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Scritto Giovedì 17 dicembre 2015 alle 13:16

Desiderio e attesa

Già alla fine di novembre - è l'ultima domenica del mese - inizia il senso di attesa e desiderio per il Natale. Per i cristiani di rito ambrosiano inizia l'Avvento e con esso anche un tempo da dedicare all'ascolto in preparazione al mistero dell'incarnazione: nel Natale celebreremo con gioia la nascita di Gesù Cristo o, come ci è stato insegnato da bambini, "la vegnuda del Bambinn". Così oggi, mentre la nebbia si alza e un primo barlume di luce sveglia il giorno, scendo in strada e mi incammino verso la via Visconti, dove si sta svolgendo il mercatino conosciuto in paese come "Natale di solidarietà".

Non ricordo un novembre bello come quest'anno, in cui non è ancora gelato e - seppure la temperatura di notte si avvicini agli zero gradi e spiri, al mattino, un'aria gelida sotto il cielo pesante - l'azzurro ben presto prevale sugli strati di nuvole e ci dona un tiepido sole sino al tardo pomeriggio. Però è presto e in strada non c'è nessuno; "gnanca un cann!" avrebbero detto i miei nonni: Cassago pare ancora dormire della grossa.
Mentre cammino, comunque, mi accorgo che la via si anima e mi pare persino di intendere un lontano, allegro fischiettare; era tanto tempo che non mi capitava di sentire, come succedeva spesso una volta (e ci risiamo!) qualcuno che zufola per la strada. Mi volto ed ecco che un caloroso saluto mi accoglie con voce briosa: l'uomo che me lo lancia, un anziano che ben conosco, mi chiama per nome e spalanca addirittura le braccia.
Non lo vedevo da tempo, e deve essere tornato a Cassago in questo giorno per poter rivedere i pochi concittadini che ancora lo ricordano; forse vuole anche aderire al bel mercatino tradizionale, in cui una parte del ricavato va all'Associazione Fabio Sassi, di cui è un grato estimatore. So che è una persona vera, schietta, onesta e capace. Era amico anche di mio padre, e ricordo ancora il buon sapore di quelle inimitabili mentine che mi donava togliendone la scatola dal taschino del gilet quando, nella cattiva stagione, mi accovacciavo ai suoi piedi davanti al grosso camino mentre intagliava il legno, arte in cui è sempre stato un maestro: stavo lì per udire le storie e le fiabe che raccontava, mai violente e che andavano ben oltre le sue conoscenze scolastiche.
Un uomo, insomma, profondo nell'esporre ciò che capiva e caparbio nell'approfondire ciò che non comprendeva, uno che non conosceva né sospiri o mugolii né sberleffi e incomprensioni. Soprattutto una persona allegra, divertente, dalla battuta facile e a volte irriverente se non addirittura commovente; dava risposte mai astruse ed è sempre stato capace di battute sagaci e scanzonate, spesso scavando nella miniera dei suoi tanti ricordi: "o carr bagaj mi se regordi quant...".

In questo mattino frizzante desidera più parlare che ascoltare, e io rimango - o meglio sono costretto a rimanere - in un silenzio quieto. Ormai avrà ben più di novant'anni ma mi innamora quel suo raccontare intenso e fedele in cui non ho quasi modo di esprimere il mio parere: "vedi, io vado ancora bene e continuo ad andare avanti, anche se so che presto arriverà sulla mia strada l'ultima svolta. Certamente saprai da tuo padre che quando sei nato tu... hamm ciapàa una ciocca che ghe vuruu tri dì a pasàa! Sin da ragazzo sono stato ribelle, inquieto soprattutto nel cercare e imparare. Mi lasciavo prendere e travolgere dalla passione per quello che facevo anche se poi finivo emarginato per la mia eccessiva schiettezza, magari un po' confusa o forse disinformata. Me carr bagaj... anche oggi alla mia età sono come quegli studenti che prendono anche brutti voti ma che si appassionano e vogliono provare, andare a fondo, spiegarsi il perché. Perché la curiosità credo sia il vero motore del sapere".
Io ammutolisco davanti a queste parole, che diceva con passionalità giovanile e magica facilità di esposizione, ricordandomi che anche mio padre - suo grande amico - la pensava allo stesso modo e mi raccomandava sempre "mai parlare troppo: l'importante non è saper spiegare il significato del nulla o del tutto ma è la potenza del gesto che fai per capire e far capire. Regordes che l'è un duverr!".

Nel parlare siamo arrivati in Spiazzell, dove c'è il dipinto della Madonna di Caravaggio sulla parete e dove un lumino è sempre acceso accanto a fiori colorati. Il loquace anziano che "non crede alle parole" termina il suo dire e ferma il passo. Apre le labbra come per bere una sorsata di luce. Alza la tesa del berretto e bisbiglia qualcosa e dopo quell'attimo raccolto guardandomi seriamente riprende: "e regordes: pueritt ma unest, e mai cunt i ladri e i disunest".
Subito dopo fa un segno di croce e manda un bacio all'immagine raffigurata. Anch'io ho sempre fatto così: quel bacio inviato con la punta delle dita è quasi una conseguenza logica dopo aver tracciato su di sé il segno di croce. Intanto un refolo di fumo scende volteggiando dal tetto, le cui tegole sono imbiancate di brina. Forse scendeva a carpire quella preghiera e portarla in alto.

Mi accorgo che l'amico cammina ora più lento. Ha un'espressione di silenzioso affetto e pare non poter nascondere le proprie emozioni o, più probabilmente, neppure lo vuole. Gioiosamente sorride e allora è come se non ci fosse più nessuna ruga sul suo viso.
Arrivati sulla via ecco i tanti gazebo di associazioni e gruppi cassaghesi. C'è un'aria di gara per il dono solidale e io, assieme al mio amico, giro tra le bancarelle sia per acquistare qualcosa sia per dire comunque una parola buona: "a qualunque età ogni giorno, ogni minuto, sia di gioia o sia di pena, vale la pena d'essere vissuto", mi dice l'anziano. E aggiunge bisbigliando "credimi!", con l'arguzia di chi sa trovare parole che danno forza, fiducia ed anche un po' di brio al vivere. Intanto - sempre mescolando più dialetto che italiano - parla anche con i volontari ed esprime quasi un senso di orgoglio nel donare mentre estrae monete e banconote dal borsellino.

Ringrazio ancora adesso, a diverse settimane di distanza, quell'anziano amico sin da quando ero ragazzo, e più ancora amico di molti fra cui il mio papà Arturo. Mi è venuto in mente che mi raccontava sempre di quando, ancora bambino ma già in grado di capire, aveva visto i socialisti che, seppur rischiando molto, manifestavano per l'assassinio di Giacomo Matteotti nel '26: forse è stato allora che si sono gettate davvero le basi che diedero poi vita al "Circolo Famigliare Avvenire", che noi cassaghesi ricordiamo come "Ul Cighezz": un uomo a tratti severo e rigido nei propri giudizi, ma forgiato alla vita al punto da avermi confidato che c'era stato un periodo nella sua giovinezza in cui aveva evitato Dio ma che poi, maturando e facendosi adulto, aveva colto - nella trepidazione umana e divina dell'attesa e del desiderio del giorno in cui continua a compiersi il miracolo dell'Incarnazione - un senso forte e vero dell'esistere. Nella ricerca del quale ha messo, e ancora oggi mette, tutta la propria passione.

Benvenuto Perego
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