Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 248.177.257
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
Scritto Sabato 13 dicembre 2014 alle 09:49

Rubrica natalizia: 13 dicembre

Giorno di Santa Lucia. Giorno di regali per alcune parti d’Italia, per esempio le province di Bergamo e Piacenza. Quando i regali li porta Santa Lucia, a Natale si pensa solo alla festività religiosa. Altri hanno Gesù Bambino e altri ancora Babbo Natale o Santa Claus, che poi sarebbe San Nicola, insomma, in un modo o nell’altro i regali arrivano a destinazione, per la gioia dei bambini!

Oggi inizio proponendovi una poesia dedicata a Santa Lucia. E’ di una poetessa perugina, Gabriella Bianchi, che ha vinto il premio Faraexcelsior 2014, a cura di Alessandro Ramberti per Fara Edizioni di Rimini. Un libretto intenso questo “Quaderno di frontiera”; una poetessa a tutto tondo, che spazia dai ricordi di bambina ai più dolorosi della perdita della mamma. Il ricordo del padre, uomo di una volta, stanco del lavoro pesante e faticoso, ma dedicato alla famiglia e sempre pronto ad offrire alla figlia uno spunto per una vita migliore. Ecco la poesia di Gabriella Bianchi.


OTTAVA DI S. LUCIA

Santa Lucia brumosa e indifferente
con il girovagare natalizio
la brina nel midollo e nello sguardo
le mani estranee come due conchiglie
la gioia appesa ai fili dell’infanzia
remota e spolverata di vaniglia
senza più voglia mi arrendo all’evidenza
di un presente presepe senza linfa.

E ora pensiamo al numero 13, se poi capita di venerdì, ancora peggio! Ma perché viene considerato sfortunato?

Perché il giorno venerdì 13 è considerato sfortunato?
Una spiegazione risale alla mitologia scandinava: c’erano 12 semidei e poi arrivò il tredicesimo, Loki. Ma era crudele con gli uomini: da qui il 13, in quelle terre, è divenuto segno di malaugurio. Altri legano la superstizione al fatto che c’erano 13 persone all’Ultima Cena di Cristo, e il tredicesimo era Giuda.

Origini lontane
L'associazione tra il numero 13 e la sfortuna è documentata anche in epoche precedenti: lo storico greco Diodoro Siculo (I secolo a. C.) riferisce che Filippo II (IV secolo a. C.), re di Macedonia e padre di Alessandro Magno, fu ucciso da una sua guardia del corpo dopo aver fatto mettere una propria statua accanto a quelle delle dodici divinità dell'Olimpo (la morte sarebbe stata la conseguenza di questo “sgarro” agli dèi). Ma forse la diffidenza verso il 13 risalirebbe addirittura alle più antiche concezioni astrologiche assiro-babilonesi (dove il 12 era numero sacro perché facilmente divisibile). Proprio il fatto che il 13 viene dopo il 12 avrebbe assicurato a questo numero la fama di portasfortuna. In quanto al venerdì, come giorno della settimana, il tutto si lega ancora a Gesù che fu crocifisso proprio di venerdì.
Per i musulmani, invece, è infausto perché, dicono,  è il giorno in cui Adamo ed Eva mangiarono il frutto proibito. Sarà documentabile?
Dunque il venerdì è un giorno dispari, oppure un giorno negativo, perché secondo la tradizione romana c’era differenza tra giorni positivi e negativi. Nei giorni dies fasti si poteva amministrare la giustizia, al contrario dei nefasti.
Il martedì era “sfortunato” tra i Romani perché dedicato a Marte, dio della discordia.
Allo stesso modo, si credeva che i figli concepiti di venerdì avrebbero avuto una vita difficile e che gli anni bisestili che cominciavano in questo giorno sarebbero stati catastrofici.
Un proverbio in uso ancora comune è: “Di venere e di marte, non si sposa né si parte”, vale a dire che nei giorni di martedì e venerdì è meglio non viaggiare né sposarsi.
Origini a parte, la credenza del venerdì 13 come giorno sfortunato è diffusa in tutta Europa e America.

Vediamo dunque la tradizione di Santa Lucia come viene sentita in Italia e in Europa (fonte: Internet).

In alcune regioni dell' Italia settentrionale, quali Trentino, Friuli Venezia Giulia (provincia di Udine), Lombardia orientale e
Santa Lucia
meridionale (nelle province di Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova), parte dell'Emilia occidentale (Piacenza, Parma, Reggio Emilia), parte del Veneto sud-occidentale (Verona), esiste una tradizione legata ai "doni di santa Lucia". I bambini le scrivono una lettera, elencando i regali che vorrebbero ricevere da lei, raccontandole di essere stati buoni e giudiziosi durante l'anno e, dunque, di meritarseli. In alcuni casi, i doni vengono portati segretamente nelle case, e i bimbi (che si aspettano dei doni e non il carbone riservato ai bambini cattivi) corrono a letto perché se la Santa li vede tirerà loro della cenere o della sabbia negli occhi, accecandoli. Per ingraziarsi la Santa e l'asinello che l'aiuta a portare i doni è uso lasciarle del cibo (solitamente un panino, delle arance, dei mandarini, del latte, del caffè o dei biscotti, ma ciò varia a seconda della tradizione familiare), per l'asinello Tobia (dell'acqua, del fieno, del sale, della crusca o dello zucchero), e del vino per il suo aiutante Gastaldo (questa figura è comunque poco nota e compare e scompare a seconda delle tradizioni di ciascuna famiglia).
 
Nel Nord Italia, in Cecoslovacchia e anche in Austria, si festeggia Santa Lucia come portatrice di doni per i bambini.
In Danimarca e Svezia la Santa viene festeggiata con la scelta di una ragazza che la raffiguri e in corteo con altre ragazze che l’accompagnano porta doni ai bambini e alle istituzioni caritatevoli. In Svezia è molto venerata anche dalla Chiesa Luterana.
Santa Lucia, nella tradizione cattolica è raffigurata con un piattino in mano dove porta i suoi occhi, che gli sono stati tolti dai suoi aguzzini.

Abbiamo parlato ampiamente di questa Santa nelle edizioni passate, aggiungo una curiosità legata alla cucina  che fa riferimento sempre a Santa Lucia. Su un vecchio giornale ho trovato questo articoletto che riporto fedelmente. La rivista era “Verde”, nei suoi primi numeri.

GLI OCCHI DI SANTA LUCIA DIVENTANO CECI
Giovane e ricca ragazza di Siracusa, Lucia decise di rinunciare alle nozze volute dalla famiglia per sposare la fede cristiana e devolvere tutti i suoi averi ai poveri. Più che i parenti, fu il promesso sposo a prenderla a male, tanto che la denunciò alle autorità romane. Lucia fu torturata e durante il martirio le vennero strappati gli occhi che, si narra, ricomparvero miracolosamente sul suo viso. Un’altra leggenda dice che sarebbe stata lei stessa a strapparsi gli occhi per non cedere alle suppliche del fidanzato, diventando la protettrice della vista.
Nel suo giorno, ci si bagna il viso in segno beneaugurante.
A Ruvo di Puglia hanno legato questa leggenda ad un piatto caratteristico con i ceci, chiamato proprio “occhi di Santa Lucia”; dopo aver portato a ebollizione dell’acqua, vi si versa mezzo chilo di ceci, sale e qualche foglia di alloro. Si fanno cuocere per pochissimi minuti, si scolano e si avvolgono in un panno per 30 minuti, in modo che perdano l’acqua senza rompersi. In un paiolo, va portata ad alta temperatura della polvere di tufo, dopodiché vi si immergono i ceci.
Si gira con un cucchiaio di legno finché non si sentono scoppiettare. Poi si separano i ceci dalla polvere e si servono tiepidi.

Insolita ricetta che andrebbe gustata sul posto, preparata da chi conosce bene la tradizione e la cucina tipica. Difficile per le nostre mense, forse introvabili anche gli ingredienti indispensabili per la sua buona riuscita. E allora… buona giornata!

Articoli correlati:
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco