Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 238.861.956
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
Scritto Lunedì 09 febbraio 2015 alle 08:16

Sanità: solo con il presidio Mandic fortemente attrattivo il ''Manzoni'' eviterà di tornare ospedale di circolo

Rinaldo Zanini, Agostino Colli e Giuseppina Panizzoli
La proposta  di “Appello  per Lecco”  in  merito  alla  riorganizzazione della sanità lecchese non pare  destinata al  successo  ma almeno ha il merito di favorire sul tema  un dibattito alla luce del  sole. La settimana scorsa non ha riservato notizie incoraggianti in merito all’iter della riforma regionale. Il  tavolo coordinato dal Presidente Maroni non sortito gli effetti desiderati, anzi il  quadro si  è  complicato. Sul  tavolo della Commissione del Consiglio regionale preposta ai lavori  di  trasformazione  in legge  delle  proposte in circolazione è  giunto un terzo elaborato a firma del  Nuovo Centro Destra. Il  risultato è  senza precedenti: una  maggioranza formata da tre forze politiche ha  trovato la  sintesi con tre proposte di  legge diverse, una della Giunta  regionale, una  di Forza Italia e una firmata NCD. Tutto  fa  prevedere  che la  partita si  giocherà  in Commissione, dove giacciono anche le proposte del PD e degli altri gruppi  di opposizione. E l’esito di questa partita è tutt’altro che prevedibile.
Le tre proposte  targate  maggioranza hanno comunque in comune alcuni punti che qualificavano il  famoso “libro bianco”: il concetto della vasta area come ambito della programmazione  sanitaria,  il recupero  della medicina territoriale, la presa in  carico dei  pazienti, attraverso un  rapporto nuovo, integrato, tra ospedale e territorio.
Il Manzoni di Lecco
L’ipotesi prospettata da “Appello per Lecco” si affida  in parte a questi concetti e introduce i  due  elementi  principali : le  future Articolazioni (o Agenzie) Socio Sanitarie Locali (ASSL) con confini che  vanno oltre gli ambiti  delle attuali province - destinate ad essere spazzate via definitivamente  dalla  riforma costituzionale - per corrispondere  con la delimitazione della “area  vasta” e il  bacino d’utenza e quindi il  numero delle  Aziende Integrate  per la Salute e l’Assistenza (AISA) che gestiranno gli ospedali destinati a perdere la qualifica di “azienda ospedaliera”. Quest’ultima  classificazione  riguarderà  solo ed esclusivamente gli “hub”, ospedali ad  alta specializzazione con  bacino d’utenza di 1 o 2 milioni di  abitanti.
Le ipotesi di Corrado Valsecchi, leader di “Appello per Lecco” parlano di una vasta area che potremmo qualificare  come  “Grande  Brianza”, da  Monza a Lecco, con al suo interno due AISA facenti  capo agli attuali capoluogo  di Provincia e con due ospedali di riferimento: il San Gerardo e il Manzoni.
La  Grande Brianza eletta a  vasta area sanitaria risulta una ipotesi più che probabile dopo che la  Valtellina ha ottenuto di  fatto garanzie  su di un  futuro “ fai  da te”. Discutibile invece   la proposta delle due AISA con Il San Gerardo e il Manzoni come ospedali  di riferimento.
Il San Gerardo, il Macchi  di Varese e il Papa Giovanni di Bergamo risultano tra gli ospedali  destinati a restare “Azienda autonoma”. Sono  gli ospedali da sempre riconosciuti  “di rilievo nazionale” autonomi  anche  ai tempi delle USSL.
All’interno  della  futura ASSL  brianzola in capo alla gestione AISA resterebbero tre ospedali  riconducibili  all’area  monzese: Vimercate, Desio e Carate e due a quella lecchese Lecco e Merate. Altri presidi come  Bellano e Giussano da tempo hanno perso questa qualifica.
Desio, Vimercate e Merate  si distinguono da  Carate per la  loro classificazione “provinciale”  ottenuta fin dagli anni ’80  che ha portato in  dote parecchie specialità e il  servizio di emergenza  elevato a DEA (Dipartimento d’emergenza  e  non  semplice  pronto  soccorso).
Quanto all’area  monzese  va  sottolineato come da mesi l’Azienda Ospedaliera  di Vimercate sta gestendo una riconversione  parziale  anche del presidio di Carate (il Pronto Soccorso è tale  solo di giorno).
Sarebbe interessante conoscere il parere   di Pietro Caltagirone  sul  valore  aggiunto “dell’asse  della  statale 36” con  Giussano e Carate aggregati  a Lecco.
Ma forse basta leggere   attentamente il commento di Ambrogio  Sala  per capire la natura della  mossa di Appello per Lecco e la  sua (scarsa) probabilità di  fare dei passi in avanti.
Persa la possibilità  di “annettere”  la Valtellina  a Lecco  ci  si rende  conto che un  bacino d’utenza di 340 mila abitanti risulta poco adatto per  fare del Manzoni un presidio capace di  giocare un  ruolo  di primo piano all’interno di una “area vasta”.   Il  programma di “annessioni” viene “ridotto” a Giussano e Carate, dando per scontato che il  meratese e casatese in  un contesto di Grande  Brianza continueranno a guardare  a senso unico a Lecco.
Sembra una proposta dettata da chi ha paura di sperimentare a breve quanto è capitato al Mandic appena passato sotto la gestione lecchese. Il  rapporto Manzoni – Mandic rivisto in  versione San Gerardo – Manzoni. 
 Sala ha ragione quando sostiene che l’appello sembra portare la firma di alcuni  capi-dipartimento dell’ Azienda ospedaliera.
Il Mandic di Merate
L’esperto di problemi socio-sanitari del PD non fa nomi ma è  facile individuare in Rinaldo Zanini , capo Dipartimento dell’area materno-infantile , il soggetto ispiratore e coordinatore dell’appello. Con  Agostino Colli pare sia entrato a pieno titolo nel “cerchio  magico”  della Commissaria Giuseppina Panizzoli. Mai annoverati tra gli amici del  Mandic, i due dirigenti medici da sempre sostengono la tesi del “grande Manzoni” con il ruolo del Mandic  relegato a donatore di risorse umane ed economiche. Tesi  da sempre respinta da Mauro Lovisari (e dai suoi predecessori, in particolare proprio da Piero Caltagirone) che con l’approvazione del Piano di Organizzazione Aziendale ha saputo ritagliare per i  due presidi  acuti ruoli specifici basati  sul concetto che il Mandic non può fare a meno del Manzoni e viceversa se si vuole salvaguardare il  livello di eccellenza che caratterizza l’assistenza ospedaliera lecchese.
Non sappiamo chi ci sarà alla testa dell’ Azienda ospedaliera quando si entrerà nel  vivo delle decisioni conseguenti alla  riforma. Potrebbe esserci il ritorno di  Lovisari, la stabilizzazione della Panizzoli o un terzo soggetto. Sappiamo però quali sono le  condizioni che  possono garantire il  livello  della  nostra assistenza ospedaliera nel  contesto di una area  vasta. Sono quelle delineate  dal POA attuale che devono rappresentare un vincolo per  le forze politiche e per i vertici dell’A.O.  Il  Manzoni deve cercare di mantenere le specialità che qualificano da qualche anno il Presidio.  Il Mandic deve essere posto e mantenuto nella condizione descritta dal Piano  di Organizzazione.
 Insieme devono contribuire al superamento dello steccato che ancora si registra tra ospedale  e territorio per una effettiva valorizzazione della medicina territoriale.
In  vista  dei prossimi appuntamenti desta qualche preoccupazione la situazione che si registra presso il nosocomio meratese.
La Commissaria fa ricorso con troppa disinvoltura allo  strumento dell’interim. Risultano affidati  ad interim a dirigenti lecchesi  la Direzione Ammnistrativa del Presidio, la Neurologia e, da qualche giorno, anche l’Ortopedia.
In  due reparti, Pediatria  e Rianimazione si è fatto ricorso  alle “facenti  funzioni”. In Rianimazione è da quasi cinque anni che il primario è un “f.f.”.  Sistematicamente si  giustificano  queste  situazioni con la difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni regionali alla copertura dei posti, ma non  si ricorre mai all’azione di  forza che alcune aziende sperimentano nei confronti della Regione  con esiti  anche positivi.  Nel  caso della  Direzione  amministrativa del Presidio ci  sarebbe  anche una soluzione  interna aziendale. La Commissaria deve rendersi  conto che a colpi  di “facenti funzione” e “interim” il  Mandic rischia di tornare alla situazione e al clima di dieci anni  fa.
E’  necessario sfruttare il  ritardo  che  si  registra nell’iter della riforma per affrontare e risolvere il  problemi del  presidio ospedaliero di Merate.  Due strutture complesse, Otorino e Oculistica, sono  state eliminate dal Piano organizzativo Aziendale con la garanzia del  mantenimento a regime di  quelle fondamentali per un ospedale a vocazione territoriale e il mantenimento di alcune  eccellenze come la Chirurgia laparoscopica. Non è sostenibile una situazione che vede metà  delle  strutture senza un “capo” nel pieno  esercizio delle sue  funzioni. Nel  caso dell’Ortopedia si tratta  di un autogol: una equipe che ha retto il  passaggio al privato dell’ex primario Marco  Incerti,  fondamentale per la qualità del Dipartimento d’emergenza (Dea) si trova di fatto nelle  mani di un primario lecchese che a tempo pieno dovrebbe occuparsi di alzare il livello e la qualità  del reparto di cui è  titolare.
Solo con la piena  operatività delle previsioni del POA il  Mandic può mantenere il  suo bacino d’utenza, condizione indispensabile per garantire nel  lecchese le  prestazioni che conosciamo.
Il  DEA (abbandoniamo il termine Pronto Soccorso che può essere utilizzato più correttamente per le prestazioni che garantisce solo di giorno l’ospedale di Carate) riportato  allo standard del 2-2-2, e la piena operatività dei reparti meratesi da sempre  disponibili al rapporto diretto con il territorio  sono due condizioni per evitare quello che Ambrogio Sala lascia intendere con un’allusione intelligente: e cioè che il casatese dista solo pochi chilometri da Monza. Se la politica aziendale che guarda solo al breve periodo e al risultato economico perfetto da sottoporre al dg della sanità lombarda Bergamaschi, proseguirà nel depauperamento delle risorse del San Leopoldo Mandic è assai probabile che i pazienti anche del meratese, emigreranno verso Monza lontana giusto una quindicina di chilometri, meglio percorribili. A quel punto l’ospedale di Lecco potrebbe tornare a chiamarsi  “Ospedale  di Circolo”. E questo sarebbe davvero l’autogol perfetto.
Claudio Brambilla
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco