale partecipò anche il carbonaio e io mi allontanai. Arrivato alla prima rampa di scale sentii l'urlo di Margherita:

"... che nelle notti sante - stendete d'oro un velo - sul popolo festante".

Due giorni prima della vigilia, venne a cercarmi un signore di media età molto dignitoso.

"Abito nell'appartamento di fronte alla sua cucina", spiegò. "Ho un sistema nervoso molto sensibile, mi comprenda. Sono tre settimane che io sento urlare dalla mattina alla sera: "E' Natale, è Natale - è la festa dei bambini - è un emporio generale - di trastulli e zuccherini". Si vede che è un tipo di poesia non adatto al temperamento artistico della bambina e per questo non riesce a impararla. Ma ciò è secondario: il fatto è che io non resisto più: ho bisogno che lei mi dica anche le altre quartine. Io mi trovo nella condizione di un assetato che, da quindici giorni, per cento volte al giorno, sente appressarsi alla bocca un bicchiere colmo d'acqua. Quando sta per tuffarvi le labbra, ecco che il bicchiere si allontana. Se c'è da pagare pago, ma mi aiuti".

Trovai il foglio sulla scrivania della Pasionaria.

Il signore si gettò avidamente sul foglio: poi copiò le altre quattro quartine e se ne andò felice.

"Lei mi salva la vita" disse sorridendo.

La sera della vigilia di Natale passai dal fornaio, e il brav'uomo sospirò.

"E' un pasticcio", disse. "Siamo ancora nell'emporio generale. La bambina non riesce a impararla, questa benedetta poesia. Non so come se la caverà stasera. Ad ogni modo è finita!", si rallegrò.

Margherita, la sera della vigilia, era triste e sconsolata.

Ci ponemmo a tavola, io trovai le regolamentari letterine sotto il piatto. Poi venne il momento solenne.

"Credo che Albertino debba dirti qualcosa" mi comunicò Margherita.

Albertino non fece neanche in tempo a cominciare i convenevoli di ogni bimbo timido: la Pasionaria era già ritta in piedi sulla sua sedia e già aveva attaccato decisamente:

"O Angeli del Cielo - che in queste notti sante - stendete d'oro un velo - sul popolo festante... ".

Attaccò decisa, attaccò proditoriamente, biecamente, vilmente e recitò, tutto d'un fiato, la poesia di Albertino.

"E' la mia!" singhiozzò l'infelice correndo a nascondersi nella camera da letto.

Margherita, che era rimasta sgomenta, si riscosse, si protese sulla tavola verso la Pasionaria e la guardò negli occhi.

"Caina!", urlò Margherita.

Ma la Pasionaria non si scompose e sostenne quello sguardo. E aveva solo quattro anni, ma c'erano in lei Lucrezia Borgia, la madre dei Gracchi, Mata Hari, George Sand, la Dubarry, il ratto delle Sabine e le sorelle Karamazoff.

Intanto Abele, dopo averci ripensato sopra, aveva cessata l'agitazione. Rientrò Albertino, fece l'inchino e declamò tutta la poesia che avrebbe dovuto imparare la Pasionaria.

Margherita allora si mise a piangere e disse che quei due bambini erano la sua consolazione.

La mattina un sacco di gente venne a felicitarsi, e tutti assicurarono che colpi di scena così, non ne avevano mai visti neanche nei più celebri romanzi gialli.

Un grande della letteratura contemporanea, autore dei più famosi "Don Camillo e Peppone", Giovannino Guareschi, spesso accantonato e nel passato ignorato per troppo tempo; per i suoi principi finì anche in prigione, ma per fortuna, in anni recenti è stato riscattato e apprezzato.


I regali? Da Frate Indovino, qualche rapido pensiero sui regali.

I regali sono di tante categorie: ci sono quelli di pura riconoscenza, generalmente personali perché non conosciamo i gusti privati di un medico o di un avvocato.

Ci sono quelli pubblicitari, che in realtà sono "memo": tramite un oggetto diffondono un'immagine accattivante. Non sono proibiti, ma stanno in una casella a parte.

Sono purtroppo diffusi i regali finti e utilitaristici, di convenienza.

In casa abbiamo deciso che ci chiediamo cosa ci farebbe piacere ricevere a Natale; poi, ognuno con le proprie possibilità, tentiamo di avvicinarci all'oggetto del desiderio. Se è possibile, acquistiamo l'oggetto giusto, se la questione diventa costosa, abbassiamo le esigenze. Di norma non ci lamentiamo e accettiamo il regalo, perché "a caval donato non si guarda in bocca"!

Alcuni giorni fa si è festeggiato anche San Nicola, riporto qui una breve storia che lo riguarda, dal Calendario della Val Sarentina


San Nicola

San Nicola, vescovo della città di Mira (nell'attuale Turchia), è uno dei santi più popolari del cristianesimo.
Aiutava i bisognosi, gettando nelle loro case, attraverso le finestre, sacchetti di cibo o denaro.
Si narra che una volta, trovando chiuse tutte le finestre San Nicola gettò i denari giù dal camino e il mattino seguente, al loro risveglio, gli abitanti della casa, trovarono i preziosi doni dentro alle calze che erano appesi al caminetto ad asciugare .
Dal XVII secolo fu considerato benefattore dei bambini e secondo la tradizione, il 5 dicembre portava i doni (la strenna) ai bambini buoni.

Spesso queste antiche storie si intrecciano, si assomigliano, ma hanno qualche particolare che le contraddistingue. Sicuramente questo San Nicola, vissuto tanto lontano da noi, non è entrato nella nostra tradizione con questa narrazione, ma con altre legate a Santa Claus e al consumismo.


Ed ecco il nostro Babbo Natale che guida la Vespa perché le renne sono in sciopero!!!



E ora, per chi ama piatti vegani, macrobiotici o esotici, propongo un risotto da una ricetta su "Terra Nuova", giornale di alimentazione, ecologia e ambiente.



RISOTTO AL RADICCHIO E PERE ALLE SPEZIE

Ingredienti: 320 gr di riso semintegrale, 200 gr di radicchio trevigiano tardivo, 200 gr di pere Williams, qualche gheriglio di noce, 5/6 cucchiai di olio d'oliva, 1 litro di brodo vegetale, ½ bicchiere di prosecco, 3 chiodi di garofano, il succo di ½ limone, sale.

Tagliare a cubetti le pere e irrorarle di succo di limone affinché non anneriscano. Mettere a parte quattro o cinque foglie d'insalata, il resto tagliarla a strisce sottili; farla appassire con una parte dell'olio , aggiungere le pere (tenendone a parte due cucchiai) e cuocere ancora qualche minuto. Togliere tutto dal tegame e lasciare a parte in una scodella. Asciugare il fondo del tegame, unire il rimanente olio e tostare il riso lavato e scolato. Sfumare col vino e lasciar insaporire a fiamma viva per un minuto. Bagnare poco alla volta col brodo bollente, continuare a bagnare ogni volta che il brodo precedente è stato assorbito. A metà cottura aggiungere la scodella di radicchio e pere, regolare di sale. In un'altra padella mettere un cucchiaio d'olio, il radicchio e le pere tenute a parte, i chiodi di garofano ridotti in polvere. Unire il riso cotto e servire con i gherigli di noce sbriciolati sopra.


Buon appetito e buona giornata!
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Rubrica a cura di Franca Oberti
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