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Scritto Lunedì 08 febbraio 2016 alle 17:48

Migranti: il flusso inarrestabile esige l’impegno dei Comuni. L’accoglienza diffusa evita ghettizzazioni e episodi criminali

Il prefetto dottoressa Liliana Baccari
e il vice prefetto dr. Stefano Simeone
Da Bresso la "chiamata" arriva via sms: ci sono dieci migranti da collocare nella vostra provincia, provvedete nella giornata di domani al prelievo con autobus. Non è letterale ma il senso è questo. Inizia così, quasi ogni mattina, il lavoro del dottor Stefano Simeone, vice prefetto di Lecco, primo "assistente" di Liliana Baccari, sua "eccellenza", il massimo rappresentante del Governo sulla sponda orientale del lago di Como. L'emergenza (?) profughi ormai è il primo impegno del personale della Prefettura. Anche perché parlare di emergenza non ha più senso. Il flusso dei migranti è continuo: il lecchese ne ospita poco meno di 900 distribuiti tra i centri di accoglienza, il più affollato è al Bione con 180 stranieri, e le case private gestite da cooperative. Il clima tutt'altro che invernale ha favorito i continui sbarchi ma il "peggio" deve ancora arrivare: con il ritorno della bella stagione i barconi riprenderanno massicciamente a solcare il mediterraneo anche se la marea umana proveniente dall'africa e dal medio oriente ha scoperto la via del Balcani. A fine agosto 2015 i migranti censiti dal Ministero dell'Interno erano circa 95mila sugli oltre 5 milioni di stranieri. La Lombardia ne ospita all'incirca 8mila, poco più del 10% dei quali nella nostra provincia pari allo 0,27% della popolazione o a 2,7 ogni mille abitanti. Una media bassa se paragonata a quella di altri paesi come la Francia (3,5 per mille), Svezia (8,1), Austria e Ungheria (3,3). Il primo problema per la Prefettura - obbligata dalla normativa statale a trovare una sistemazione per i profughi sul territorio della provincia - è reperire edifici ove ospitare i nuovi arrivi. Non solo per evidenti motivi umanitari ma anche per il non secondario aspetto dell'ordine pubblico. Sinora grazie al lavoro degli uffici di Corso Promessi Sposi non si sono verificati particolari problemi tra immigrati e residenti. Ma anche in questo caso la situazione potrebbe peggiorare. Per ottenere lo status di "protezione internazionale" il migrante deve presentare domanda e entro 30 giorni svolgere l'audizione per il riconoscimento dell'asilo. Ma l'attesa media presso le quaranta commissioni territoriali si assesta attorno a 12 mesi. In base alle più recenti statistiche in Italia vengono accolte 57 domande su 100. Le lungaggini costringono i migranti a rimanere nei centri di accoglienza o nelle case molto più tempo del previsto. Con tutte le problematiche connesse ad un lentissimo turnover. Il migrante che si vede respingere la domanda può ricorrere entro 15 giorni al tribunale che, in teoria, dovrebbe decidere nel merito entro sei mesi. Al richiedente restano aperte l'Appello e la Cassazione. Dunque, per farla breve, una permanenza di anni prima della teorica espulsione. Diciamo teorica perché a quel punto il migrante in genere sparisce. Come migliaia che arrivano in Italia con i barconi e una volta a terra o prima dell'invio nelle diverse regioni fuggono senza lasciare traccia.

In attesa che l'Italia, ma non solo, diremmo l'intera Europa, metta in campo strategie di lungo respiro per arrestare questa migrazione epocale che minaccia di spostare da una parte all'altra del pianeta milioni di uomini - complici anche i mezzi di comunicazione di massa che mostrano a un continente sottosviluppato dove è già un successo conquistare i primi due gradini della scala di Maslow (bisogni primari, cibo, vestiti, salute e bisogni di sicurezza) un altro continente opulento dove l'intera scala, fino alla autorealizzazione è ottenibile con relativa facilità - nell'attesa dicevamo di una strategia globale è necessario che ogni Stato ai diversi livelli istituzionali si attrezzi per evitare che masse di disperati si aggirino senza cibo né alloggio per città e paesi. Del resto il concetto stesso della globalizzazione spiega queste migrazioni, evidentemente non previste da coloro che hanno teorizzato solo la libera circolazione di merci e denaro, ma non di uomini!

Ecco dunque la necessità di dare attuazione concreta al metodo cosiddetto "dell'accoglienza diffusa", come alternativa alla ghettizzazione. Creare grosse strutture di accoglienza significa infatti dare vita a un ghetto nel quale è facile fomentare anche la criminalità. Di qui l'azione della Prefettura, all'inizio di questo esodo nel marzo del 2014, rivolta ai sindaci degli 88 comuni lecchesi affinché ciascuno per la propria parte e la propria dimensione potesse accogliere un certo numero di questi profughi/migranti. Le prime risposte alle circolari inviate ai comuni nel 2014 e 2015 dalla dottoressa Antonia Bellomo, oggi prefetto a Matera, non erano state incoraggianti. Soltanto una manciata di Sindaci aveva risposto. Così, esaurito l'apporto della Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera quale soggetto delegato per il Consiglio di Rappresentanza dei Sindaci per il superamento delle problematiche sociali degli adulti, si è stati costretti ad allestire strutture di ampie dimensioni come il Bione e l'ex caserma di Airuno per rispondere agli "ordini" del Governo, e alle necessità impellenti di queste persone giunte nel lecchese dopo un viaggio di settimane o mesi tra mille pericoli e difficoltà. Diceva un siriano: se resto in Siria muoio di sicuro, di fame, di freddo o per le pallottole dell'una o dell'altra parte in lotta; morire per morire tento l'attraversata. E' una sintesi estrema e brutale ma per la maggior parte dei migranti questa è la realtà con cui misurarsi. Liliana Baccari, attuale prefetto, ha riaperto il dialogo con i sindaci, incontrando questa volta una maggiore disponibilità. Ai comuni di Lecco,Cremeno, Airuno, Ballabio, Esino Lario, dove attualmente c'è una maggiore concentrazione di richiedenti asilo, se ne sono aggiunti numerosi altri disposti a ospitare un numero pur limitato di migranti cercando di mantenere la media del rapporto con la popolazione di tre ogni mille che porterebbe il numero complessivo di migranti nel lecchese a circa 1.200 contro gli 860 attuali. Il modello organizzativo previsto dall'Accordo Quadro approvato a larga maggioranza dei Sindaci nel dicembre del 2015, è quello di piccole realtà di 6-7 persone seguite da cooperative o gestori selezionati cui va lo stanziamento di 35 euro giorno per migrante, previsto dal "Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar)" per lo più destinati a pagare vitto e alloggio. E' chiaro che il problema si crea quando, come a Merate, vi sono 20 migranti tutti di età relativamente giovane, concentrati in un appartamento di 250 metri quadrati con un solo servizio, all'interno di una palazzina abitata da altre famiglie. Diventa necessario reperire altri alloggi per frazionare il numero dei residenti perché a lungo andare è presumibile che diventi conflittuale la convivenza sia tra profughi e residenti italiani sia all'interno della medesima comunità di migranti. E' altrettanto necessario che il controllo da parte della prefettura sia costante per assicurarsi che non ci siano speculazioni sulla pelle di questa gente.

In conclusione, per quanto si possa essere idealmente contrari, preoccupati, ostili addirittura, questo fenomeno è e risulterà sempre più inevitabile. Per contenerne i danni collaterali è indispensabile una coralità di intenti da parte di tutte le amministrazioni locali al fine di "alleggerire" il peso dell'ospitalità in attesa che a livello europeo si riesca a porre un freno alle trasmigrazioni di masse di disperati e metodologie rapide e certe di espulsione. Perché se non si riuscirà in questo intento gli anni che ci aspettano saranno davvero durissimi per la tenuta della convivenza civica, del senso di sicurezza, di appartenenza, senza considerare la capacità economica e socio-sanitaria di reggere un peso crescente di persone le cui possibilità di trovare lavoro sono e saranno sempre più scarse.

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